Nuove me

img_3956Il binario. Quando senti che manca il binario non puoi far altro che deragliare e travolgere tutto con te: case, alberi, persone, ambienti. Trascini via anche le capacità, l’impegno, i sacrifici e le scommesse. Può essere un deragliare lento. Giorno dopo giorno qualcosa slitta dall’altra parte. Così capita che il giorno dopo ti senti l’inseguitrice di qualcosa. Ma di cosa? Bastano anche una lavatrice, un testo non scritto oppure la dieta che “inizio domani” e puf: sei una procrastinatrice.

Senti la tua fragilità come se fosse una consistenza: la tocchi con le dita. Sai che basta un niente per piangere, un niente per crollare, un niente per rifugiarti a letto. Eppure quel niente sembra arrivare e sparire, arrivare e sparire: ritorni in sella. Ti assesti, magari piangi e fissi il computer ma ritorni misteriosamente in sella. Non ti fai domande, vai avanti tenace e rabbiosa difendendo il castello di carte con tutte le forze che hai dentro. Con tutti gli strumenti che l’estetista ti ha passato. Con le procedure migliori. L’ultima volta che sono stata da lei, la mia estetista mi ha detto che non so usare le mappe (e non intendeva le mappe fisiche) nella mia vita quotidiana, ma le so usare in viaggio. So muovermi in viaggio: non so muovermi qui.

Il viaggio è un tema che ritorna spesso. Da quando sono tornata dall’ultimo, in Israele, è passato ormai molto, troppo tempo. Avrei voluto scrivere di tante, troppe cose: anche quelle sono finite nel tritacarne della procrastinazione e della pigrizia. Ma posso rimediare. Ho solo bisogno di fare un po’ d’ordine e accennare con leggerezza ad alcuni punti chiave.

  1. Sono me stessa. In viaggio. (Ele, suvvia: non si può vivere in viaggio!). Brutta, incapace, felice, isterica, coraggiosa, organizzata: non me ne frega niente. Ho le mie malinconie, le riflessioni da introversa, odio la noia, mi stupisco di come io reagisca meravigliosamente agli imprevisti. So muovermi nel mio habitat naturale: spostarmi, relazionarmi con sconosciuti, stare in ambienti nuovi, andare a prendermi incontri, storie, luoghi. Me li vado a prendere io. Li cerco. Mi muovo. Muoversi: amo soprattutto questo del viaggio. Amo il sottile piacere della ricerca di una meta – che poi passa in secondo piano quasi sempre – e del modo per raggiungerla. Adoro cercare mezzi, controllare orari, verificare opzioni e vagliare ipotesi. Adoro studiarmi la guida e annotare per ogni data i miei progetti. “28 dicembre: Tiberiade, come ci arrivo? Parto da… da Zfat, sì, e dopo? Una notte qui, un’altra là. Due, facciamo due notti e poi da nord scendo a sud, mi pare logico…”.  E questa volta è stato davvero così. Ho avuto in dono il viaggio tanto desiderato: improvvisato dal primo passo all’ultimo. Dovevo fare una cosa e ne ho fatta un’altra senza pensare di aver fallito – solo un po’ all’inizio – e imparando quanto è bello scompigliarsi un po’ nei propri progetti, carpire suggerimenti, chiederli a volte. Ho capito che da sola non sempre mi basto e che non c’è niente di male nel chiedere e ricevere aiuto.
  2. Il rientro: ovvero della capacità di non preoccuparsi a vuoto. Quella notte – dopo un controllo durato 1 ora e mezza all’aeroporto di Tel Aviv, dopo che mi hanno svuotato tutto lo zaino e il responsabile della sicurezza mi ha chiesto qualsiasi cosa, soprattutto sulla mia permanenza in Palestina – mi sono resa conto di non avere le chiavi del portone. Ho passato in rassegna due o tre soluzioni, sapendo di arrivare a Malpensa a mezzanotte, e poi sono crollata in un sonno di 4 ore dal decollo all’atterraggio. Perché rimuginare quando da lì non avrei potuto fare niente? Tanto valeva dormire se poi mi aspettava una notte all’aperto. Niente ansia inutile: ho accettato la me che assomiglia a Bridget Jones ma che non per questo è un’oca poco intelligente. Sono solo poco incline al controllo. Ho suonato ai vicini alle 2.00 di notte. Mi hanno aperto senza mandarmi – almeno non visibilmente – a fanculo e ho dormito a casa mia (la faccenda è stata ben più complessa di così, ma soprassediamo).
  3. Il ritorno, la realtà. La prima settimana è stata faticosa, isterica e piena di malesseri: ogni singolo granello di polvere mi stava aspettando. Più volte e in diverse occasioni mi sono ripetuta: “sii come in viaggio, Ele, sii come in viaggio”. E in parte ha funzionato anche se solo come palliativo. Mi sono sentita tirata di qui e di là da piccole seccature e da grandi rivoluzioni (grandi nel mio piccolo). Mi sono sentita persa e abbandonata e poi ancora grintosa e decisa. Sono stata male pensando il peggio di me stessa. I miei soliti loop su quanto io poco valga, su quanto sia incapace – da lucida nemmeno riesco a ripeterli – e su quanto ormai io possa fare ben poco per rimediare a questo disastro di persona. So che tutto ciò non è necessariamente vero. Difficile rendere l’idea che non sia una lamentazione sterile: e più un fissare il vuoto. Sentirselo dentro e subirlo. È così che intrinsecamente mi sento, pur sapendo che la razionalità mi dice altro: “sbagli punto di vista” (dirmi che valgo o che posso cambiare non risolve i loop).

È passato un mese più o meno esatto di questo nuovo anno. Dal 9 gennaio a oggi. Un concentrato liofilizzato. Un mese che sono sembrati due anni e allo stesso tempo un mese che è un puntino piccolo, piccolo. Non riesco a riprendere in mano tutte le onde che lo hanno plasmato, tutte le centrifughe che mi hanno scombinato. Ho compreso, masticato e digerito cose nuove di me e degli altri. Mi sono sentita frustrata e delusa da me stessa. Mi sono vista ridere e scrivere. Mi sono sentita l’adrenalina addosso e la bellezza. Mi sono sentita utile. E inutile. Mi sono arrabbiata, mi sono congelata nei miei auto sabotaggi. Mi sono vista vivere e sopravvivere. Ho sognato e immaginato nuovi balli, nuovi viaggi. Nuove me.

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2 pensieri su “Nuove me

    • Sì, il viaggio mi aiuta a levarmi di dosso alcune paure dovute ad attese e aspettative.
      Mi ritrovo molto nel testo di Lontano da me di Fabi:

      “Dove nessuno sa chi sono e dove niente mi riguarda
      dove l’ignoto ha il suo profumo
      io vado incontro al mio destino seduto accanto a un finestrino
      e con in tasca un passaporto e all’orizzonte un nuovo viaggio
      con quella libertà speciale che ha solo l’uomo di passaggio”

      Mi piace

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