Primo giorno d’inverno. Le giornate si allungano

dandelion-445228_1280È come un filo annodato intorno a qualche organo interno. Due mani tirano le estremità e stringono. Rilasciano. Stringono. Poi arrivano valanghe di sassi piccoli piccoli. Anche minuscoli: si rovesciano tremando sull’organo annodato. Non stanno fermi se non per pochi istanti. Il tempo di una chiacchiera, un commesso che mi serve o una telefonata ma poi riprendono ad agitarsi, a scuotersi. A volte questi sassi piccoli piccoli desiderano fuoriuscire attraverso le corde vocali, si gettano fuori come forsennati, senza regole né mestiere, invadendo spazi altrui. Li freno, li blocco, ma scappano. Scappano sempre un po’, per dispetto o necessità. I fili liberi che annodano gli organi cercano invece di espandersi, di legare altro e altro ancora. Desiderano il contatto, la vicinanza. Vogliono tessere relazioni e stringere nodi, stringere altri organi. Diffondersi e stringere.

Se mi sposto più in alto, verso la gola, trovo un masso lucido e rotondo. Poi salgo ancora, salgo nella mente. Mi sento come una bambina che sta per essere sgridata. Sì, è colpa mia. Certo che me lo merito, l’ho combinata la marachella. Mi nascondo: il viso, le mani e infine tutto il corpo. Mangio schifezze capaci di neutralizzare sassi e fili e bambine sgridate per il tempo dell’ingurgito. Inizia il circo dei rimproveri. Non sono decisioni sbagliate: sono io essere sbagliata. I miei errori non sono errori: sono io stessa l’errore. Io sono i miei difetti, le mie mancanze o noncuranze, la mia immaturità. Non sono brava, non sono bella, non sono capace, non sono professionale, non so fare la cameriera e nemmeno la freelance, non so niente, non sono niente. Sono sbagliata. Il circo prosegue. Ridono di me.

Mi nascondo mentre i sassi sprofondano nell’organo annodato. Dentro e dentro, sempre più in profondità. L’immobilità mi sorprende mentre nella testa ogni scelta diventa un fallimento, ogni momento negativo diventa il tutto. La mia vita sembra inebetita. Nella mia mente dicono che non si muoverà mai più. Te la tieni così, cara. La bambina viene sgridata, i nodi si stringono e i sassi pungono da quanto sono ormai stretti l’uno all’altro e profondi dentro il cuore. La vita è immobile, congelata, incapace di spostarsi. Mi surgelo anch’io: le lacrime ghiacciano. La sfera nella gola si rigira stiracchiandosi e i fili vorrebbero trovare appigli. Appigli.

Il senso di colpa affiora tenendo in mano una lista di “volevo”. Volevo fare quel lavoro con amore, volevo scrivere un post su come preparare un viaggio: già, come si prepara un viaggio? Volevo cimentarmi nell’esercizio per la Nottola, scrivere per un concorso, volevo propormi, volevo mettermi a dieta, volevo sorridere, volevo fare, volevo leggere, volevo informarmi e volevo impegnarmi, volevo non essere in ritardo. Le cose sedimentano l’una sull’altra e io non le faccio: le inseguo, le rincorro, a volte mi sveglio alle 5.00 per farne alcune mentre tutto il resto porta sempre l’etichetta del “dopo”. I sassi premono, i fili hanno ormai fagocitato ciò che c’era. Nella testa il circo continua a mostrare la propria mercanzia. C’è chi vende inadeguatezza, chi autocritiche, c’è chi si cimenta in una danza del fallimento – sono l’attrazione principale e hanno anche una bella insegna al neon – c’è chi fa roteare cerchi di insoddisfazione e chi in un angolo si accartoccia su se stesso creando una forma geometrica strana, il senso di colpa. Non dovevo, dice. Lo urla per meglio farsi sentire. La tristezza sta al pozzo a bere un po’, senza nessuno a farle compagnia. Devo ospitarli per forza, non ho scelta. Faranno baldoria, mi metteranno la mente in disordine ma non posso cacciarli.

Nel frattempo prosegue quella sorta di congelamento. In biologia, se non erro, si dice “periodo refrattario”. Avviene dopo l’orgasmo maschile, ma anche nelle cellule nervose e cardiache dopo l’eccitazione. Nella fase di depolarizzazione e in gran parte della ripolarizzazione la cellula non può più essere attivata per un certo periodo. Io mi trascino. Mi obbligo. Alterno il circo alla refrattarietà. Alterno la sveglia alle 5.00 a tutti quei “dopo” che mi fermano. Faccio quello che devo fare sospinta da qualcosa che mi tiene. Cosa? Un nocciolino nascosto tra i sassolini e i fili stretti stretti. Un nocciolino di bene per me stessa che altri – a volte – chiamano a gran voce.

Oggi è il primo giorno d’inverno: le giornate iniziano ad allungarsi.

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