Andrà tutto bene

«Andrà tutto bene»

«E come?»

«È un mistero».

(Shakespeare in Love)

Stamattina, prima di andare a votare alle 9.00 con qualche anziano e il vuoto di una domenica mattina di dicembre, ho letto un post che parlava di piani B, di paura e di ansia lette tra le righe o magari appiccicate a quel post dal mio carattere. Il post trasudava quel senso di cedimento e di dubbio che ti può cogliere impreparato e stordire come una vertigine. Ho letto risposte molto decise e sicure.

Qual è la mia risposta? Ieri ho ritrovato dopo mesi una donna che chiede l’elemosina fuori dal Carrefour di Pavia. Abbiamo parlato un po’, dopo il sorriso inizia a corrugare la fronte e a dirmi che ha bisogno. Cerco di fare ciò che posso: a volte è un no, altre volte qualche moneta. Ieri le ho comprato due cose. Le è bastato dirmi che ha l’ansia e prende lo Xanax per convincermi e farmi sentire meglio. Perché alla fine è così che funziona: è un gesto egoistico anche quello, anche dare. Purtroppo o per fortuna.

Ho pensato alla mia ansia – che forse non è nemmeno giusto chiamarla ansia, anzi – dell’anno più “faticoso” della mia vita. E a quel post sul famoso piano B. Non sono brava nei piani B. Se mi fisso su qualcosa diventa l’ossessione del periodo. Non sono brava nemmeno ad approfondire: quel mio insistere spesso diventa sterile, come girare sulla ruota del criceto. Eppure, a dispetto del mio solito modo di procedere, sto tirando fuori delle risorse inaspettate: ossia la capacità di tamponare una perdita d’acqua e un’incertezza. Mi sto mettendo in moto per gestire il vuoto. Non importa se la strada sia sbilenca o un po’ più lunga del previsto – mi dico – almeno sto quasi in carreggiata, sto con gli occhi fissi e lo sguardo focalizzato, non inizio a roteare le pupille a casaccio facendomi prendere dal panico. Non è un piano B perché forse il piano B non esiste. Si tratta solo di aggirare frane, superare belve feroci, a volte attendere dietro a un riparo, in certi periodi si corre spensierati, in altri si arranca con la lingua a penzoloni.

Ho ripensato a un post sull’isola di Olkhon:

«La storia classica della mela non mi convince. Più che in due metà uguali, in alcuni casi è stata suddivisa in tanti pezzi differenti per forma e dimensione. Io sto andando a cercare questi pezzettini (o a spargerli). Quello sull’isola di Olkhon è, a quanto pare, particolarmente grandicello. Kuzhir non è bella. È un insieme di case di legno a disposizione casuale, terra, polvere, fango, buche, caffè, negozietti e furgoncini. L’isola non ha quasi niente, ma tutto contribuisce a renderla affascinante. Ho fatto colazione non al bar ma in famiglia, con zuppa di polpette e patate, insalata e tè con latte. Ho giocato a “mafia”, ho riso, sono uscita la sera con Masha, che gestisce l’ostello per la stagione estiva, per assaggiare un pesce marinato e per ascoltare la sua vita, scoprendo gli universali: appena mangia pane o dolci ingrassa e si lamenta. Mi chiede se tornerò la prossima estate o se penso di andare a Mosca quest’inverno.
Mentre passeggio per l’ultima volta con un sole caldo, sento un clacson e vedo mani che si agitano dal finestrino: “Bye Elenora”. Spasiba Olkhon Island»

Camminiamo tutti in cerca del nostro talento, della nostra capacità: non parlo di cose enormi o fenomenali (anche, per alcuni): essere genitore, prendersi cura di altri, essere empatici, raccontare, far sorridere, raccogliere lacrime, insegnare, appassionare, organizzare, vendere, emozionare, catturare, guarire, studiare, osservare…

Alcuni la trovano subito. Trovano questo tesoro molto presto e passano la vita a metterlo a frutto, magari senza nemmeno saperlo. Alcuni ci mettono di più, per altri si traduce in desiderio di essere o fare qualcuno o qualcosa e lo perseguono. Altri ancora ne sono inconsapevoli, ma camminano comunque verso quella direzione. Altri sono lenti, lentissimi e impiegano la vita a sperimentare, provare, assaggiare: a volte – purtroppo – senza soddisfazione. Per loro il cammino è una continua ricerca di pezzetti di sé. A volte ne mettono uno nella bisaccia e ne cade fuori un altro, oppure riescono a riempirla tutta per bene: ne scartano alcuni, quando appassiscono.

Per questo credo che non esista un piano B, ma un continuo cammino per prove ed errori, per tentativi e incastri. Un cammino che non riparte da zero, mai. Nemmeno quando fai qualcosa per la prima volta, perché è un “io” diverso da quello di prima. Si cambia lo sviluppo della storia, un po’ l’intreccio, ma mai l’attacco o l’incipit. Non torni indietro, nemmeno quando ti sembra di assistere a una regressione. E se anche ci si sente spaesati, bisogna aver fiducia nella nostra natura umana: varrà sempre la pena averla vissuta, anche se non si arriverà mai a un posto nel mondo o all’equilibrio. Anche quando ci si sente mediocri o si pensa di non eccellere.

Cos’altro ho da fare se non provare? Dicono che il tempo passi comunque.

 

 

 

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2 pensieri su “Andrà tutto bene

  1. Sono idee un po’ malinconiche, come a giustificare un sentirsi – talvolta – inappropriati.
    Ma questo è il mio pensiero durante la lettura. Il finale cambia tutto: il tempo passa comunque. Niente di più vero.

    Quindi tentare è già essere o diventare qualcuno o qualcosa.

    Un abbraccio!

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    • Mi piace che il finale abbia cambiato la percezione malinconica. Di sicuro non sono allegra, in questo periodo: al limite lo sono con riserva o per sdrammatizzare.
      Sentirsi inappropriati non è da giustificare, non trovare qualcosa o non sapere nemmeno cosa si cerca non è riprovevole. Il fallimento non è da condannare. Spero che questo passi, come messaggio.

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