Esercizio numero 6. Cartolina dalla Siberia

img_0914Che ci faccio io… ma dove…? Ah sì, sono sul treno. Il mio letto è sfatto, devo aver dormito… quanto? Che ore saranno? Questi stanno trafficando troppo, non riescono a stare fermi!

La cuccetta è piccola, in quattro… e se io volessi scendere? Aspetterò, intanto… ah eccoli i biscotti di ieri: no, merda, le briciole sul lenzuolo non ci volevano! Mi ci vuole un tè. Cosa sorridi, cosa? Sto aspettando che ti sistemi e non so come dirtelo. Sono russi anche loro, bene, mi divertirò. Ridono: avrò fatto qualcosa? Sono vestito? Sì, sì: sono tutto intero.

Bene, posso andare in bagno. La tazzina? Dopo, dopo vado al samovar.

Buongiorno, dico. Mi indicano pane, affettato, si indicano da soli e indicano me. Ah sì, il nome. Ecco. Ci vuole un nome. La nonna è gentile: gli occhi annacquati e la bocca ridono insieme. Aveva la parrucca, ora ha un foulard in testa. Assaggio l’affettato con un po’ di pane. Buono. A dopo. Come si dice: a dopo?

Nel corridoio ci sono gli altri, in fila o in attesa. Quello sta al finestrino ogni volta che lo vedo. Sembra uscito da un romanzo, uno di quelli sui marinai o i pirati, non so… non li ho letti. Moby Dick magari, ricordo… Achab? Questo qui ha la pelle che sembra un pezzo di terra secca con le crepe, sì, come quando non piove da tanto. E poi quel gilè sulle maniche corte, con tutte quelle tasche, da pescatore. Lo fisserei per ore, con quei baffetti e il viso asciutto. Cosa guarda? Le dacie? I tetti spioventi di legno che sembra bagnato e pronto a marcire? Ah, diamine. Ora mi incanto anch’io al finestrino. Ma no, andiamo a prenderci un tè. Sì, al samovar.

Devo leggere i russi quando torno a casa. Mi è sempre piaciuto Dostoevskij. Quella ha tutti i denti d’oro. Quanto è antica, ma bella nel suo addome pieno, morbido! Le foto dei nipoti, non c’è scampo alle foto dei nipoti. Mi indica l’anello al dito e indica me. No, non sono sposato. Non ho nemmeno figli. Sì, per la Russia sono in ritardo: me lo state dicendo tutti. Suo marito tossisce sempre, sputa, emette versi. Malato dicono. Beve di nascosto, fuma. L’addome è una palla davanti a lui. La barba è accennata, dalla camicia sbottonata esce il pelo bianco, più dei capelli. Non importa, non importa quasi nulla qui dentro. Nessuno schifo, nessuna puzza: niente può turbare questo circo. Mi sdraio, mi alzo, osservo, cammino per i corridoi. Pazzo? No, lascio che le cose accadano: due chiacchiere a gesti, un paesaggio, qualcuno che sa l’inglese. Il letto è la mia casa. Da piccolo, sì, con mia sorella: facevamo una galleria con i cuscini grandi del divano. Era la nostra casa. Ora il treno mi culla, è solo pomeriggio, credo, non so più il fuso. Dove siamo? Leggo, ci provo. Volevo un tè, forse mi alzo, forse vado al samovar.  Mi sdraio ancora, osservo in basso. Ma no, ecco, dove…

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...