Il mio posto nel mondo

img_2062Il ticchettio dell’orologio, le gocce d’acqua che cadono dal rubinetto nel lavandino. Tac, tac, tac. Sono rumori metodici, ritmati, precisi e meno precisi. Riescono ad assolvere due funzioni: mi innervosiscono o mi calmano. Mi danno ritmo. La goccia nel lavandino è più sorda, più grave. Ha un suono quasi caldo, ma è anche quel rumore che mi spinge ad alzarmi dal divano – dopo qualche tempo – per chiudere il rubinetto per l’inutile spreco . L’orologio lo sopporto. Se voglio dormire tolgo le pile. Sono in compagnia di questi suoni durante le serate solitarie nel mio soggiorno, tra la cena e la scrittura, tra un lavoro e un film, tra un’occhiata dispersiva a Facebook e quella serie tv insulsa che guardo per riposare. Oppure in ufficio, quando vado in bagno, il lavandino davanti a me sgocciola. E io mi rilasso.

Stavo riflettendo su questi suoni, su tutti quei suoni che mi solleticano il cuoio capelluto e generano ondate di calore nella mia calotta cranica, perché proprio ieri sera e stamattina ho sentito quella necessità di scrivere che è differente dalla scrittura giornalistica e narrativa. Ho sentito chiamarla terapeutica, ma a me non va giù questo nome. Credo che sia una scrittura simile a quei rumori, nei quali i miei pensieri fioriscono e appassiscono con fretta, rapidità, violenza, lasciando rimasugli qui e là. La scrittura di cui voglio sporcarmi oggi è una scrittura che svuota e riempie la mente. Come fare le pulizie e al contempo mettere ordine casa. In quell’ordine c’è il vuoto, ma anche il pieno. Il pieno dei libri al loro posto, le tazzine e i piatti che riempiono la credenza, i cuscini sul divano, i detergenti in bagno, il pigiama sotto il cuscino.

Ora, questa premessa così lunga denota una sorta di paura, di timore reverenziale per questo sfogo. Non so da dove partire. Come il ticchettio e la goccia: non sai mai quando sono iniziati. D’improvviso li noti. La tua mente si fa presente, i sensi si attivano e l’udito nota quell’incessante sgocciolare. Ti alzi e chiudi il rubinetto.

Parto dal centro, parto da dove mi accorgo di aver qualcosa da dire. Parto dai fatti.

Domenica ho partecipato a un workshop di yoga. Pensavo che fossero solo esercizi corporei di vario tipo – sapevo che sarebbe stato più dello yoga – ma non avevo idea di ciò che mi sarei dovuta aspettare. L’insegnante ha iniziato con un esercizio per conoscerci: dire il nostro nome accompagnato da tre parole che descrivessero il nostro sentire nel qui e ora. Come stai, ora? Cosa senti, cosa provi? Facile! Sono timida, ma curiosa. Sono agitata, quindi. Il cuore mi batte veloce perché attendo il mio turno. La conosco quella sensazione, anche per dire un nome. Eleonora. Sono stanca, mi duole un polpaccio, le gambe sono indolenzite e oggi – anzi ora – di stare nel mezzo loto non se ne parla proprio. Non importa il motivo: non so se siano state le lezioni di yoga di venerdì e giovedì o i 30 km di sabato. Mi fa male, lo registro e lo dico.

Un esercizio semplice che mi ha aperto i primi spiragli. Anche le altre donne partecipanti erano agitate. Non tutte, ma una buona parte. Altre donne erano tachicardiche, incuriosite, ignare. Non ero solo io. Altre donne erano stanche, accasciate, confuse, doloranti, tristi, speranzose. Eravamo tutte lì ed eravamo più simili di quanto potessimo pensare. Non conoscevo quasi nessuno, solo 3 di loro: una vecchia compagnia di yoga, una mia precedente insegnante e una mia attuale compagna di lezione. Così diverse e lontane… unite da una rete che si è fatta visibile lanciandosi un gomitolo rosso e tenendone un capo a ogni nome. Non posso procedere oltre nella descrizione di questo seminario, per rispetto nei confronti di tutte noi. Posso però aggiungere il pianto uscito a singhiozzo trattenuto, le lacrime che sentivo scendere e rigare le guance. Senza toccarle e spingerle via mentre immaginavo l’abbraccio di mio padre. Posso dire di essermi immedesimata, di aver sentito groppi e nodi e pietre. Di aver scoperto bisogni.

Il giorno dopo sono andata da lei. Dalla mia estetista, come la chiamo quando scrivo. Ho agito. Ho spiegato di cosa ho bisogno, spaventandomi io stessa. Ho bisogno di andarci meno spesso e di fissare una data, un traguardo, una meta. Ehi, eccomi. Non sono così sicura di questa scelta, ma la prendo ugualmente. Perché so di doverla prendere. Così inusuale, per me: che mi devo fulminare, innamorare, appiccicare addosso le cose per poterle scegliere.

Poi è divampata la sensazione di tutto ciò che deve uscire. Il non detto. L’obiettivo va fissato e raggiunto entro marzo. Quale? Quale cosa voglio sistemare di questo muro scrostato, bianco, fatiscente, un po’ storto? Perché ho pianto ieri? Cosa ancora non funziona? I pensieri iniziano a rotolare scomposti solo dopo, quando ci penso sul treno e a casa. Mentre sono lì si va spediti verso l’analisi puntuale e precisa del giorno precedente.

Di cosa ho bisogno? Mi gira in testa quella domanda Ci sono due vocine: quella del mio spazio libero e quella “ma, no diamine, non puoi, non devi. Non…”. Di cosa ho bisogno? Vorrei sentirmi amata per ciò che sono. Se faccio la cameriera, se faccio carriera, se so fare bene il mio lavoro, se sono mediocre, se medito, se ballo, se canto come una pazza sopra alle canzoni, se viaggio, se sto a casa, se mi sposo, se faccio figli, se figli non ne voglio, se non voglio compagni, se convivo, se vivo sola, se lotto, se mi arrendo, se ingrasso, se faccio sport, se dimagrisco, se sono in difficoltà, se sopravvivo, se sono insoddisfatta, se vado in terapia, se ho tatuaggi, piercing, se mi vesto male, se arranco, se sbaglio, se fallisco, se gioisco, se ho successo, se credo e se non credo, se sono come vorresti o se sono l’opposto. Non è accettare, rassegnarsi, fare spallucce e accontentarsi. È amarmi come sono. Razionalmente so che è già così, razionalmente la mia testa sa che devo distaccarmi da questa sete di approvazione.  E so che vorrei e dovrei dire le cose che tengo nascoste.

Ma dentro è che come se certe cose fossero così intrappolate negli strati più profondi che comunque riescono a far male, a far sanguinare ancora la cicatrice. Dentro c’è ancora quella persona che mi diceva di non cantare come un pappagallo, di non stare in ozio, di non fare la stupida, che quando a 15 anni sono tornata a casa dopo aver visto Grease dicendo di voler fare l’attrice mi ha detto che non dovevo dire stupidate, mi ha fatto capire che era sbagliato, ha sbuffato, ha usato un tono saccente e infastidito, che quando alle medie o al liceo dicevo di voler scrivere rispondeva che se fossi stata brava, bè, avrei già scritto. Che il ballo no – per carità – che il giornalismo: nemmeno sai cosa sia, cosa vuoi fare adesso, ma dai, sii seria. Che la laurea in psicologia era per conoscere me stessa e che la prima psicologa mi ha rovinato. Che l’Erasmus mi ha rovinato. Che smettila di fumare, che non vedi come sei grassa e che al mio tentativo con il solo strumento dell’epoca – la dieta più sbagliata del mondo – alla fine è stato un “ecco, te l’avevo detto”.  Aggiusta di qui, aggiusta di là. Come se avessi ricevuto dei colpi sottili per plasmare un vaso di argilla che vuole andare per i fatti suoi. Mi vedo come se ogni frase avesse agito da morbido scalpellino, ma su un terreno poco incline a farsi plasmare. Poi la resa e la capitolazione. E nuove posizioni, nuovi affanni, nuove delusioni dietro l’angolo. Tutto per la giusta causa della crescita personale, del miglioramento, del volermi bene. Ho sperimentato libera e indisciplinata, curiosa ed entusiasta, volubile e determinata?

Di cosa ho bisogno? Di non sentire più questa zavorra e la sensazione che tutto sia un macigno, una lenta ed esasperata lotta – non fatica, quella ci vuole – proprio lotta di prigioniera. Questa sensazione alla quale ancora non so dare volto, forma e nome. So solo che mi trattiene per i piedi e per le ali, mi fa sentire il vuoto, mi fa vedere un’incognita e un buco nero al posto del futuro e del presente. Mi fa rimuginare sul passato e mi fa sentire come se non fossi capace di…

Ho bisogno di sapere ciò che voglio, perché anche se a volte mi sembra di conoscere i miei obiettivi, in realtà mi sembrano così poco consistenti. Scrivere si è logorato nell’ossessione del giornalismo prima, senza successo, nella narrativa poi, in cui non so andare oltre 500 parole se va bene. Viaggiare è qualcosa di concreto ed etereo al tempo stesso, non costruisce ma distrugge, non getta fondamenta, ma le solleva, non forma percorsi, ma li improvvisa. Non fa conoscere, non rende visibile la meta. Quel dopo, quella consapevolezza che non sto costruendo un progetto – come può essere una nuova laurea, una famiglia, una carriera, una casa, una nuova abilità da imparare – mi fa atterrare sulla realtà. Potrò anche farlo quel viaggio. Sì, lo farò quel lungo viaggio per tanti mesi con lo zaino sulle spalle. Lo farò perché è il mio sogno, un obiettivo. Ma cosa vedo, oltre? Non dopo, intendo proprio: oltre.

A volte vorrei l’avventura della vita nomade, altre volte la determinazione di un lavoro codificato e recintato, stabile, che preveda competenze certe e matematiche, scientifiche quantomeno, magari sanitarie. In cui non mi sembra ogni santa volta di non essere capace. Come ora. Non sono abbastanza brava, non sono competente, non sono talentuosa. Mi vedo tornare senza niente, o stare altrove dove sento casa. Mi vedo iscrivermi a psicologia per cambiare di nuovo lavoro. Mi vedo scrivere e fotografare. Mi vedo con una famiglia mia. Un compagno, per lo meno: sarebbe forse tardi per un figlio (che non voglio, non prima di…), ma lo adotterei con gioia. Non lo so nemmeno se mi ci sento, come madre. Al momento sono certa di no, di non volerlo essere. Mai.

Ho bisogno di non fare più “la matta” a ogni cambiamento: naturale e fisiologico oppure desiderato e cercato. Forse i sintomi depressivi arrivano perché aspetto troppo. Da quando voglio una cosa, esigo un cambiamento, un salto di qualità a quando riesco a realizzarlo passa troppo tempo o forse non faccio proprio niente per ascoltarmi. Per due motivi: perché non ho ben chiaro che cambiamento desidero, perché anche se lo sapessi, di solito non conosco le azioni da compiere per arrivare da A a B. Ogni cambiamento diventa un travaglio e una ricerca spasmodica e inquietante. Una pallina da flipper che rimbalza di disperazione in disperazione, che poi a ben vedere sono solo bicchieri d’acqua. Oppure diventa attesa e impotenza. O ancora osservazione compulsiva e chirurgica delle vite e dei successi professionali altrui. Per andarmene da Inverigo, per vivere da sola, per cambiare casa, lavoro, per ogni cosa è stato un parto, una confusione, una lacerazione. Mi viene in mente un supermercato all’ora di punta.

Di cosa ho bisogno? Di un po’ di successo. E per successo intendo essere ciò che sono davvero, fare ciò che so fare bene, avere le mie passioni e i miei interessi e coltivarli con cura e senza affanno o ansia, vivendoli in libertà. Essere dove è giusto che io sia, dove sto bene senza fughe. Bene: sana, serena, normale. Non pretendo che tutto sia perfetto. Vorrei solo che qualcosa girasse, che mi sentissi a casa, nel mio posto nel mondo e dando al mondo ciò che posso dare.

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