Una scelta sensata e di ampio respiro

foto-13A volte va così: qualcosa grippa da qualche parte. In questi casi la scelta che posso compiere – che sia sensata e di ampio respiro – è una sola: fermarmi.

Vorrei invece fare, trovare, escogitare, cercare. Ma il risultato è pessimo: salto da una cosa all’altra e non in modo attivo, come quando ballo, poi cammino, poi inizio un corso di teatro e poi ho yoga….No. Solo virtualmente, solo nella mia testa o mentre cerco su internet qualche risposta a domande che non conosco o che sono adolescenziali, assurde, senza riscontri. Quando sono così leggo l’oroscopo, piango davanti a inezie, leggo le vite degli altri e spesso finisco per sentirmi in colpa. Ho tutto. Non mi manca niente.

Vorrei vivere in modo indaffarato, avere ogni secondo pieno zeppo di cose, tanto da dovermi svegliare alle cinque, così che io non possa riflettere, divagare e avere una pallina da flipper nella testa. Vorrei non sentire la necessità di iniziare ancora: un percorso, una strada, una via. Che però non ha nome e non so quale sia. Non esiste, quindi. Vorrei cambiare tutto e iniziare la mia ennesima nuova vita, come 3 anni fa, quando mi trasferii a Pavia. Vorrei essere quella persona che sa cosa vuole e come ottenerlo – o provare a ottenerlo – ma purtroppo ciò che so è esiguo ed effimero, incapace di farsi radice. Incapace quindi di fiorire e di richiamare le mie attenzioni affinché me ne possa prendere cura. Una cosa piccola. Una cosa reale e realizzabile.

La scelta sensata forse è arrendermi (ma non è una sfida)? O è più un abbandonarsi? Accettare ciò che c’è, ciò che sono (com’è difficile), fare i conti con i difetti, perché è con quelli che viviamo ogni santo giorno e sono loro a punzecchiarci. Fermarmi. Respirare. Continuare di giorno in giorno, facendo quello che esiste ed è qui, concreto e reale. Ché quello che non c’è, non posso farlo né inventarmelo. Vorrei cambiare, ma forse se non so cosa, come, dove, quando allora significa che mi manca l’attacco, l’incipit, le informazioni essenziali per iniziare un processo.

Sto giocando con la teoria, perché nella pratica poi sono un disastro. Non paziento, non resto, e alla fine mi chiudo e non colgo. Quando mi succede ripenso all’isola di Olkhon che mi ha stregata. Ho atteso. Ho camminato sotto la pioggia e ho apprezzato quei giorni di fango e acqua. Certo, tutto era nuovo, tutto era viaggio. Anche restare impantanati senza mezzi ha avuto il suo fascino. Molti sono tornati: uomini e donne conosciuti lì, in vacanza o in viaggio. Io sono rimasta. Ho controllato il meteo, ma sono rimasta e sono riuscita a visitare il lato nord dell’isola. Non è sempre così semplice, così automatico. Ma è una possibilità. Posso torturarmi la mente oppure fermarmi. Fare qualche lista di strumenti, possibilità, riserve, desideri e capacità… oppure solo fermarmi. Leggere, uscire, guardare film e lavorare. Se fatico a fare il semplice, posso accettarlo. Sapendo che non sarà così per sempre.

Stanotte ho sognato che stavo in un appartamento dai tratti regali, sembrava il Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo, o qualche struttura simile vista in altri viaggi. Mi ricordava più l’Irlanda, forse. I soffitti alti, bianchi, c’era del legno intagliato, delle rifiniture eleganti, era spaziosa. Ma io stavo solo in una zona. Tra stanza e corridoio. La porta era di quelle che nemmeno si vedono, confondendosi con la parete dall’interno. All’esterno forse era di pesante legno lavorato, come nelle Chiese. C’era un uomo a guardia della porta. La porta era aperta, di fatto, ma lui vegliava su di me. Non ricordo i tratti né l’età di questo signore, so solo che era vestito bene, come un dipendente di un bell’albergo. Come in Pretty Woman. A un certo punto l’uomo si allontana. E io posso sgattaiolare fuori. Lo faccio proprio così, con la schiena un po’ curva, come quando si è bambini in procinto di combinarne una. Come quando ci si nasconde a leggere. Come Sebastian in La Storia Infinita. Poi la scena si sposta, non so bene se sia lo stesso sogno.

Di stanze ne vedo altre due.

Un’enorme sala da ballo che però è chiaramente un capannone/palestra. Siamo in tantissimi, appiccicati e a coppie per ballare come automi la salsa. Dobbiamo imparare, seguo il mio partner che assomiglia a Kirk di Una mamma per amica. Poi cambio compagno: è un tizio davanti a me, basso, colori scuri nei capelli e negli occhi, saccente. Non riusciamo. Ci mettiamo in un angolo, riproviamo. La sala è pienissima, sembriamo formiche. Mi dice che non so fare nemmeno quella figura base… sì che la so fare, me la devo ricordare per forza! Me lo dice con calma, non c’è tensione, solo voglia di imparare. Ha anche un nome questa figura: nel sogno inizia per C, ma non credo che esista davvero.

Poi c’è una terza stanza, enorme e di legno. Tutta di legno. Spoglia. Ci abitava S.. Costruiva oggetti con il legno, colorati e giocosi. Mi dice che suo papà non le parla più da quando è rimasta incinta. Lui aveva 60 anni all’epoca e lei non si capacita della scarsa sensibilità che dovrebbe provenire dalla professione stessa del padre.

Ho sognato anche di stare su un bus, ma questo forse la notte precedente. Di dover uscire vestita male o come se fossi in pigiama. C’era un motivo, ma lo sapevo solo io. Mi vergognavo nel tratto da casa mia fino alla mia destinazione (c’era un’amica, ignota). Avevo dei pantaloni giallo sbiadito – forse con qualche disegno – e un enorme pile colorato.

Il sogno non si conclude. Forse non ha avuto nemmeno un inizio.

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