C’è una guerra

14196029_10154634519930209_5955755632386961293_oDesidero mille cose, senza realizzarne ed esserne mai nessuna.

Oggi, per due volte, passando davanti a due luoghi molto differenti – una vetrina di un negozio e un piccolo bosco – ho sentito l’odore della cabina dei bagni al mare, a Moneglia, quando ero piccola. Ci ho messo del tempo a capire che si trattava proprio di quell’insieme di sensazioni olfattive, ma poi mi sono convinta.

Sì.

Un misto di acqua salata, crema solare, il bagnoschiuma, le docce calde con i gettoni, il costume umido, secchiello e paletta, il sole che scotta e la sabbia che si appiccica, il bar a lato, la focaccia unta, lo stecco Sammontana, il bagnino carino e gli scogli là, in fondo. Queste cose hanno odori che si mischiano e arrivano alle narici tutti uniti, generando una singola percezione: quella della cabina dove ci cambiavamo mettendoci pochissimo all’andata, pronte per tuffarci in acqua – mia sorella e io – e forse un po’ di più al ritorno, tutte sporche e stanche.

La cabina ha un po’ di tutto, dentro, ma è “più della somma semplice delle singole parti”. Non è solo la crema solare o il cocco, né l’umidità o il costume bagnato. Non sono i ghiacciolini trasparenti o la sabbia. Tutto si confonde e tutto è. Come noi. Siamo più della somma delle singole parti.

Più della pigrizia, più della frustrazione e dello sconforto, più dell’egocentrismo, più del guizzo di entusiasmo e della instancabile voglia di lavorare, più del desiderio di solitudine, più della voglia di essere nomade e più del bisogno di stabilità e certezza.

Tutti questi “più” cozzano, si spintonano, si amalgamano come gli odori. Lottano. Si contraddicono. Si lamentano. Si guardano inorriditi e ridono a crepapelle. Più spesso fanno la guerra.

Da quando sono tornata dal mio viaggio, ormai più di un mese fa, ho sognato la guerra per due volte. Ho sognato una voragine a imbuto, a strati, con i colori del gran Canyon. Ho sognato che cadevo o che comunque affrontavo le bombe in esplosione nascondendomi, dietro o dentro un pulmino Volkswagen dai colori seppia, opachi, lontani. La percezione di qualcosa di cui rimane solo cenere mi ha accompagnato al risveglio. Io mi salvo: è come un videogioco. Ma non solo. C’entra anche il viaggio, come se fosse per lavoro, come se fosse un viaggio più pericoloso degli altri: che io so fare, gli altri no.

Questa guerra è interna ed esterna. Corrisponde a un momento di crisi, corrisponde a ciò che sono i miei limiti, le mie scelte sbagliate che accetto, le mie strade a fondo cieco e il mio girare sulla ruota del criceto. La guerra della procrastinazione perpetua: come se volessi quasi sabotarmi oppure per disillusione, per sfiducia in me e negli altri. Perché spesso non voglio salvarmi da sola.

Questa guerra corrisponde a una mia – forse – prossima meta di viaggio. Questa guerra rappresenta i miei opposti che giocano al tiro alla fune strattonandomi da dentro e creando scompiglio. La voglia di sicurezza e pace; il bisogno di adrenalina e novità; l’incessante mettersi in gioco, la stasi della pigrizia.

Dentro di me c’è una Eleonora nomade che viaggia e poco si cura della sicurezza: sa cavarsela, sa lavorare, sa mantenersi in ogni luogo con vari lavori semplici. Una donna libera, avventurosa, certa della sua incertezza e del suo continuo faticare e ondeggiare e vagare. Dentro di me c’è un Eleonora che sta sul lago Baikal un mese e che esplora la Mongolia da sola, che cammina per km, che scopre e che perlustra, che conosce e incontra, che si sopravvaluta. Dentro c’è la mentalità aperta, la tensione al cambiamento, la normalità della trasformazione perpetua.

Dentro di me c’è quella che segue le frecce e le conchiglie, che non sguscia via dal sentiero e non fa i fuori pista, che ha paura della sua ombra, insicura, timida, che non sa come e se riuscirà a mantenersi di anno in anno o di mese in mese, preoccupata, affamata di consensi, gratificazioni, complimenti, sicurezze, stabilità, casa e famiglia, che non comprende le sue potenzialità, che si arrende, che non ha voglia, che soccombe, che incassa, che frigna e si lamenta, che dice “non so come fare”, che non vede oltre, che sente solo l’ululato del vento e non vede le nuvole che sposta.

Dentro c’è lo stare perché non riesco ad andare e l’andare con la mente per non sentirmi statica. C’è una guerra, dentro.

E ora è anche fuori.

 

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