Il giorno in cui

Il giorno in cui Sabrina cominciò a fare sesso con chiunque e con più uomini in una notte, sua madre aveva suonato il campanello di casa sua, alle sei del mattino. Come l’avesse trovata, non riusciva a spiegarselo: dieci anni prima l’aveva baciata sui capelli, era uscita con indosso un tailleur gessato e un paio di decolleté troppo strette e non era più tornata. La mattina dell’apparizione – un sabato di febbraio – Sabrina non parlò molto. A pranzo provarono con qualche birra, per sciogliersi, ma uscirono solo frasi di circostanza e domande sulla vita concreta.

“Ora stai in un laboratorio chimico, vero? Al liceo andavi bene? Oh, io ho fatto la hostess, per un po’, e ho lavorato, sai? In uno di quei motel sulla statale, sì, quello marroncino con Olivia sull’insegna… come si chiamava? Ah brava, Popeye! No che non mi piaceva, raccoglievo preservativi, fai tu. Le vedi le mie unghie? Ora sono una rappresentante di cosmetici. Ero giovane, lo capisci, vero?”

Sabrina finì la sua birra.

“Devo andare, non vorrei…”

“Sì, scusa, hai ragione. Stasera…”

“Non ci sono, facciamo domani a pranzo?”

“Sì, per le…”

“13.30. Non venire da me. Ci troviamo qui. Scappo.”

“Lui è…”

“Non ora mam… Sonia. Magari un altro giorno.”

Sabrina raggiunse il ragazzo all’ingresso del locale, lo guardò bene per la prima volta e lo trovò infantile. Si era laureato da un anno, aveva trovato un impiego in banca e stava con lei da così tanto tempo, che ormai tutto il paese stava solo aspettando l’invito.

“Sembra tua sorella”, le disse. “No, ti giuro, avete qualcosa di simile, lei cosa avrà? 40 anni?”

Le mani mollicce, i capelli scuri e unti, il corpo privo di esperienza, di fibra muscolare, di abbronzatura e di sangue la disgustarono. Andò in motorino nella città vicina per raccogliere tre uomini.

Erano vecchi, brizzolati, avevano barbe ispide e camicie aperte, bevevano, fumavano, facevano lavori fisici. Uno aveva moglie e figli, l’altro un tatuaggio, il terzo era un ballerino. Provò per lui uno slancio di materna protezione. Non era bambino, ma era tremante e spigoloso. Parlava la nostra lingua con il lento balbettio degli stranieri. Sabrina andò da lui, su un materasso gettato a terra, sudicio di vomito rappreso, di birra, di liquidi biologici mischiati in un’orgia. Si spogliò completamente lasciando che la penetrasse.

Si risvegliò prima dell’alba, camminò nuda per la stanza e preparò un caffè tra le macchie di cibo e calcare. Il lavandino sgocciolava. Versò il liquido bollente e in punta di piedi andò verso il materasso. Appoggiò la tazza proprio sull’angolo, vicino al suo respiro. Osservò. Attese. La tazza non cadde: l’uomo alzò il viso di poco, strizzando gli occhi. A Sabrina non capitò più quella scena. Gli altri uomini venuti dopo, messi alla prova, avrebbero rovesciato la tazza facendo colare dai loro peli il liquido nero. Avrebbe dovuto attendere sei mesi affinché un altro riuscisse nell’impresa. Fu il giorno in cui Sabrina smise di scoparsi chiunque e sua madre le disse di aspettare un bambino.

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