Allenatore

clint-eastwoodClint Eastwood ha compiuto gli anni. Tra i post della scuola di scrittura della Nottola di Minerva, ne ho letto uno sul talento, l’impegno e la fiducia. Il legame tra queste due scintille è Million Dollar Baby.

Ho voluto rivederne alcune scene. Poi l’ho rivisto quasi tutto, crollando per il sonno e perché – in fondo – avevo già colto ciò che avevo bisogno di sentirmi dire. L’allenamento che paga, che soddisfa, che fa sentire vivi è un tema che ritorna spesso: nella vita, nell’arte, nei film, nelle esperienze personali. Ormai lo conosco. Ne conosco la bellezza, ma anche l’incapacità di sostenerlo.So che in alcuni casi, pur nella oggettiva fatica, allenarmi non mi è costato fatica. Altre volte invece mi distraggo, sfuggo, mi sento incapace. E in trappola. Mi sento come se non vivessi. Alcune volte vince il sonno o la procrastinazione, oppure sono in piedi senza accorgermi alle 5.40 del mattino.

Vado per tentativi. Di qualsiasi tipo di allenamento si parli, senza scomodare i campioni: scrivere, camminare, fare yoga, leggere, per qualcuno sarà ballare o cucinare, per altri è fotografare o nuotare. Non importa il livello. Importa che sia allenamento costante: che serva per migliorarci, che implichi ripetere e ripetere e fare e di nuovo ripetere e migliorare. Recentemente mi sono detta che nella mia carriera scolastica e – più o meno – in quella professionale, mi è mancato un mentore. Un maestro, di solito scritto con la M. Uno di quelli che in qualche modo abbia occhi diversi su di te, che ti indirizzi, che ti dia gli strumenti, che travasi una passione. Quei docenti universitari dai quali finisci per fare la tesi e con lo scalpello ti forgiano. Una di quelle figure che lascia quel ricordo un po’ romantico, un’impronta. La vedi e la riconosci, quella firma. Una parte di te è anche quella roba lì.

Poi ci ho pensato: no, a me serve un allenatore. Uno che non crede in me perché devo io essere io a credere in me; uno che mi dica che mi riposo dopo morta, uno che mi svuoti per poi riempirmi di nuovo, che mi faccia vacillare, ma mi dica come ci si allena. Ripeti, ripeti, ripeti. Non mi sto immaginando nulla. Nessuno sport, nessuna disciplina, nessuna arte o lavoro. Mi sto figurando questa persona, sto pensando a quanto avrei voluto averla e poi magari esserla per qualcuno, un giorno. Forse ne ho avuti tanti, senza accorgermi e nessuno mi ha portata lontana.Forse la maggior parte di noi deve fare senza. Forse accuso un po’ questo mio vivere da sola, viaggiare sola, lavorare quasi sola, andare al cinema spesso da sola. Spesso per scelta, perché a volte proprio ne ho bisogno (anche se sto re-imparando a gustare la bellezza della condivisione).

Vado, al solito, dalla mia estetista. Mi stendo sul lettino e mentre lei mi fa le unghie, io inizio a raccontarle di questa cosa qui. Riparto dal mio amore per Clint, nonostante l’età (ma è bello sempre) e alla fine lei, asciutta e calma, mi dice:

ma sai che non ne hai bisogno?
Come, scusa?
No, davvero… che te ne fai di un allenatore? Se non c’è, non c’è. Sii allenatrice di te stessa e basta (sottinteso: e non rompere le palle).

 

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4 pensieri su “Allenatore

    • Credo di sì, ma è necessario contestualizzare e fare qualche esempio. Le ripetizioni – quando cammini o corri – ti permettono di migliorare resistenza, distanze, tempi. Mi vengono in mente anche i solfeggi, alcuni passi di danza per chi è alle prime armi, ma anche scrivere richiede una buona dose di ripetizione. Yoga: miglioro facendo le stesse asana e aggiungendone di nuove. Certo, insieme alla ripetizione bisogna imparare qualcosa di nuovo, aggiungere tasselli e ripetere il movimento in modo corretto. Allenarsi a suonare un pezzo significa anche ripeterlo e ripeterlo. L’allenatore forse serve a questo: a ripetere nel modo giusto aggiungendo qualcosina ogni volta.

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      • A volte mi piace il paradosso, non mi ricordo dove avevo letto un racconto su un tizio che ripeteva costantemente lo stesso tempo in una gara. Strana cosa la memoria, non ricordo nulla del racconto salvo questo dettaglio. È interessante pensare alla ripetizione come parte di un processo creativo, molti scrittori e scienziati hanno delle giornate quasi rituali, estremamente ripetitive per certi versi. Quel lavoro quotidiano però gli permette di liberare la creatività. Forse la ripetizione permette di affrancare la parte cosciente del nostro io dagli aspetti tecnici. Per quanto riguarda il movimento, secondo me il miglioramento si ottiene quando il gesto diventa reversibile e stabile rispetto alle perturbazioni. È un’idea un po’ complicata da spiegare in due parole, magari se ti va una volta ne parliamo.

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