Pisa-Pavia

road-1235537_640Lunedì scorso sono tornata da Pisa, ero in auto con altre tre persone della mia età, sconosciute, e con mia madre. Abbiamo iniziato a parlare di noi per occupare quelle tre ore che avremmo condiviso in uno spazio piccolo. Mi hanno chiesto che lavoro faccio e mi sono ricoperta di tutti i complimenti del caso, senza nemmeno tentare di spiegare che a volte, anzi spesso, è tutto meno aulico e meno di successo di quanto appaia. Certo, ha qualcosa di affascinante.

Poi abbiamo parlato di viaggi.

Ho raccontato con un ritmo lento le mie esperienze, facendo sì che mi facessero domande. Ho parlato di luoghi, di metodi e di perché. Mi sono resa conto della molteplicità. Ciò che ho scelto, per qualsiasi motivo l’abbia fatto, mi ha spinto a escludere altro e a scoprire che è bello farlo. Quando scegliamo, le difficoltà sono legate a ciò che perdiamo, a ciò che lasciamo e abbandoniamo. Ripercorrendo con loro le mie tappe e sentendo dire che erano viaggi “con un senso” ho tratto quella solita linfa verdolina del consenso, del plauso e – in questo caso – si è aggiunto anche un inaspettato “unisci i puntini” provvisorio.

Ha fatto bene a me e credo anche a mia madre. Perché ha visto altri modi di vivere. Da un lato la somiglianza, dall’altro l’unicità. Il conforme e il non conforme come lati della stessa moneta.La mia età rivisitata nel tempo presente, nell’attuale: con le contraddizioni dell’essere ciò che si vuole, delle opportunità, della crisi, dei soldi, del mutuo, dell’affitto, dell’auto, di figli che ci sono o no, di lavori passionali o no, presenti o assenti, di solitudini e  convivenze. Di viaggi: interni ed esterni.

Martedì mattina, invece, ho sentito quella roba serpeggiare. Non la solitudine che amo, ma quella che ti fa sentire solo. Solo come un’isola. Non come un arcipelago con qualche ponticello. Ho sentito di nuovo quella sensazione che uno – giustamente – mi potrebbe dire: c’è gente che muore. Gente che vorrebbe vivere e muore per una malattia, un incidente, una guerra. Gente che ha perso figli. Gente senza lavoro, senza soldi, senza dio. Eppure ciò non scalfisce in alcun modo quella roba che appare nella mia testa di tanto in tanto. Una cinepresa , un sipario che si alza, la pillola blu di Matrix, un momento di lucidità effimero nella normale quiescenza: quindi il vuoto, la sensazione che non ci sia alcun senso. Nessun senso. Che io non abbia un posto nel mondo. Vorrei essere troppe cose, vorrei fare troppe cose. Mi sento in balìa tra “lasciare che le cose accadano e fare di tutto perché cambino”, tra la gratitudine per ogni istante, l’accettazione e il vaffanculo che precede l’azione.

Dobbiamo davvero ringraziare sempre e tutto e comunque? E sentirci in colpa per le nostre meschinità da viziati e i capricci di chi forse avrebbe anche tutto? Mi torna in mente David Foster Wallace. Sì, perché io lo capisco quando parla di suicidio. Non so come dirlo senza sbagliare parole, ma a volte, quando si alza quel sipario e parte la cinepresa e prendo la pillolina ecc… io ho come la sensazione di averlo già fatto o che lo farò, che morirò così. Per mano mia. Non sarei capace e ho rispetto per la vita. Ma quella finestrella si apre e io non so che farci. Dura poco. Quasi è impercettibile.

Sebbene io soffra all’idea che una persona si tolga la vita, capisco queste parole di Wallace: La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. 

Inutile dire che ne è scaturita una settimana tutta inviluppata e aggrovigliata intorno a riflessioni melanconiche. Alcune vuote, altre acquose, patetiche, inutili. Ho ritrovato il baricentro in modi diversi:  vita pratica,  tappe del mio prossimo viaggio,  fare il lavoro più che pensarlo, camminare, ballare, andare dall’estetista, andare al cinema, ridere con l’amica. Il posto nel mondo può essere anche “solo” tutto questo?

Ho scritto queste righe a tempesta placata, come piccolo promemoria ego-riferito. Ma ce ne saranno (e ce ne sono stati) di grovigli!

 

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3 pensieri su “Pisa-Pavia

  1. Ci sono molti spunti di riflessione in questo breve testo, la prima è quella sensazione, che forse ci accomuna, di bluffare un po´ parlando del proprio lavoro che all’ascoltatore può sembrare oscuro e affascinante, e che, se ci prendiamo al gioco, può sembrare sia una definizione di sé. Come se l´identità, di cui parlo un po´ qui
    https://flowandlearn.wordpress.com/2016/04/27/fuori-tema/
    fosse la risultante delle conoscenze.
    L´altra è la riflessione sul senso d’inutilità che fa da contraltare all´identità pubblica, il serpente che non attacca quelli che ¨soffrono¨ davvero, perché sopravvivere è quello a cui si pensa quando ci si sente morire. Il suicidio in quest´ottica diventa l´estremo atto di libertà che permette di appropriarsi dell´inutilità dell´esistenza.
    ciao

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  2. Figurati! Per una strana ragione, forse essere entrambi umani, alcuni dei tuoi post mi hanno colpito molto perché, anche se in modo meno articolato, avrei potuto scrivere cose simili.
    Ad esempio quello in cui parli della bulimia visiva…

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