Conforme

Dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior

 De André

stained-glass-1181864_1280In anticipo di un’ora, la sveglia alle sette che poi sono le sei, per paura di perdere il treno. Entusiasta per un venerdì sera denso e pastoso davanti a una birra e a una nuova amica; dietro a due occhi di quelli che sorridono e piangono insieme perché si parla di Cammino. Arrivo davanti alla libreria, agitata: conoscerò Paola e Ivano. Non mi preoccupo della me timida perché so già che stamattina lo spazio è suo. Non sono quella aggressiva, spigliata e iperattiva di altri momenti. Sono quella che si beve tutto ciò che ama.

In me convivono troppe robe accatastate, ci sarebbe bisogno di ordine, ma al momento non se ne parla.

Ci sono scatole di crepuscolo – ormai lo chiamo così e ormai chi se ne vergogna più – e di risvegli pesanti con tutte quelle pippe mentali. C’è la sensazione che debba succedere qualcosa di brutto, come un che di deciso e di appeso sopra la tua testa, sorretta da signor fallimento (o almeno la sensazione della sua presenza) che se la spassa con “so-cosa-non-voglio” a sua volta amico intimo di “è-tardi-per-ciò-che-credo-di-volere”. Ci sono inadeguatezze e sensi di colpa, perché in fondo sei fortunata e non è che ti manchi chissà cosa. Ci sono sacche di senso di vuoto, bassa pressione, critiche e brancolamenti nel buio. C’è un tizio che sbuffa e che ordina al bar una strategia e un po’ di decisione: ma queste non arrivano. Dicono che hanno esaurito le scorte.

Aperta la porta della libreria mi sento piccolissima. Io che da bambina mi nascondevo per leggere, che preferivo le domeniche nei libri a quelle in oratorio a giocare, che adoravo la mezz’ora di lettura mattutina in classe, che impazzivo per Strogoff ed Euridice. Io mi sento ignorante, incompetente. Non sono più quella che ha questa passione e qualcosa sa: in questo contesto il mio leggere è disordinato e poco studiato. Ondivago. Da giovane lessi anche Coehlo e Volo, la Tamaro, lessi mediocrità e schifezze. Non riuscii a finire Anna Karenina, ma per Il Conte di Montecristo ci misi pochissimo, come drogata. Mi sento come se potessi sbagliare a prendere un libro in mano. E di nuovo compare un tarlo: la mia incapacità di approfondire, il mio continuo saltellare di qui e di là, senza fermarmi. Senza fermarmi troppo a lungo. Come se mi mancasse l’aria, se lo facessi.

Mi succede con alcuni autori – ma non con tutti – con le città in cui viaggio e nelle quali non posso fermarmi o rallentare, ma devo camminare, camminare, visitare, fare, cambiare. Con le relazioni. Mi capitò con le materie scolastiche, con l’università, con il lavoro in parte. Liceo classico e biotecnologie. Se sono in SOS non sono una delle più esperte, se ballo sono tra le più scarse, se leggo e mi ritrovo con chi lo fa di mestiere, ecco… non posso competere, se cammino sono appassionata, ma non sono (nel gruppo) la più informata di tutto. Riesco a farmi valere solo se parlo di ambulanza con chi balla, di ballo con chi legge, di Santiago con chi non lo ha ancora fatto, di libri con chi preferisce il tennis. Mi difendo con lo yoga, forse con i viaggi e alla fine qualche consiglio sul Cammino lo so dare.

Non mi sento esperta e qualificata. Mai abbastanza. Mai in modo tondo. Accarezzo le copertine dei libri solo con gli occhi. Quel mio essere superficiale torna a premere, facendo spallucce. Dunque. Sono arrivata un’ora prima per produrre questi tre pensieri: ho il crepuscolo, sono superficiale, vorrei fare e fare altro.

Attendiamo Ivano, mentre Paola e io parliamo un po’. Quando arriva mi siedo e lascio andare: un tempo non avrei accettato la mia timidezza. Ora so che va bene così. Introversione e timidezza – se non mi impediscono di vivere – non sono un male. Insofferenza per le chiacchiere vuote, per le riunioni, per la mano alzata: va bene. Sei tu. Questo te lo devi.

La presentazione del libro mi risponde. È un divagare e un cullarsi tra due voci. Queste voci parlano di pelle e di superfici. Dicono – o a me è sembrato che dicessero – che la superficie è uno strato con un suo spessore, che l’inchiostro impregna la pelle proprio perché lei ha una sua profondità. Perché trattiene.

Tocco con il pensiero i miei tatuaggi: a sinistra una frase a spirale che mi rende forte a partire dal mio crepuscolo. A destra farfalle e libri e molto di più. Sulla schiena, centrale e in alto c’è lei, la conchiglia di Santiago. Dicono che la pelle protegge: certo, lo sappiamo, ma nessuno pensa mai a quanto l’assenza di pelle sia incompatibile con la vita. Demetrio parla degli ustionati – e non casuali, quelli di Torino, della ThyssenKrupp, quelli del suo libro – dell’assenza di pelle, del loro essere vivi, pienamente vivi, ma condannati a morte. Queste voci dicono che la superficie viene prima. Queste voci riabilitano la superficie.

Non basta. Le due voci mi ricordano delle cadute, quelle profonde. Parlano di Olocausto, di dolore vero. Di gente venuta al mondo perché al momento della selezione il loro padre era a pulire i cessi. E pulire i cessi li ha salvati e perpetuati. Parlano di una lacerazione, di un distacco tra corpo e umanità, di male inflitto e subìto: da quel miscuglio di sangue, ossa, lacrime si genera qualcosa in grado di risalire. Piano, strisciando all’inizio, aggrappandosi poi, e infine volando. Per questo non abbiamo più le ali? Il mio crepuscolo si agita sulla sedia. Sì -gli dico – sei stato la cosa più utile della mia vita, mi hai donato due ali. Piccolissime, quasi impercettibili e atrofiche, ma lì. Avendo io tutto, crepuscolo, tu sei stato anche il dolore più grande. Hanno ragione: che misura ho della sofferenza? Che senso ho del dolore? Lo dico senza giudizio di me e degli altri, come semplice presa di coscienza.

Poi si squarcia l’aria con la bellezza del fare. Io ho già gli umori accesi, come quelli ormonali: questi però sono generati da parole, che sono significati, che sono nelle teste e nelle vite di altre due persone sconosciute. Le mani sporche: ripenso all’olio delle acciughe in pizzeria, al liquido dei pomodorini, al nero delle teglie da pulire a fine giornata. Le mani sporche: ripenso ai guanti in lattice blu, al vomito, al contatto indiretto con altre mani rugose, al freddo della plastica monouso. Mani in movimento: ripenso al servire alle feste del volontario, alle patatine fritte per ore, ad asciugare stoviglie, alle catene per rendere più efficiente il lavoro, al fatto che lavorassimo per ore soddisfatti e stanchi per una causa. Niente soldi, una causa. Quanto mi appassionavo!  Ripenso a quando ho bisogno di camminare. O di ballare. O di sentire la potenza delle asana. 

Ritorno a casa dopo un paio di abbracci che usano mani, braccia, petto e labbra. Paola mi fa sentire il suo calore. Il treno si ferma a Garlasco per 50 minuti perché si è rotto un passaggio a livello. Non mi importa. Cambio mentalmente i programmi, mi rifaccio un itinerario: Mariangela, spesa, casa. Aperitivo con Silvia. Chiamo mia madre, non leggo: uso quel tempo per il niente. Per pensare e scambiare due chiacchiere con una sconosciuta. Riesco a caricare per poco la mia personale batteria della serenità: qualcosa – non so cosa – sta buttando palate di carbone in una stufa che si infiamma, così che sul vetro si formano lentamente alcuni aloni nerastri. Grigi. Scuri.

Marie Kondo mi ha insegnato l’ordine. Un metodo per restare ordinata. Non per fare ordine e basta né per esserlo. Tra gli insegnamenti, due sono fondamentali: buttare ciò che non dà gioia e far sì che ogni oggetto abbia il suo posto condiviso con tutti i suoi simili (tutti i detersivi a prescindere se siano per bagno o cucina vanno nello stesso posto, per esempio).

Devo ancora trovare i miei simili e il mio posto. Sto ancora buttando.

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