Episodio tre. Il furto

alcedo-atthis-881594_640Quanto destino c’è e quanto libero arbitrio? Cosa spinge verso un luogo, una scelta, cosa ci fa scartare le altre possibilità? Il cammino è ciò che conta, la meta ha solo un significato simbolico. Senza meta non faremmo mai un passo. È ciò che rende importante il cammino ossia fatica, sfide, difficoltà: sono loro ad affascinarmi.

Amo il pezzo di puzzle che si incastra, i puntini che si uniscono a posteriori. Non disdegno la scia lieve e morbida con la quale avvengono certi passaggi. Percepisco il “click” di alcuni momenti, anche quelli banali, alternati alla fatica fisica e mentale per arrivarci.

Sono trascorse tre domeniche, due settimane di viaggio: diciassette giorni – come mesi – in cui conosci gente, luoghi, trasporti, cibo, consuetudini e lingue. Il tempo diventa pasta per la pizza, si distende e dilata. Tu cambi. Ho superato metà percorso, manca l’ultima città – Rio – e poi Ilha Grande e Paraty.

Dal giorno dell’aggressione gli ingranaggi interni si sono trasformati e incastrati più volte, come a voler trovare il posto più comodo in cui continuare a funzionare dopo essersi trovati fuori dai binari. Una donna sola, bianca, con un cellulare in mano per scattare foto non avrebbe dovuto stare su una spiaggia semi deserta durante un giorno feriale, un sabato di nuvole nerastre. Ma facciamo ordine.

Minacciava pioggia quella mattina, ancora più di quando arrivai a Salvador de Bahia: un giovedì, dopo essere stata nella Chapada Diamantina. Ogni brasiliano mi aveva ripetuto la stessa frase: stai attenta, in quella città. Tieni i soldi protetti, via il cellulare e stai solo nel centro – nel Pelourinho – dove ci sono poliziotti e militari. Ero partita dunque guardinga e in tensione. I muscoli pronti, l’energia raccolta nel mio corpo – come il bacino di una diga – per liberarla nelle azioni tipiche: scegliere un ostello, visitare, conoscere, stupirsi. Quel sabato mi svegliai presto con in testa la voglia di spingermi su una spiaggia. Arembepe: quella degli hippie e di Janis Joplin; Itacarè, l’isola suggerita dalla cuoca Vanda; oppure la più classica Praia do Forte. L’olandese incontrato nella Chapada mi aveva consigliato Itapua e il suo faro.

Vanda mi stava parlando, nel suo portoghese lento e calmo, ricordandomi le cuoche materne di alcuni film americani. L’ostello era ricco di personalità: Paolo mi aveva accolto al check in masticando parole in inglese secco, abituato a viaggiatori ben diversi da me. Alberto era più socievole, capello lungo e bianco, asciutto e magro nel corpo. Barbara era un’argentina da villaggio turistico e dai colori di Desigual. Non ascoltai Vanda. Per Itapua ci volevano solo 40 minuti di autobus lungo la costa, c’era un faro, un mercato, il tempo era incerto. Fui spinta là, verso quella destinazione che avrebbe influito poi, anche facendo il possibile per evitarlo, sulla mia fiducia in quella città, ma soprattutto in me stessa.

I giorni precedenti avevo visitato il Pelourinho, pieno di polizia e case colorate, negozi di souvenir e la sensazione che il patrimonio dell’Unesco fosse un bel modo per non vederla, quella città. Scesi nella città bassa. Con attenzione percorsi una via in cerca di un contatto avuto mesi prima da una pellegrina tedesca che transitava per Pavia in bicicletta, lungo una specie di sua personale Francigena. Camminando entrai in una vietta dove intravidi un mercatino di colori, sapori e suoni. Sostai davanti ad alcuni punti di interesse, una piazza, qualche edificio particolare. La mia ricerca non andò a buon fine, ma avevo visto un pezzo della città abitata. In quei due giorni andai anche a Bonfim, a Farol da Barra, al Mercado de Sao Joaquim utilizzando i loro bus urbani, a un rito Candomblè e feci il free walking tour: una gita a piedi gratuita per scoprire la parte non turistica di quel Brasile più pericoloso. Non uscire dal Pelourinho – per me – fu come dirmi di farlo in qualsiasi modo.

Il tizio del free walking tour voleva far conoscere davvero la sua città: quando il turista cerca di uscire dal Pelourinho viene spesso ricondotto dentro da poliziotti compiacenti con i negozianti, interessati a vendere. Lo stesso tizio mi galvanizzò non poco sentendomi raccontare quanto fossi stata capace di andare a zonzo: you are brave! Alone? You are brave! Il giorno dopo, convinta che il pericolo fosse sopravvalutato, commisi una serie di errori di valutazione.

Arrivata a Itapua mi lasciai subito coinvolgere dal mercato, prima di raggiungere la spiaggia sovrastata dai nuvoloni della pioggia di stagione. Mi diressi verso le nubi cariche e minacciose, camminando. Il faro stava alle mie spalle, volevo raggiungere un’altra spiaggia sentita in ostello, senza sapere bene dove fosse. Lenta, sola e con le infradito in mano attraverso sabbie, scogli in vista e gruppi di pescatori, continuai a fotografare. Mi riposai sulla sabbia per poco tempo a leggere e a scrivere, poi proseguii nel cammino anche quando la gente, già esigua, non si diradò per sparire del tutto.

Decisi di ritornare, passando attraverso la strada, ma ebbi la sensazione che non ci fosse un’uscita vera e propria. Incontrai una donna che mi disse a gesti che l’uscita era un po’ ovunque: dovevo solo dirigermi in una delle stradine invisibili alla mia sinistra, dalla parte opposta al mare. Sarebbe stata un po’ lunga, ma si riusciva. La ringraziai e proseguii: invece che prenderla più indietro, decisi di sfruttare ancora qualche passo. Non sentii nulla. Nessun segno, nessun avvertimento dei miei sensi di solito più accesi, in viaggio. Non mi feci invisibile, come sempre. Una donna bianca, sola, con un cellulare in mano.

Sentii un colpo sulla schiena, sulle spalle. Come di qualcosa che ti viene addosso, ma senza farti troppo male. Come una svista, uno scontro fortuito. Sentii la donna urlare: si fermò poco distante da me. Sentii afferrare, tirare, spingere e d’istinto opposi resistenza, trattenendo il cellulare tra le mani. Poi caddi sulla sabbia, subito, pensando non sta succedendo a me. Il coltello nero, quello per aprire il cocco, lo vidi uscire e distendersi in alto, mentre io con le mani stavo frugando nel marsupio per dargli i soldi. Dinero, dinero, dinero mi sembrò di sentire, mentre il coltello era là, inconsapevole. L’uomo si voltò verso la donna dal tono supplicante e le rispose qualcosa. Non sentii e non vidi. Provai sensazioni rapide. Ricordo un cappellino in testa, una camicia, le mani scure. Non era giovane. Si prese quello che avevo e scappò ruzzolando sulla sabbia.

Mi alzai. Fredda e lucida. Scossi via la sabbia e corsi verso la donna. Solo correndo iniziai a sciogliermi e solo davanti a lei iniziai a piangere. Iniziò a piovere. Mi ritrovai fradicia, spaventata con lei che sciorinava litanie in portoghese. Volevo parlare in italiano, mentre lei continua a ripetere grazie a dio nella sua lingua. Penso che abbia invocato qualsiasi santo, Iolanda. Il mio personale angelo. Mi scrutò per capire se avessi ferite, ma c’era solo un lieve filo di sangue sul dito. Piansi così tanto che mi dovetti quasi scusare, non riuscivo proprio a fermarmi. Lei parlava… pensava che senza di lei sarebbe finita ben peggio, mi aiutò a prendere un bus, ché in quel momento avrei voluto solo accasciarmi, riacquistai energia e andammo insieme in un internet caffè per cercare di bloccare bancomat e cellulare e per riuscire a sentire qualcuno.

Ritornai all’ostello pensando che quell’episodio non avrebbe influito. Sapevo come fare. Sensi di colpa e insicurezze mi avrebbero di certo accompagnato per qualche giorno, fino a Rio e chissà…, ma dovevo accettarlo. Nel pomeriggio uscii subito da sola, andando al Mercato Modelo dove un uomo mi disse di non essere triste. Saltai invece lo spettacolo di Capoeira serale. L’indomani fui guardinga e mi sentii sollevata quando incontrai la coppia francese con cui trascorrere qualche ora e infine mi regalai un pranzo di lusso. Andai all’aeroporto, il lunedì, con gli autobus urbani, senza paura e passando da Itapua, guardando dal finestrino il lungo mare con il sole. A Rio cambiai le prospettive: decisi di dormire nel tranquillo quartiere di Ipanema e di lasciar perdere le favelas (anche se comunque ho attraversato in auto Rocinha). Poi quella sensazione di pericolo passò, con calma: è rimasto solo un punticino in quel viaggio che fu una meraviglia.

Prima di tutto questo, al rientro in ostello, Barbara mi accolse con una caipirinha e mi presentò Chris, Martin e sua moglie. Un tizio svizzero – per tirarmi su di morale – mi disse di essere stato per due anni in prigione in Cambogia. Conobbi anche altre giovani donne grazie a quest’episodio e mi calmai raccogliendo le loro storie, come un retino da pesca.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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