La morte violenta

Sono qui per testimoniare. Devo ricordarmi tutto. Senza parlare in fretta.

I pensieri di Emma, in attesa in quella stazione di polizia spoglia, si agitarono sotto sguardi maschili e autoritari. Gli stessi che avrebbero dovuto interrogarla di lì a pochi minuti.

Che poi aspetta, dov’ero? Ero in una sala d’attesa bianca, con una donna compassata e un tizio troppo alto. Lo devo dire?

Si portò la mano alla bocca e iniziò a mordicchiare la pelle intorno alle unghie, provando quel piacevole dolore che allevia l’ansia.

Uno degli uomini le fece il gesto di avvicinarsi.

Ecco, è tardi, tocca a me.

«Si accomodi Emma. Io sono Sergio. Posso darle del tu?».

«Sì, certo. Posso iniziare?».

«Nervosa?».

«Spaventata, direi. Vuole sapere cosa ho visto?».

Il poliziotto fece cenno di sì con la testa.

«Dunque, con me nella sala d’attesa ricordo un uomo tanto alto che non potevo guardarlo, sa, mi ricordava il mio attaccapanni, mi veniva da ridere e non sta bene farlo in faccia alla gente, non trova?».

«No, aspetta. Prima il treno. Lo sai perché era in ritardo?».

Emma sembrò indifferente alla richiesta di Sergio e proseguì.

«In sala c’era anche una donna vestita a lutto, vecchia, appoggiata alle spalle di una bella signora. Ho avuto paura. Si è alzata ed è venuta verso di me. Per carità! Ma non ho visto altro, mi creda».

«Emma, per favore, cerca di ricordare. Sai perché quel treno era in ritardo, vero?».

«Mi dissero che aveva preso fuoco qualcosa, sono uscita proprio in tempo per vedere brandelli di stoffa bruciare lungo i binari e sulle banchine. Sì, stoffa colorata. Come possono aver bloccato un treno?».

«Hai visto solo stoffa?».

«Ha chiesto lei, no? Io ricordo questo piccolo incendio, ma soprattutto ricordo quella vecchia rugosa e nera. Quando ha capito che il treno non sarebbe più arrivato, sa cosa ha fatto?».

«Dimmi», rispose il poliziotto spazientito.

«È scesa dalle spalle della signora ed è venuta da me! Ma chi la conosceva? Mi faceva una paura».

«Senti, non mi stai aiutando. Torna a casa, ma stai a disposizione. Chiaro?».

«Non volevo farla arrabbiare. Lo spilungone, è stato lui a dirmelo: il treno ritarda per un incendio. Ghignava, con le mani in tasca. Sembrava proprio il mio attaccapanni marrone scuro. Comunque, in fin dei conti non è affare mio se un piccolo incendio crea scompiglio».

Emma se ne andò lasciando Sergio concentrato alla sua scrivania. Un treno in ritardo è una faccenda normale, che se la sbrighino loro, aveva pensato stupefatto quando aveva ricevuto la chiamata, quella mattina. Arrivato in stazione, si era impietrito davanti alla stoffa bruciacchiata di una gonna ampia, di una camicia da uomo, di un piccolo pigiama macchiato di latte proprio sul pancino. No, era una brutta storia, lo aveva capito subito.

Accanto a lui vicino al passaggio a livello bloccato, mentre cercava un modo per raggiungere i rimasugli dell’incendio, si era fermata una Panda vecchissima, rossa, con una pezzuola per chiudere il serbatoio della benzina. Quella macchina era illegale da più punti di vista. Uno spago aiutava la portiera a chiudersi. Sergio aveva liquidato l’autista della Panda con il dorso della mano, senza nemmeno bestemmiare, com’era solito fare.

Il poliziotto aveva quindi superato il passaggio a livello: aveva scorto poco lontano il capannello di uomini in divisa e vi si era diretto deciso. A un certo punto si era trovato vicino abbastanza da vedere i tre corpi carbonizzati, dai quali però aveva spostato subito lo sguardo. Aveva invece, come d’abitudine, registrato la situazione esterna, l’ambiente. Il campo di roulotte lì accanto era la residenza di quella famiglia. Tutti si erano chiesti come fossero finiti su quei binari, vicini alla sala d’attesa, ma protetti alla vista dei passeggeri grazie a una curva che aggirava la collina.

Riflettendo su quei momenti e sulle risposte di Emma, pensò di dover cercare lo spilungone e la signora elegante e sperare che qualcuno fosse arrivato a piedi proprio da quella via che costeggia il campo nomadi. Emma era in ritardo, quella mattina, e avrebbe potuto aver visto le fiamme. Ma no – scosse il capo – nemmeno si era resa conto dei corpi.

«L’abbiamo vista arrivare di corsa. Mi fissava e poi spostava lo sguardo, tra me e la signora, quella lì, la vede. Siamo tutti qui», spiegò lo spilungone a Sergio, chinandosi un po’ in avanti, mentre le sue mani giocherellavano con il vapore che saliva dalla tazza di tè, nel freddo della sala per gli interrogatori.

A volte anche i poliziotti cercavano di mettere a loro agio i testimoni. In realtà erano tutti desiderosi di dire la loro. Protagonismo, forse, più che voglia di dare una mano. Il poliziotto ne aveva viste di scene di zelo eccessivo, eccome, pensavano tutti di essere a un talk show, sempre, ogni santa volta.

«Ero seduta all’estremo opposto – la signora gesticolò tenendo una sigaretta spenta tra le dita, come se il divieto la spazientisse – la saletta è piccola e lei ci fissava, con quell’aria colpevole e agitata. Io non le piacevo. Ne sono certa. Forse la terrorizzavo. Che dice scusi? Una vecchia sulle spalle? Come le viene in mente!».

Sergio pensò che qualche prova a carico di Emma in fin dei conti ci potesse essere: la confusione, il senso di colpa. Sì, l’avrebbe mandata a chiamare: forse non era stata lei, ma magari aveva visto qualcosa. Emma era ben nota in paese, per le sue stramberie. E poi poteva sempre mostrarle quell’orecchino, magari si sarebbe ricordata di un particolare. Emma si stava vestendo controvoglia, parlando da sola a quello specchio nemico e cercando con furia un orecchino introvabile, quando il telefono squillò. Era Sergio.

Ma certo! Loro pensano che sia stata io – pensò Emma infilandosi un paio di jeans in fretta. Non possono prendermi, io non c’entro.

Tornò a mordersi la pelle intorno alle unghie, in modo spasmodico.

E se fossi stata io?

Il dubbio di essersi scordata qualcosa la investì al punto da farle sentire un calore improvviso. Le guance rosse, il volto sfigurato dall’ansia. Uscì sconvolta, rimandando a più tardi la ricerca dell’orecchino: in quel momento aveva solo voglia di difendersi. Sergio nel frattempo non si dava pace per la sua inettitudine nelle indagini, mentre i cadaveri erano ancora sul lato sbagliato – per così dire – della terra.

«Quindi – ricapitolando – abbiamo tre corpi e poi uno spilungone, una ricca di città e una vecchina grinzosa che non esiste. Cosa non torna?». Non fece in tempo a concludere il suo sfogo che i telefoni squillarono con quel suono diverso, quello delle disgrazie di paese. Quando arrivò sul luogo dell’incidente, vide lo spilungone e la depressa lì, a osservare la scena. Poco distante c’era il solito vecchio nella sua Panda illegale. Sergio li guardò distratto e infastidito, come si guardano gli scocciatori. Si fermò non appena apparve anche lei: eccola la vecchina inquietante. Stava per correre da quella parte, per farle qualche domanda, quando si bloccò spaventato da qualcosa che quella donna emanava attraverso la sua sola presenza.

Tornò lucido sui suoi passi, ricordandosi di essere lì per un incidente: era Emma. I testimoni dissero che aveva fatto tutto da sola, per la fretta. La velocità e lo schianto l’avevano uccisa. Sergio si voltò trattenendo il respiro e cercò con lo sguardo i tizi della sala d’attesa, ma questi se n’erano già andati e non si fecero mai più rivedere.

Un mese dopo, mentre la famiglia di Emma portava ancora il lutto negli occhi, su una collina poco distante, uno spilungone, una depressa con la vecchia sulle spalle e un’auto illegale apparvero davanti al tramonto. Stavano lì per assaporare l’ultimo momento in quel paese, almeno per qualche tempo. La vecchia aveva in grembo un giornale locale, lo scorse con gli occhi e indicò un trafiletto lieve per commemorare la scomparsa prematura di Sergio, durante un agguato. La vecchia, nera come la morte violenta, tra le rughe aggiunse un sorriso. Tutti gli altri volti si rilassarono, soddisfatti del lavoro compiuto.

 

 

 

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