Elettra

grid-857865_640Io a volte ti odio.

Perché quando andavamo dal medico dovevi sempre parlare tu per me, come se io non fossi stata capace di farlo. Ero timida e non sono mai riuscita a prendere possesso della parola. Ti lasciavo fare. Succedeva meno nei negozi, ma anche lì mi sovrastavi. A Madrid – a 21 anni – ti ho mandato a fanculo a modo mio, lasciandoti sola su una panchina e cambiando casa non appena te ne andasti. Ancora mi sento in colpa.

A volte non ti sopporto: ieri mi chiedevi con noncuranza cosa ci facessi fuori casa, visto che aspettavo una persona. Ho dovuto dirti che mancavano ancora ore, che l’appuntamento era ben più tardi. Questa necessità non dovrebbe esistere. Se sono fuori casa, significa che posso starci. Se sto camminando e ti racconto una cena particolare, alcune cose belle e ricordi, non chiedermi come risposta: ma non doveva venire la signora a pulire?

A volte mi infastidisco perché se ti chiamo per raccontare non significa che voglio per forza i tuoi consigli. Se ti dico ciò che faccio e come lo faccio non mi serve a niente sapere che me lo dicevi anche tu e non ti ascoltavo. Se faccio diversamente da te, non mi serve sapere qual è il tuo metodo né che sia migliore. Non me ne frega un cazzo che tu appenderesti tutti i vestiti sugli ometti. Io a volte ti odio per alcuni ricordi che mi hai lasciato, per la banalità di alcune conversazioni, per alcune idee che ti rendono simile a una canzone di Vasco. Donna sempre uguale, donna per non capire. Non sopporto la tua accondiscendenza, il tuo ruolo da Svizzera: e poi sotto chissà quante prese di posizione nette e terribili. Ho invece imparato ad accettare l’assenza di gesti di affetto che implichino il contatto fisico.

A volte non tollero che tu debba sempre dire ciò che non va. Arrivo a trovarvi in un luglio arancione, ho un vestito nuovo, mi sento bella. “Ma che scarpe hai su?” è la frase con cui mi hai accolto. Oppure le guance screpolate in inverno, l’integratore da prendere, i “sai cosa devi fare?”. Non parliamo mai senza giudizio e senza gli oracoli per migliorarsi. Non ti sopportavo ogni volta che dovevi per forza ricordarmi qualcosa: come se io non potessi farcela senza il tuo contributo quotidiano. Che poi finiva che quella volta – e succedeva – che me ne scordavo, confermavo questa sorta di necessità ombelicale. Non tollero i tuoi: non sei fatta per… dalla danza alle elementari all’ambulanza, dal master alla partita Iva, da certi vestiti fino alla gestione dei documenti o dei soldi. Non ti sopporto quando ripeti sempre le stesse quattro cose.

Quando proteggi troppo lui, quando vuoi la reticenza. Quando sento la tua dipendenza e il tuo controllo e io penso: non mi sposerò mai. Se ne trovassi uno così come lei? Ti odiavo quando mi dicevi i tuoi proverbi: tra niente e piuttosto, la strada vecchia per la nuova. Quando hai fatto da freno: non andare, non fare, riposa, risparmia, è rischioso. Che ancora adesso quando percepisco questa robaccia nella mia migliore amica, le rispondo malissimo. E non ti sopporto per tutte le volte che mi hai augurato una figlia simile a me, o mi hai detto di assomigliare a lei, come un’offesa (e ora per me è un complimento).

Ti amo per forza.

Quando dalle rughe tese del tuo viso leggo una sana preoccupazione per un mio viaggio, quando mi chiedi se ho mangiato, quando per dirmi che ti ero mancata mi riordinavi mezzo armadio. Quando affiora qualche bel ricordo, quando mi racconti come sono nata. Quando somigli a me o a mia sorella, quando penso che per seguire la tua passione hai fatto di tutto. Quando capisci che sto bene e non mi chiedi più di matrimoni, uomini e figli. Quando ti rassegni con altruismo sapendo che è probabile che io non ne voglia, di figli. Quando mi rendo conto che se mi rapporto a te, io non appartengo al genere “donna”, ma so che non è né una colpa, né un problema. Quando penso ai sacrifici. Quando penso alla tua cucina e quando rivedo in me alcune cose esattamente tue.

Ti amo quando so che mi hai permesso tu di riconoscermi in ciò che sono, darmi valore, scoprire la mia intelligenza.

Siamo onde che si scontrano, si inseguono e si infrangono rotte e schiumose. Ma siamo fatte della stessa acqua.

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2 pensieri su “Elettra

  1. La ragione per cui spesso non ho scritto e’ che tutto cio’ che potevo raccontare mi sembrava irrilevante tranne lo “sbudellamento”, la scrittura come strumento psicoanalitico. Se Kundera sostiene che il romanzo e’ investigazione dell’animo umano, quale posto migliore da cui iniziare se non il proprio? Ho lasciato germinare tante volte le parole ma la loro fissita’ e il non riuscire a distaccarmene hanno portato ad un’infinita’ di idee abortite, di libri non scritti. Perche’ scrivo un commento cosi’ lungo? In fondo volevo solo dire che e’ bello riuscire a sbudellarsi senza timore e forse puo’ aiutare a perdonare le proprie e altrui imperfezioni

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