Episodio uno. Perché i brasiliani si preoccupano

10873356_10154151422030209_4998017964064439066_oSiamo tante, ma siamo diluite e disperse e sembriamo pertanto deboli e indifese. Viaggiamo sole: da anni o da poco tempo, lontano o vicino, per molti mesi o solo per le ferie estive, con lo zaino o con qualche bagaglio in più.

Dal Brasile ho portato a casa tre episodi. Il primo l’ho raccontato a tutti, il secondo mi è sembrato normale e solo un’amica mi ha fatto notare il rischio, il terzo è stato difficile.

Non ne ho quasi parlato, del terzo, perché non voglio che lo sappiano i miei genitori. Perché non volevo sentirmi dire i famosi “ecco, te lo avevo detto”. Di certo non mi allontana dalla mia idea di bellezza del viaggiare soli. Non pensateci nemmeno.

Episodio uno

La giornata era ancora lunga: dopo un trasferimento tranquillo verso Barreirinhas, su un autobus pieno di turisti e con i vetri scuri, alle 16.30, prima di partire per Sao Luiz, capii quanto ancora sarebbe stata lunga quella giornata.

Cosa avrei potuto fare dalle 23 fino all’ora dell’aereo? Spiegai alla tizia dell’agenzia quale fosse il mio problema e fu lei a dire all’autista dove lasciarmi. Eppure, quando la città si avvicinò insieme al buio del Brasile, le mie certezze vacillarono. Davvero avrei voluto passare la notte fuori, senza nemmeno una doccia, sporca di sabbia, sudore, lencois e con la puzza di pesce della cucina di Antonio (un ristorantino celebrato dalla Lonely, ma a mio parere senza motivo)?

Indossavo short da running e sotto la maglietta si intravedeva il costume. Iniziai a chiedere quale fosse la mia fermata più volte, ricevendo sempre la stessa risposta. Mi spostai tra le prime file, dove una donna davvero enorme stava seduta, in attesa. Una turista? Di sicuro una brasiliana. Mi aiutò a capire dove scendere, anche se io volevo solo un contatto umano. Le dissi che non avevo prenotato alcuna pousada e che forse avrei dovuto farlo. Per riposare un po’.

Il mio vizio di voler vedere tutto ha fatto sì che mi ritrovassi disorganizzata, da sola di notte a Sao Luiz e con un aereo alle 5 del mattino. Era tardi: non avrei visto la città, non avrei dormito e avrei trascorso la notte nella via dei locali, la sola in quel momento utile. Le aspettative non erano allettanti. Iniziai a pensare di chiedere a quella donna qualche informazione in spagnolo, cercando di farmi capire: avrei trovato una pousada? Com’erano Sao Luiz e quella zona, pericolose? Magari avrebbe potuto aiutarmi. Ricacciai indietro l’idea fino a quando una sensazione pesante non mi spinse verso di lei.

Non viveva a Sao Luiz, non lei, ma la sua amica sì. Iniziammo a conversare, iniziai a mostrare sempre più apprensione fino a quando – finalmente – la sua amica si offrì di ospitarmi. Mi emozionai così tanto – per quanto ampia era la mia stanchezza e la necessità di lavarmi – che quasi iniziai a piangere, in quel modo istintivo e audace di chi si commuove. Avrei avuto una doccia, un letto e del cibo: in un luogo sicuro con tre donne.

Marzia, Novia e Vanuze. Quest’ultima, dal sorriso composto tanto da ricordarmi le donne asiatiche, era la proprietaria di casa. Minuta di corporatura, quasi distaccata, deve avermi preso per una sprovveduta, rendendola sicuro nel suo aiuto. Marzia, la donna enorme nonché messaggera del mio bisogno, mi guardò sfiorandomi. Novia – la sorella di Vanuze – vomitò sul marciapiede appena arrivate, mentre le altre due parlavano in portoghese con il marito della padrona di casa, venuto a prenderle. Mi disposero su un materasso messo a terra, accanto a un letto matrimoniale per Marzia e sotto all’amaca in cui per traverso dormì Novia.

Mi fecero mangiare, quasi a forza, anche se ormai era mezzanotte, chiacchierando di noi. Vanuze è laureata in lettere, il marito è sistemista. Ha solo dieci anni più di me: il viso compassato e il tono di voce sottile, esile, lento, la fecero sembrare più vecchia di vent’anni. Ci misi un po’ prima di dormire, pulita e vestita, ma poi, quando crollai, vissi una notte senza sogni e intensa come se avessi dormito sei ore anziché due. Mi prepararono una colazione, mi chiamarono il taxi assicurandosi che non mi fregasse sui soldi.

Vanuze pensò che io avessi una cugina nella Chapada Diamantina, a causa della parola “prima” sfuggitami in italiano, ma che in spagnolo significa cugina. Non ebbi la forza di spiegare, le lasciai credere – per farla stare tranquilla – che ci fosse qualcuno ad aspettarmi e coinvolsi Gabriela, la mia amica vista a Cuiabà qualche tappa prima. La stanchezza era troppo grande per non mentire. L’abbracciai stretta, tirandola a me mentre le mie spalle si chiudevano e le scapole si aprivano.

Mi lasciò la sua mail e mi disse: scrivimi, quando arrivi, perché i brasiliani si preoccupano.

Lasciai quella casa indossando i miei pantaloni preferiti, larghi e colorati, una maglia pulita, il volto disteso. Grata. Con quella frase che a distanza di tempo non dimentico. L’aereo mi avrebbe portato verso la mia ultima tappa nella natura, prima delle città di Salvador e Rio.

 

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