È la primavera

IMG-20160320-WA0001È domenica mattina. Ho trascorso venerdì e sabato tra tanto lavoro, yoga, una camminata di sedici km, stanchezza e Mariangela, la sola amica intravista in due giorni. Due giorni senza relazioni. Senza nemmeno quello strano e sottile contatto che si crea andando a ballare tango o i cosiddetti latini. Non che sia obbligatorio, anzi, ma genera una sospensione.

Come se ti trovassi in un’anticamera tra due strisce di gommapiuma: ecco, lì c’è la pista, la gente del tango o dei latini che conosci solo nei contorni, ma che ti sembra di aver visto da sempre o per troppo tempo, le musiche sempre le stesse che ormai la bachata la canti, il cellulare dimenticato nella borsa, i tre bacini, le scarpe da cambiare prima di ballare, qualche gesto classico e confortevole, la concentrazione, la sospensione. Sei lì, senza una vera e propria identità, e intorno a te si crea il nulla del prima e del dopo.

Ti sembra già di sentirlo, il riposo che ne deriva, vero? Lo chiamerei più che altro benessere.

Tutto questo per dire che in realtà domenica mattina ero riposata come ore di sonno, non come sospensione. Ero io, senza relazioni, con la mia parte che si sente in colpa a trarre piacere dalla solitudine e con un venerdì di dieci ore di lavoro sulle spalle.

Domenica mattina, ore 8.30, colazione con Silvia. Sono felice di vederla. Parliamo tanto comprimendo tutto in mezz’ora fitta fitta sedute davanti a due cappucci. Alle 9.00 lei va al lavoro, io inizio a camminare. Sono riposata, è primavera, ho voglia di fare un giro diverso dal solito. Cerco quella sospensione.

Lei mi suggerisce di rifare il percorso fino a Torre d’Isola, scendendo lungo Via San Paolo, arrivando in Viale Partigiani e poi da lì al confluente tra naviglio e Ticino. Si cammina lungo il Ticino per poi sbucare nel parco della Sora e uscire al campo di golf, infine si costeggia la strada principale e finalmente, dopo Massaua, ecco Torre d’Isola.

Nulla mi spalanca come quel tratto di Ticino.

Non quello vicino al ponte coperto, erboso, e  a quell’ora senza troppi cittadini in cerca di sole. Quello oltre il Ponte della Libertà, oltre. Quel pezzo in cui ti sembra di scorrere con lui, accanto a te, largo, in movimento. In realtà se lo osservi ci vedi riflesso il cielo con le sue nuvole. Tra gli alberi a riva ci sono sempre le solite due barchette, una verde e una blu, entrambe scrostate e sporche. Piccole e strette. I ciclisti e i corridori mi sorpassano. Arrivo a una distesa in cui l’acqua del fiume ti allarga il respiro. Il Ticino si prende il suo spazio: hai la sensazione che si sia rovesciata dell’acqua sulla tavola. Poi te ne separi, per dirigerti nel tratto interno del Parco della Sora, con i boschi. Non senti rammarico, piuttosto freschezza e cambiamento.

Mi sorpassano. Penso, inspiro ed espiro. Abbraccio con gli occhi ciò che posso. Accelero, rallento, la batteria del cellulare si è scaricata lasciandomi senza musica. Sono sudaticcia e ripeto tra me e me che è primavera. Mi sembra più bello rispetto alla prima volta che arrivai lì. Ricordavo più fastidioso il pezzo sulla strada, anche se Torre d’Isola sembra non arrivare più. Ho sete, non so che ore siano.

Arrivo nel paesino e vedo transenne, protezione civile, gente. Gente. La volta scorsa ero sola e l’unico bar stava chiudendo. Sto per chiedere cosa ci sia, ma decido che posso capirlo da me. Entro nel bar della volta scorsa, i tavoli all’aperto sono colmi di chiacchiere e di bambini. La Chiesa lì vicino straripa e la Fai, con i suoi palazzi aperti, ha creato una discreta coda. Aspetto. La gente parla, ride, ordina brioche, focacce, pizzette. I bambini mangiano patatine nei sacchetti, c’è chi chiede spremute e chi è passato a ritirare qualcosa, magari per una festa. Sono in tre a servire. Due donne dietro al banco, lui ai caffè e ai cappuccini. Una delle donne, sui cinquanta, è andata a dormire alle due di notte e si è svegliata alle cinque, eppure non riesco a fare a meno di notare un trucco impeccabile e un abito portato come se fosse dipinto.

Osservo la cura maniacale con cui lui prepara i cappuccini: prende il caramello e il cioccolato e disegna fiori, cuori, palme. C’è la coda, c’è gente, ci sono caos e rumore e lui disegna sui cappuccini, anche sui caffè macchiati. Si fa avanti uno con la tazzina vuota e si complimenta per il caffè buonissimo. Il barista ringrazia, inclinando di poco la testa.

Mario ha ordinato una spremuta; Valerio, la brioche è per mia mamma; tagli una fettina di pizza a Nicole? 

Sono una straniera, una straniera paziente in attesa di ordinare. Non m’importa del tempo, ha diritto di far bene il suo lavoro. La coda, la ressa, la gente sui tavolini fuori ride e non si lamenta: lui può fare bene il suo lavoro perché non esiste urgenza. Si scusa per l’attesa, ma non esiste urgenza e io mi calmo solo a guardarli, tutti e tre. Lui mi porta il cappuccino, lei mi dà l’acqua. Vado verso la cassa e pago tra sorrisi, gentilezze e buona giornata.

Mi dirigo al mercatino, fermandomi subito, alla prima bancarella. Gli oggetti indiani mi spingono a cercare quella statuetta di Ganesh che inseguo da mesi. Chiedo. Ne hanno una piccolissima in metallo. Bella, ma non come la vorrei. Inizio a parlare chiedendo di India: loro sono state a nord e sono rientrate da poco. Hanno fatto anche Thailandia e Cambogia. Infilo qualcosa delle mie esperienze, poi la saluto e proseguo. Acquisto un panino alle olive, ormai è mezzogiorno e non sarò indietro prima delle due. Ho un leggero appetito. Esco da quella zona, poi ci ripenso e torno indietro.

Quanto viene il telo?

Questo è un’altra cosa: sui 35 euro. Ma è un’altra cosa. Se vuoi,  questo è più semplice: 15 euro. 

C’è con Ganesh, quello da 15?

Aspetta che guardiamo… sì, eccolo! Ti piace?

Ci metto un po’ a decidermi, perché poi mi conosco e chissà che fine fa quel telo. Ma la statuetta non mi convince. Prendo il telo. Rosso, giallo, aranciato. Sì, è lui. Vedremo poi che farne. Intanto proseguo a chiedere delle loro vite. Mi infilo tra il loro coraggio e il licenziarsi: dapprima i saponi fatti a mano da una, poi i cocci dell’altra, qualche mercatino e la voglia di vivere la vita insieme: non solo condividere tetto e affitto. I mercatini che crescono, la consapevolezza che dilaga, il rischio – calcolato – il camper, non avere un’auto, andarsene in India per piacere e per acquisti. Ne parliamo a lungo e poi arriva una cliente. Mi incammino di nuovo.

Il rientro sembra quasi divorato, mangiato, vissuto con un telo appeso al marsupio e l’idea di usarlo come “tovaglia” per il tavolo che non mi piace o come copri divano. Mentre la bandiera del Brasile finisce in camera, appesa a coprire una scelta d’arredamento poco adatta a me. Sento che riordinare mi pulisce e rende più facile stabilire luoghi e oggetti, come se si incastrassero da soli.

È domenica. Sono le 14.30. Guardo la montagna di oggetti rovesciata sul tavolo, quello marrone che non mi piace, rettangolare. Seguo Marie Kondo senza diventare ossessiva, ma la seguo. Sento come un brivido di ansia e incapacità: sul tavolo ho cavi, tovagliette americane, creme, cerotti, farmaci, bandierine nepalesi, mappe, orecchini, bracciali, acetone, smalto, un peluche, cavi ancora, contenitori, penne, cancelleria, lenti a contatto, saponi, trucchi, monetine, viti… Respiro. Inizio a buttare il più possibile, butto via, faccio spazio, butto. Non devo sforzarmi troppo e non devo dipanare matasse. Butto. Poi divido per tipologia, poi mi distendo, poi sorrido. Ho quattro cose sul tavolo, da collocare. Mi faccio un tè, una pausa. Qualche lavatrice di borse e stracci. Riprendo un po’ sfruttando le scatole da scarpe. Verticalità e scatole da scarpe sono le mie scoperte sul riordino. Proseguo su più fronti, i muscoli sono sciolti, sono fresca di doccia e di cammino, il respiro è un’onda e il movimento lo segue. Capisco quando devo fermarmi. C’è tempo.

Dopo cena la testa è lieve. Mi adagio su un film, che vedo a metà per il sonno. Ho ordinato pizza e birra a domicilio, aprendo la porta in legging, maglietta e infradito con il disegno di una donna bahiana. Tutto è pulito. Assaporo la cena, riesamino la bellezza. Mi raccolgo in ciò che vorrei.

È la primavera.

 

 

 

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