Agamennone

Hai notato? Andiamo d’accordo da un po’ di tempo, andiamo all’unisono rispettando le nostre differenze. Lo so che non si inizia così, una lettera, ma ho difficoltà a recuperare il filo. Stavo camminando, era una domenica di rinnovato inverno, come se la primavera avesse deciso di nascondersi. Voglio raccontarti tutto. I passi che durante il mio incedere, ora rapido ora più lento, mi hanno portato a scriverti.

Credo di essere partita dai miei progetti di viaggio e dai tuoi timori. Non tanto sulla mia sicurezza, quanto sulla gestione del mio lavoro e sull’idea che tutto debba tradursi in un qualcosa di spendibile.

Sono partita da ciò che ancora – giustamente – ci allontana. Mi parli spesso di fare, mi inciti, con il tuo modo diretto: arrivi al sodo. Arrivi alla meta.

Che sia una laurea, un lavoro, un progetto: tu sei al punto di arrivo e sei già al prossimo traguardo. Nella tua vita guardi ogni cosa sotto la lente della meta. Allora, sempre camminando, ho ricominciato a spolverare ciò che più mi sta a cuore e di cui ti vorrei parlare: il percorso. Mi sembra di sentirti, mentre lo liquidi, elencando esempi di risultati: quelli si vedono, sono luminosi, in bella vista.

Calmati.

Se ottengo un piccolo successo, minuscolo, impercettibile, non precipitarti all’arrivo, alla meta. Non farlo. Chi ha vissuto il Cammino può passare dalla teoria alla pratica. Lo puoi toccare, lo vivi, diventa te. Vorrei che lo faceste, tu e la mamma, per comprendere questa semplicità: ogni singolo giorno di cammino è compiuto in se stesso. Santiago era là, presente e viva nelle parole scambiate prima di dormire, nei racconti degli hospitaleros con le lacrime agli occhi. A volte invece si parlava solo di lavare i vestiti, della tappa, della sveglia per il giorno dopo. Ogni pezzo di strada poteva essere fonte dei più disparati sentimenti, ma si stava. Si stava nel momento presente, godendosi tutto, vivendo tutto. Inutile dire che l’arrivo è stato il giorno più triste e malinconico, sporcato dalla felicità fisiologica dell’obiettivo raggiunto.

La laurea, la casa, quel lavoro lì, il marito, la moglie, il figlio e tutti gli arrivi che ti vengono in mente sono solo arrivi. Sono punti. Ma quanto è bello sapersi abbandonare al percorso? Anche se significa impazzirci dentro, io ci sto bene papà! Cammino per arrivare, ma cammino senza sapere come e se arriverò mai da qualche parte. Ho imparato a voler vivere ciò che poi non tornerà, logorarlo per il troppo uso, sbagliare se necessario, cambiare idea, traiettoria e direzione. Ho delle mete, alcune chiare e altre meno, ho un percorso e solo se mi ci abbandonerò sarà più bello della meta stessa.

Voglio che tu sappia che non mi importa di intascare arrivi: quando vivo il percorso sono davvero serena. Non sempre felice, non sempre soddisfatta, ma serena. Il dolore e l’infelicità ne fanno parte. Penso che se si imparasse a vivere così anche liceo e università, ci si concentrerebbe sulla qualità, sul contenuto e non sul voto, né sull’esame. Saremmo persone più accorte, più pacifiche e orientate alla bellezza.

Voglio dirti che tutti i se e i ma che continuano a roteare dentro di te non servono: è come nutrirti con la fame. Il passato non si cambia, ma se vivo il presente al meglio delle mie possibilità, con le idee che ho ora e la me di adesso, ecco: il futuro ne sarà il frutto. E dovrò ricordarmi da dove arriva, quel frutto, perché cambiamo e cambiano le circostanze.

Ipotizzare scenari che non ci sono, fantasticarli, credere che avrebbero potuto darmi possibilità differenti serve solo a renderci infelici. Me, te. Noi due come padre e figlia. A che scopo dire che dovrei avere una vita diversa? Quello che è, è. Quello che non è, non è. Occorre muoversi, scegliere, cambiare se necessario. Ma occorre accettare, sempre. E non con il muso lungo dei rimpianti o dei rimorsi, ma con la consapevolezza che la bellezza è dappertutto: anche in quel muro scrostato che vedevo dalla mia cucina. Anche sul lungo Ticino quando a tratti vedevi rifiuti o roulotte. La bellezza non è perfezione, non è candore, non è solo la vista dal Monte Rosa o il quadretto del lago di Como.

La bellezza è anche ringraziare quel muro fatiscente perché mi ha visto scrivere, lavorare, amarmi, ridere e progettare, sentirmi libera e percorrere la strada verso una casa più bella, per esempio. Sei tu che mi hai fatto scoprire La vita è meravigliosa: dove si è nascosto quell’uomo? L’uomo per cui ho pianto su una panchina, con un gelato in mano, mentre tu te ne tornavi a casa lasciando me, mamma e Chiara in vacanza? Lo so che è ancora qui. Ora (solo un po’ più vecchio e indurito dall’esperienza).

Desidero essere conosciuta per ciò che sono, anche se è più difficile conoscere l’altro per ciò che è. Può essere doloroso. Ho imparato ad accettare le ombre e i segreti inevitabili: non significa che mio padre non sa chi sia sua figlia o viceversa. Significa che ci si rispetta nelle differenze individuali e generazionali che con un rapporto di sangue si intensificano. Così come esplodono le similitudini, le sintonie, le evidenti e spesso prepotenti tanto quanto minute somiglianze.

Mi ricordo quando scoprii per caso che anche a te piace da matti Mrs Robinson, che da giovane la ascoltavi a tutto volume in auto, proprio come è capitato a me. O quando, pur nelle tue paure per me, sento che i miei viaggi sono un po’ anche quelli che avresti voluto fare tu. Quando non trovi le chiavi di casa, quando arriviamo all’ultimo istante con un documento da consegnare, quando ci perdiamo nei pensieri. In passato, quando le litigate erano più forti di tutto l’amore possibile, questi fili si nascondevano. Anzi, erano visti e negati. Da me, per lo meno.

Lo vedi? Anche questo è un percorso. Lo è la fatica con cui scrivo, la scioltezza con cui invece i miei pensieri vanno spediti. Il nostro rapporto lo è. Ed è stupefacente in quanto tale. Non importa cosa sia andato storto in passato: siamo noi a guardare con occhio critico e giudicante ciò che è stato solo nella natura del mio essere figlia e del tuo essere padre. Con il bagaglio che avevamo, con ciò che sapevamo dare e ricevere.Con le nostre fisiologiche inesperienze e difetti.

Sì, vorrei darti delle colpe. Lo vorrei. Ma non posso.

Il mio è un cliché freudiano classico. Non mi sono mai sentita abbastanza. E questo non sentirmi guardata con i “brava” e i “bellissima” può aver originato anche belle cose. La mia determinazione? La mia testardaggine?

Che poi ero io a sentirmi sbagliata, ma magari tu pensavi di esprimerla la tua soddisfazione o magari pensavi che le critiche fossero la strada giusta per rendermi una donna migliore. Forse pensavi di portarmi a pensare come pensi tu. Ma io non posso essere te, ne quella che tu vorresti. E so quanto possa essere doloroso.

Sto stemperando, papà, perché ora che alla mia età mi sono finalmente innamorata di te, ora che qualcosa – dopo lungo peregrinare e avanzare e retrocedere – sembra essersi ritrovato, non ho alcuna intenzione di ferirti, di accusarti. Perché dovrei? Tutto è passato e ora so. Ora lo vedo tutto quell’amore.

Ora vedo quella complicità delicatissima per me nuova. Hai notato che ora cerchiamo di sviscerare meglio le nostre conversazioni? Hai notato quanto fraintendimento nei toni e nelle parole? Io leggo le tue frasi con le mie convinzioni, i pregiudizi e le code di paglia. Tu pensi alle mie parole con le tue idee infilate nel mezzo. Se tu dici una cosa io ne capisco un’altra, e viceversa. Parlare chiaro mi hai permesso di capire quanto mondo possa stare in una frase banale.

Se io sono stata ad aspettare per 33 anni un “sei bravissima”, tu hai dovuto attendere i miei gesti d’affetto, il prenderti a braccetto e camminare insieme per Pavia, il mio lasciarmi andare togliendo un muro. Ho messo palizzate, fossati, coccodrilli tra noi due. Ho eretto schemi difensivi, porte, cancelli. Ho teso i muscoli, ho chiuso ogni mio pensiero, lasciando libero solo lo scontro. Abbiamo idee differenti. Ma siamo anche uguali. Per tanto tempo ho – non so con quanta volontà – agito in contraddizione e contrapposizione. Alcune volte vorrei non averlo fatto. Ora, finalmente, lascio correre. Così come voglio essere amata per ciò che sono, io voglio amarti per ciò che sei.

Grazie a te sono la donna che sono: indipendente, libera, forte nella mia debolezza. Grazie a te so riconoscere i difetti e li so vedere. Grazie a un uomo che mi ha trasmesso un semplice concetto: tu puoi essere ciò che vuoi, sono cresciuta con molti meno stereotipi e pregiudizi legato al mio sesso. E non ti ho mai ringraziato per tutto ciò che hai fatto e fai ancora oggi per me e per tutta la famiglia.

Ci ho messo più di due settimane per scriverti e nel frattempo ho perso tanti pensieri. In fondo tutto si traduce in un solo concetto: un ti voglio bene che faccio fatica a dirti. Manca solo un passo simbolico per aprirmi del tutto. Ora riderai, spero. Non ti ho mai detto di aver fatto tre tatuaggi, una delle cose che tu odi di più. Lo farò, prima o poi, al momento opportuno. Non voglio vedere il tuo volto deluso o rabbuiato e non voglio perdere ciò che ho ritrovato.

Ogni volta che vedo un padre con una figlia penso a quanto ingombrante, tenero, prepotente sia questo rapporto. Per me ha qualcosa di misterioso e magico, anche quando non c’è, anche quando si vive senza saperlo. Quanto ci innamoriamo noi figlie di voi padri, da bambine e da adulte! Quanto difficile è il vostro compito. Quanta pazienza, quanti tentativi! Alla fine – non importa come e quando – questo percorso si costruisce e ci fa ritrovare.

L’importante è cercarsi per come si è.

Tua, Elettra.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...