C’è qualcosa che manca. Ma cosa?

flamingos-1099071_1280Dentro, che non è fuori

Come mi hai trovata?
Signur! Come vuoi che ti abbia trovata? Stai sempre qui! 
Mariangela, come stai? Renata, tutto bene?
Lavora di fantasia, questa qui, ecco!
Non litigate, per favore. 
Come mi hai trovata? Mi hanno portata qui, ma ero in Municipio. Mio figlio, lo sa che sono qui?

Mi fissa senza parlare. Guance rugose verso il basso, occhi quasi bianchi tanto sono chiari. Niente, oggi è triste. Lo è sempre di più da quando è morta Luigia. Da quando Renata la apostrofa con il suo tono burbero e maschile.

Credo che sia una forma di amore particolare, quella che rende Renata così dura e severa con la sua compagna di stanza. Tre anni! Due cognate prima, due amiche poi. I neon, i letti che si alzano, sedie pesanti, le carrozzine, i comodini stretti con le rotelle, i vassoi addosso se si mangia a letto, i girelli, le dentiere, le bottiglie di tè, piante, qualche libro impolverato, scialli di lana, bicchieri in plastica, perette, pannoloni, badanti, infermiere, tetti delle case, medici, animatori, palloncini, clown, parenti e un’amica.

Da tre anni il loro mondo è quella stanza, quel neon. L’una è per l’altra. L’una è per l’altra tutto. I segreti, la pudicizia, l’arsura della febbre, la peretta, la decrepitezza che avanza. Giorno dopo giorno.

Renata l’ho capita: non riesce a fingere quando Mariangela parla di poliziotti, registi, film, donne partorienti. Non resiste quando Mariangela mi chiede assurdità, non riesce a cambiare argomento.

Mariangela, raccontami di quando eri giovane. Cosa ti piaceva fare?
Il viso finalmente si distende, per poco
Ballare!  
Lo sapevo, ci avrei scommesso. Andavi da sola? Alla sera?
No, sei matta? Andavamo al pomeriggio la domenica. Da sola, certo, c’erano altre ragazze. Avrò avuto sedici anni e ballavo di tutto. E gli uomini, che corteggiamenti! Avevo la fila…

Si spegne ancora.

Sei triste, vero?

Oggi va così, ok Mariangela? Non si può essere allegri sempre. Giusto? Perché sei triste?
Volevo invecchiare a casa mia.

Le parlo delle comodità che ha lì: non deve cucinare, pulire, fare sforzi. Fingiamo di crederci. Poi torna nella sua confusione. Renata ha solo paura: vede il crollo mentale accanto a quello ormai ben noto del corpo, lo teme per la sua amica e per sé stessa. Ripenso alle confidenze e alle risate e mi accorgo che quei momenti saranno sempre più rari.

Trattengo in un amen tutto ciò che Mariangela mi trasmette: il senso della vita è lì dentro, credo. Sì. Tra neon, pannoloni, odori, semolino, camici bianchi, urla e silenzi improvvisi, letti che si svuotano e subito si riempiono.

Ho paura anch’io.

Non verrai più a trovarmi?
Sì che verrò! Non potrei mai perdermi questo momento. Siete la mia famiglia pavese.
Bene, perché sciogli i miei grovigli. 

No, Mariangela: sei tu che sciogli i miei. Dentro, che non è fuori.

In casa

Lanciai un urlo, riparandomi con la prima cosa trovata lì vicino – una piantana sottile e pressoché inutile – e indietreggiai. Lui rimase impassibile e maestoso, in equilibrio sulla sua zampa, neanche fosse a casa sua. Stava con il petto in fuori disegnando una lettera S con il collo rosa. Era immobile.

Sarà impagliato? Dissi a voce alta tra me e me.

Ele, a che cazzo stai pensando? Il punto è: come diavolo sei finito nel mio soggiorno?

Mi avvicinai al telefono strisciando: chi posso chiamare per risolvere la faccenda?

Quel fenicottero rosa doveva sparire.

Tutti i lavori

Corsi di barman.

Un cartellone pubblicitario lungo il Ticino è la mia DeLorean. Quanti anni avessi non lo ricordo, so solo che mi ero convinta di voler far piroettare bottiglie sulla mia testa, di lato, in lungo e in largo per poi versare i loro liquidi in bicchieri di finto vetro ad adolescenti o tardo adolescenti in odore di ormoni, accettazione, istinto e pura apparenza. Le ragazze del coyote andavano di moda, e io ero sempre la solita: da una cosa all’altra, da un’idea all’altra.

Ci fu il periodo da attrice – a quindici anni dopo aver visto Grease a teatro – e della ballerina all’asilo. L’archeologa in quarta ginnasio, la biologa marina quando arrivai a quel momento di biotecnologie in cui con Saccharomyces cerevisiae – un lievito – ci parli pure. La centralinista a Chiang Mai, lavoro per il quale feci un colloquio telefonico.

La pediatra, all’epoca in cui volevo più figli che mutande nel cassetto: il mio istinto materno comparve a diciannove anni con la voglia di cinque figli, per poi sparire e mai più ripresentarsi. Per fortuna? Non posso dirlo.

Mi immaginai in Brasile, in una libreria, in un pub londinese, a raccogliere zucchine, pensai a insegnare – ma durò un istante – e anche – ma ero davvero piccola – a fare la cantante. Mi vidi pittrice e scultrice. Ostetrica, sociologa e psicologa, maestra d’asilo. Mi immaginai anche come ricercatrice. Scrittrice. Questo lavoro lo sussurro piano, per rispetto di quella bambina che ancora vive. Esploratrice, fotografa, missionaria, suora (sì, anche quella, ma è stato alle medie in un momento di confusione), assistente sociale, giornalista, linguista.

La memoria si ferma, continuo a camminare. Non importa quante vite vorrei o avrei voluto. Non importa.

Funghi

Le spuntò un fungo. In mezzo alla fronte tra le due sopracciglia. Non una micosi. Un fungo di quelli del bosco: con tanto di gambo e cappello. Avvenne in un paio di notti. Dapprima un prurito, poi una escrescenza. Il giorno dopo Sara non poté proprio presentarsi al lavoro. Chiamò per mettersi malata e iniziò a pensare a come sfangarla. Lo tagliò, lo ricoprì di pomate antimicotiche, lo strappò, provò anche a bruciarlo. Niente. Il fungo ricresceva in fretta.

Era ormai a casa da una settimana, con un fungo in fronte e prurito pressoché ovunque, quando infine si decise:

pronto, sì, ecco, volevo un appuntamento con il dottor Silvani però avrei bisogno di un enorme favore – mugugnò con gli occhi lucidi -. dovrebbe venire lui a casa mia. 

Silenzio. La segretaria sembrò impreparata.

Mi scusi, ma ne è sicura? Ci sarà un sovrapprezzo credo. Il dottor Silvani non va mai dalle pazienti. Può dirmi gentilmente il motivo?

Non posso, mi dispiace. Ma si fidi: non è il caso che io mi faccia vedere in giro. 

Il giorno dopo arrivò, puntuale alle 11.30, il dottor Silvani: aveva gli occhiali con due baffi di sporcizia, una giacca troppo grande verde acido e pochi capelli bianchi a decretare un’età significativa. Il dottore si posizionò seduto davanti alla sua paziente, estrasse la lente di ingrandimento, posò gli occhiali sul tavolo della cucina e iniziò l’ispezione.

Dopo circa mezzo minuto stava già tossendo e imprecando: che diavoleria è questa? Disse alzandosi di scatto e barcollando a destra e a sinistra. Sara non aprì bocca, abbassò gli occhi e attese. Il medico si allontanò, aprì un volume di medicina che – coincidenza – aveva in borsa e iniziò a passare il dito indice sulle pagine, in verticale. C’erano foto di macchie e chiazze rosse, rosee, bianche e puntinate. Ma nessuna traccia del classico fungo da risotto.

Alzò gli occhi da sotto gli occhiali lerci, ché nel frattempo aveva dovuto rimetterseli per leggere, e chiese: sarà velenoso questo qui? A Sara scappò una risata soffocata. Non ne aveva alcuna idea. Chiamarono un micosofo e decisero di incontrarsi tutti e tre in segreto. Ma le voci, si sa, trovano pertugi per liberarsi e correre all’intorno. E a volte sono così potenti che a loro non basta il circondario: si estesero per altre città fino ad arrivare al capoluogo. In breve tempo, Sara trovò fuori dalla porta un’accozzaglia di dermatologi, micosofi, ma anche giornalisti, raccoglitori di funghi della domenica, qualche tizio della forestale, un paio di rappresentati del Centro Antiveleni e uno chef di provincia, con la passione per i piatti ai funghi.

Sara e il dottor Silvani dovettero fare una selezione, in modo da far passare solo i più competenti. Nel frattempo si scoprì che si trattava di un fungo allucinogeno molto utilizzato in Siberia, l’Amanita muscaria. Lo chef, venutolo a sapere, si allontanò irato per l’occasione mancata: al suo posto arrivò un furgoncino volkswagen, anni ’70, bianco e giallo ormai sporco, abbastanza sospetto. Un cliché, insomma. Nessuno seppe dire quanti occupanti avesse, né la loro età, sesso o colore della pelle. Le brevi sortite dei passeggeri per recuperare cibo e svolgere i bisogni primari furono rapide e in orari bizzarri. Qualcuno sostenne che fossero in quattro, equamente distribuiti nei due sessi e sui 25 anni; altri videro tre uomini e una donna sui 40. Ma sembra che su queste ambiguità a loro piacesse giocare.

Torniamo a Sara, lasciata in balìa del suo fungo divenuto pruriginoso: la visitarono da capo a piedi. Prelevarono sangue, capelli, raschiarono parte del fungo, le fecero impacchi, la imbottirono di pillole: niente. Ogni esame dava risultati perfetti e ogni espediente si risolveva in solletico.

Le teorie sulla malattia furono diverse. L’analista ci vide un simbolo fallico, ma Sara si rifiutò di cavar d’impiccio la psicoterapeuta e con le labbra serrate non si espresse sulla sua iper o ipo attività sessuale. Si pensò a una sorta di riparo dai troppi pensieri, a una malattia proveniente da un luogo remoto, all’uso di droghe innovative. Alcuni maestri zen chiamarono quel punto in mezzo alla fronte “sesto chakra”. Ma nessuno seppe dire se trovarci un fungo, proprio lì, nel terzo occhio, fosse positivo o meno.

Mentre dottori, tossicologi, psicoterapeuti e maestri zen litigavano tra loro sulle ipotesi più accattivanti, Sara sgusciò fuori dalla sua stanza e si sistemò comoda sul balcone, a fumarsi una sigaretta. Non aveva alcuna idea del motivo di quel fungo, nemmeno seguendo il filo logico dei pensieri dei medici.

Iniziò a grattarsi e a ridere. Ma a ridere di gusto. A ridere così forte che i suoi vicini si affacciarono o uscirono sui balconi. La risata era corposa, tuonante e poi sfociava in acuti striduli, come se entrasse in apnea. Di nuovo prendeva aria e di nuovo ricominciava l’onda fragorosa. Una cascata. Per non parlare del suo corpo: era un dimenarsi senza logica. Non seguiva alcun ritmo e non si ripeteva mai uguale. Cercò solo di reggersi in piedi, stretta alla ringhiera. I giornalisti non persero l’occasione e la ripresero in quella danza tribale divenuta quasi oscena. Il fungo in mezzo alla fronte era sempre più evidente e non solo: ne spuntarono altri e più si grattava, più rideva.

Il consesso si riversò sul balcone per afferrarla e ricacciarla in casa. Ci vollero quattro uomini robusti per riuscire a tenerla ferma e tutti tornarono a casa con lividi e rigonfiamenti in volto. Il dottor Silvani riuscì a sedarla, nonostante il tremolio delle sue mani nodose. Fu deciso all’unanimità di ricoverarla con urgenza, senza successo. Si disse – qualche infermiera se lo lasciò sfuggire – che la stessa moribonda, tra una risata e l’altra, strappandosi via brandelli di fungo, prima di morire avesse blaterato incongruenze date dalla malattia (citando ombrelli, occhi, orgasmi). I medici ormai erano convinti che si trattasse di un regalino della sua insaziabile curiosità per tutto ciò che fosse diverso.

Avrà toccato un fungo velenoso andando per i boschi, disse uno.
Credo che sia più psicosomatica: voleva protezione, come sotto un fungo, apostrofò l’analista.
Ma che dici! – le rispose il collega -. Le sarebbero spuntate braccia umane, non funghi. O qualsiasi altra cosa, ma i funghi?
Le braccia umane possono anche far male, caro mio, continuò una voce nuova.
Avrà avuto le sue ragioni. Forse voleva abbandonarsi all’oblio? Provò a sentenziare il più dotto.
Il dottor Silvani sussurrò qualcosa, aggiustandosi gli occhiali sporchi e stringendo a sé il suo manuale. Impegnato com’era a grattarsi proprio lì, in mezzo alla fronte, si poté capire solo che stranezza inaudita, che stranezza…

Scuotendo la testa si allontanò dal letto della morta, ridendo convulsamente.

Cose che danno fastidio (vecchie e nuove)

Il rumore della lavatrice: continuo, costante, ciclico e ripetitivo. Non varia, non si alza, non si abbassa. Lo noti solo ora, da quando l’elettrodomestico se ne sta in cucina. Le briciole a cui prima nemmeno badavi, la pelle che mordi intorno alle unghie, le mani screpolate, cucinare se non hai voglia, la luce del computer, la sonnolenza, le liste, i pianti isterici, i rumori urlati.

Il televisore: non ce l’hai da tre anni e quando vai a trovare i tuoi senti la testa rimbombare. Le luci intermittenti quando vai a ballare, i tre baci quando ci si incontra, le spalline del reggiseno in vista.

Il disordine – che era il tuo pane prima di conoscere Marie Kondo – i paragoni, il maschilismo, i consigli non richiesti, i qual è con l’apostrofo e i po’ con l’accento.

I perché con il grave, chi deve dire la sua sul tuo viaggio (ah ma non sai il cirillico?), la telefonata sgarbata (che poi ho torto io), il bisogno di conferme, la ricerca di conferme. Parlare ormai solo con Whatsapp e Facebook e pensare che sembri tua nonna quando lo dici. I ciclisti che ti guardano mentre cammini. Non avere dolci in casa. Non avere un libro in borsa (non succede). 

Le scartoffie, chi ti chiede un fax (corre l’anno 2016), la paura di non piacere, il peso e le ossessioni, l’invidia – quella maledetta – o il senso di voler essere altro. La maleducazione, gli insetti. Le chiacchiere vuote e i silenzi forzati. Non vincere (che non è esattamente come perdere), la presunzione, il so-tutto-io, la luce fioca di sera, un letto troppo vuoto, uno troppo pieno.

Rovesciare qualcosa e dover pulire, rompere il sacchetto dei rifiuti, sentire qualcosa che manca e chiedersi ma cosa?

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...