Sketchbook

mastomys-444523_640Ossia un allenamento senza conclusione

 

Ho un appuntamento, disse Angela a bassa voce rivolgendosi alla ragazzina dietro il bancone, per metà nascosta da una pila di asciugamani profumati.

Prego, si accomodi. Carmen arriva tra cinque minuti. Vuole una rivista?

 Angela scosse il capo e si sedette. Pensò che quell’aiutante stesse svolgendo bene il suo compito, eppure si sentì poco accolta e infreddolita. Aveva prenotato un trattamento estetico completo di più di due ore: forse si sarebbe rilassata, o forse avrebbe visto le sue brutture.

Si sentì prima il campanellino della porta, poi la sua voce roca e infine apparve anche la figura di Carmen, con la sua stazza enorme e le mani sui fianchi, come se fosse pronta a una sfida. Guardò negli occhi Angela, si portò il dito indice al labbro, poi si voltò verso l’aiutante: non puoi stare con noi, oggi. La vedi? È un lavoro complesso.

Angela non respirò nemmeno, vide uscire la giovane e seguì Carmen nel retrobottega. Presero una scala stretta, piegando il collo verso sinistra, e arrivarono in una stanza con un divanetto blu, due stampe di Mirò alle pareti, una scrivania classica, due sedie, alcuni carrelli da dentista e infine una poltrona più grande, rossa, piazzata dietro al lettino.

Non essere tesa, disse Carmen con un sorriso a bocca chiusa e strofinandosi le mani con una pezza macchiata di smalti. Siediti e respira. Angela rimase muta, si sdraiò sul lettino e iniziò come sua abitudine a discorrere. Lo fece in modo graduale e in crescendo. Il tono di voce da basso si sollevò un poco, le parole si accomodarono più vicine e infine anche la qualità di ciò che esprimevano crebbe, all’unisono con la gestualità di Angela.

Nel frattempo Carmen stava preparando l’occorrente per la sua operazione clandestina. Innanzitutto gli strumenti di copertura: ceretta calda e non rappresa, un po’ di strisce di carta, smalti, forbici, limette, cotone e diluente. Sì, sembra tutto perfetto, pensò osservando la sua scenografia. Da sotto la scrivania estrasse un casco da parrucchiera di quelli di una volta, integrale e alto, quasi a forma di mezza supposta. Poi prese una lama e un piccolo catino bianco con all’interno stracci puliti di diverse misure.

Sei pronta? Chiese Carmen appoggiando una mano sulla spalla di Angela e guardandola solo in quel momento negli occhi. Lei annuì mentre con il pollice si torturava la pelle intorno all’unghia: posso continuare a raccontare, per un po’?

Carmen ci pensò, poi disse: Sì, lo devi fare, ma non dimenticare i divieti. E si guardò intorno per l’ultimo controllo.

La scorsa notte ho sognato un cane – iniziò a dire Angela -. Anzi, prima ancora del cane, ecco, io ho visto alcuni topolini bianchi. Dapprima erano pochi e innocui. Una donna mi stava guidando in spazi metallici e in corridoi che ricordavano i tunnel di un aeroporto. Mi hanno costretta a lasciare il mio zaino e a seguirla.

Carmen le sollevò la nuca e la infilò il casco lasciandole spazio per respirare, parlare e vedere. La visiera trasparente le copriva solo la fronte.

Le difficoltà sono iniziate solo quando i topolini sono aumentati a dismisura e io camminando dovevo evitarli: in punta di piedi, saltellando, cercando di mantenere un equilibrio su un piede solo e giocando a spostare il peso. Poi siamo arrivati su un aereo. Lì ho scoperto di essere una hostess e di avere compagnia. Quei topi erano anche lì, ma pochi e ben controllati. E io ho potuto svolgere il mio lavoro. 

Carmen si segnò due appunti: ora parlami del cane. Che aspetto aveva? Lo disse impostando la voce in modo che suonasse calda. Premette alcuni pulsanti sul lato arrotondato del casco che a quel punto si aprì lasciando intravedere i capelli grigi di Angela.

Il cane era grigio, massiccio, ma anche malato. Mi verrebbe da dire: opaco. Sono uscita dal negozio nel quale lavoravo per prendermene cura e vegliarlo fino alla morte. Nel sogno, io vedo in modo nitido…

Continua, le suggerì Carmen mentre tra carta, penne e appunti, iniziò ad utilizzare la lama.

Ecco, il cane ha alzato la testa e ha emesso un respiro sonoro, l’ultimo. Ed è morto. Cosa vorrà dire? 

Pausa. Carmen si accorse del silenzio con un lieve ritardo. Cazzo, Angela, non ora! Pensò, cercando al contempo qualcosa di intelligente da dire. La lama rimase immobile, infilata nel casco e a pochi millimetri dalla sua testa. Continua a parlare, disse l’estetista

Erano anni che Carmen se ne fotteva della legge e praticava nel sottoscala. Prima iniziò a dilettarsi nel dare e ricevere ascolto – ormai pratica desueta – a donne, uomini e bambini. Quando si sparse la voce andarono in fila da lei solo per il gusto di recuperare una sensazione dimenticata: molti piangevano. L’emozione raccontata all’uscita era la stessa: c’era chi vedeva una storia d’amore, chi si immedesimava in un viaggio, chi si proteggeva da sfoghi, chi finalmente comprendeva l’altro. E poi al rovescio la gente se ne usciva con le parole ancora vibranti tra labbra, lingua, palato. La gente se ne andava con un sorriso per un ricordo emerso, la mente in costruzione di pensieri come di castelli e la sensazione di aver lasciato un pezzo di sé – sporco, luminoso, puro, cattivo non importava – là dentro.

Poi si cimentò con le operazioni e tutto cambiò.

Angela avvertì un lieve bruciore alla tempia: la sua estetista aveva iniziato la procedura. La lama penetrò sempre di più nel casco, a partire dall’alto, dove stava la fronte di Angela. La scena le ricordò uno spettacolo di magia con i lustrini e l’aiutante avvenente. Incapace di parlare, Angela iniziò a giocherellare con il suo anello. Il silenzio deconcentrò Carmen – tac – si fermò, si pulì con uno straccio e si asciugò la mano nei jeans. Un paio di gocce di sudore caddero sul naso di Angela, che finse di non sentirle. Il casco iniziò a vibrare, Carmen lo richiuse. Dopo pochi minuti dalla punta arrotondata, come da una spremiagrumi, iniziò a fuoriuscire un sottile filo di liquido argentato, metallico. Il catino bianco era già posizionato all’altezza corretta per raccoglierlo e Carmen dovette solo assicurarsi che Angela fosse serena.

Ci siamo, ora posso riaprire. Il tuo cane, torna al tuo cane che muore… 

Non ricordo – disse la paziente – so solo che mi è morto tra le braccia. E che c’era un uomo, un bacio…

Carmen tolse la lama con movimenti lenti, la depose e si asciugò ancora il volto. Si fermò per bere un sorso d’acqua e mescolò la ceretta in modo meccanico. Si dimenticò, questa volta, di dare uno sguardo intorno, altrimenti avrebbe forse notato – o quantomeno percepito – una terza presenza nella stanza. Gli occhi spalancati e il respiro trattenuto della ragazzina alla reception si confondevano con gli asciugamani impilati su un paio di sedie accanto alla porta d’ingresso. Gambe e ginocchia le dolevano dallo sforzo di restare accucciata tra le sedie e lo stipite della porta: il solo luogo rimasto al buio, mentre tutta la luce serviva a Carmen per non sbagliare alcun passaggio.

Angela sospirò mentre il casco si aprì di nuovo tra le mani dell’estetista. Carmen era asciutta in volto, il sudore le cingeva solo il seno e correva lungo la colonna, le mani erano avvolte in guanti e una mascherina chirurgica le copriva la bocca. Sapeva già cosa avrebbe visto: ammassi rotondi, ovali, globulosi di color grigio scuro, metallico. Tra i pazienti le differenze risiedevano nel peso, nella consistenza, nella grandezza e nella quantità.

Ne hai tre, disse Carmen con un tono privo di inflessioni. Dunque: una pesa forse 900 grammi, le altre due sono leggere. Una è gommosa. Quella più pesante è anche la più piccola. Lo disse con un piglio da laboratorio analisi, senza giudizi e senza spiegazioni. Angela avrebbe voluto fare domande senza fermarsi. Carmen invece la incitò a tornare al cane grigio, quello che stava morendo, proprio mentre riposizionò al loro posto – nella testa di Angela – sia le pietre sia il liquido raccolto nel catino.

Niente da dire: stava morendo. Cane, cane… era un cane! Non so dire altro. Grigio, malato, cupo, ma anche fiero. 

Tranquilla. Sui topi, mi sai dire altro? Colori, sensazioni? Cosa ti viene in mene? 

Angela sbuffò, rigida e senza aprire bocca. Le pietre metalliche si mossero nel liquido in fase di ebollizione. L’estetista scrisse velocemente sul suo quaderno, alzando la testa verso quel magma denso e attivo e scrutandolo come se si trattasse di tarocchi.

I topi. Finché erano pochi non infastidivano granché. Poi hanno iniziato ad aumentare. Piccoli e bianchi, piccoli e bianchi… ma sull’aereo, io ci salivo, e facevo la hostess. Era molto femminile. Lì i topi erano presenze discrete. 

Carmen si portò la penna alla bocca, avrebbe dovuto dire qualcosa. Guardò l’orologio. Iniziò a muoversi e ad agitare le sue spalle. Il sudore tornò a bagnarle fronte, cuoio capelluto e pelle tra seno e torace. La testa di Angela era un continuo ribollire, ormai le masse erano indistinte dal liquido denso color argento, simile al mercurio dei termometri. Topi, cani, hostess, aerei: tutto si confondeva in un continuo roteare.

I topi, quelli sono i tuoi fastidi, le tue lamentele, i tuoi malanni, disse Carmen cambiando voce e alzandosi in piedi in cima a una sedia. Iniziò a sputare fuori parole e frasi confuse: sull’aereo ci arrivi,  tu volerai, tu non sei il tuo lavoro, i topi ci saranno sempre, lascia morire il cane, lascia andare la parte crepuscolare prendendoti cura di lei. 

L’atmosfera era ovattata, la luce iniziò a tremolare e a spegnersi a più riprese. Fino a che non si udì uno strisciare di sedia: la ragazzina della reception si ritrovò stesa in avanti a faccia in giù sul pavimento, mentre Carmen era rimasta a metà della sua cantilena. Bocca aperta, mano a mezz’aria: la figura era quella di una ciarlatana. E nemmeno di quelle furbe.

Sara! Che ci fai tu qui? Urlò l’estetista con un acuto innaturale. Angela svenne e il magma iniziò a calmarsi. Carmen scese dalla sua sedia, chiuse con un gesto rapido il casco e afferrò il polso della ragazzina.

Cosa ti avevo detto? Che cazzo pensavi di fare? La strattonò per qualche secondo, mentre Sara  scalciava e si agitava con le mani in gesti scomposti per cercare di scappare.

Lo sapevo, lo sapevo! – disse tra le lacrime -. Assassina! Mio padre è morto qui dentro, qui dentro…

Carmen mollò la presa, esausta e spaventata. Si rese conto che avrebbe dovuto agire in fretta: prima che quei topolini innocui si fossero trasformati in moltitudine.

 

 

 

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