Appartenenze

matroeska-746131_6402 giugno 2013: caldo, se ricordo bene. Ero in Centrale con i miei, due valigie e un treno per Pavia. Penso a ciò che è arrivato, spostandomi di poco, e partendo da zero. Ho conosciuto persone. Mi sono amalgamata e ho ascoltato le loro storie: Anna, la mia prima coinquilina dopo qualche mese da sola e nemmeno troppo felice di esserlo. Chiara, una vicina di casa appassionata di cinema. I ragazzi della Comunità, con cui ho trascorso un Natale in una cripta trasformata in un salone per ricevimenti, con musulmani, senza tetto, poveri e soli. Silvia, la mia famiglia pavese per eccellenza. Gli incontri fortuiti, effimeri o intensi e quelli da treno. I maestri. Chiara S., Clara, Paola, Ivana.

Mariangela, per chi ancora non la conoscesse, ha 90 anni e gli occhi azzurri. Le piacciono i miei tatuaggi e sa chi sia Ligabue, ama Munch e adorava viaggiare. Ballava il tango, da giovane, e faceva il bagno nel Ticino. Leggeva e scriveva poesia. Vedova in un’età imprecisata tra i 33 e 44 anni, ha cresciuto un figlio da sola. Ora ha un nipote di 30 anni che vive a Londra. Ha lavorato come stenografa, mentre suo marito aveva un ruolo all’Inps. Andava a teatro. Colta, bella, moderna: ha solo qualche idea antica e non sa come si usi un cellulare vecchio stile, con i tasti e senza internet. Quando è confusa pensa che in Istituto si girino film, ci siano soldati o confonde date ed eventi della sua giovinezza.

Non ho mai amato gli anziani, anzi: dentiere, saliva, sporcizia, odori. Gli odori. Le parole vuote. Andare a trovare mia nonna malata di Alzheimer era quasi sempre ostico, tranne quando la facevo ballare alle festicciole in cui intonavano Romagna mia. Quando sono arrivata qui, a Pavia, ho conosciuto alcuni giovani della Comunità di Sant’Egidio che mi hanno dato affetto e mi hanno fatto sentire utile. Non avevo niente da perdere e forse poco da fare. Non mi sono posta il problema del mio non essere cattolica: sono spirituale e forse bastava. Ho iniziato ad andare in Istituto, seguendo queste persone.

Avevo nostalgia di un certo clima, quello dell’appartenenza. Non avevo più l’ambulanza, la campanella del 118, i turni, i volontari. Ho seguito un corso introduttivo della CRI, poi ho provato con la Croce Verde: la prima non era adatta, la seconda era troppo lontana.

In questo terreno è arrivata Mariangela. Non subito, ma nemmeno troppo lentamente, siamo diventate amiche. Mi vedevo in lei. Sono egocentrica e posso apprezzare qualcuno per due motivi: o è uguale a me e ci intendiamo con gli occhi, o è talmente diverso da essere complementare. La prima è Mariangela, la seconda è Silvia.

Mi legge dentro, Mariangela. Legge dentro a chiunque le si presenti davanti, ma bisogna capirlo e per capirlo bisogna ascoltarla, andando oltre quei modi bruschi, diretti e sinceri. Se si stufa ti manda via, se non capisci te lo dice, se non ha voglia di darti retta non finge. Ti sgrida, se necessario. Ti sprona, ti consiglia, ti elogia e ti critica. Il punto è che lei è la sola nonna che abbia avuto. Prima di conoscerla mi chiedevo come fosse avere quel rapporto, visto che con i miei 4 nonni biologici non sono riuscita a costruirne di simili. Ora non ci sono più, tranne la mia nonna materna con la quale ci si vede durante le feste comandate e si riscontrano somiglianze tra lei e mia madre.

Io li ringrazio, i miei nonni biologici. Ho vissuto con quelli paterni per tutta l’infanzia e l’adolescenza. Ho ricordi anche piacevoli. Ricordo la pasta al pomodoro un po’ collosa, cucinata in quella pentola scalcinata e nera, la minestra verdolina, forse di malva. Ricordo la tisana che mio padre fingeva di bere e buttava nel lavandino. Il caffè d’orzo e le patate al forno. Ricordo i pranzi tutti insieme intorno al tavolo rotondo. Ricordo le culle per le bambole preparate da mio nonno che lavorava il vimini e rese belle dalla nonna sarta. Ricordo i miei nonni che litigavano con ironia. Mia nonna non mangiava cioccolato: aveva fatto un voto, credo. E quando andava a messa – la sola occasione in cui la vedevo uscire di casa – si agghindava come se dovesse andare a un matrimonio. Mi ricordo la Renault beige. I giochi in giardino e la tenda canadese (sempre opera di mia nonna).

Io li ringrazio anche se non sono stata loro amica, perché ho imparato che “assomigli a tua nonna” è un complimento, e ne vado fiera e orgogliosa anche quando è detto ricordando i suoi difetti, la sua testardaggine, la voglia di aver sempre ragione o le stranezze del suo Alzheimer. Mi piace quando si riferisce alle mie gambe, belle come le sue. E al suo viso. Ringrazio i miei nonni biologici perché da loro arrivo. Li ringrazio per i geni che mi hanno trasmesso e per tutto ciò che mi hanno passato attraverso i miei genitori: dall’educazione alle ferite emotive, dalle abitudini ai vizi, dalle inclinazioni ai difetti. Sono i miei antenati. Ricordo che a meditazione ringraziavamo gli antenati spirituali e quelli biologici. I maestri e gli avi. Si dice che il compito di ogni nuova generazione sia quello di spezzare o cambiare quell’atteggiamento ripetuto che è fonte di dolore. A ogni generazione c’è un piccolo o grande cambiamento. Un affrancamento.

La mia nonna acquisita, invece, mi sostiene e mi fa assaporare quel rapporto mancato. A lei devo la parte psicologica, mentale, affettiva: in pochi anni – per ora  – Mariangela ha saputo mostrarmi cosa è e cosa può fare una nonna. Ha ripristinato un equilibrio e raddrizzato un quadro, mi ha riappacificato con il lato materno e femminile. Mi ha insegnato la complicità, dimostrandomi che 57 anni di differenza possono unire anziché dividere e possono lenire sofferenze. Mie. Perché io, lo so, ricevo più di quello che do. Mi sento protetta e confortata. Non riesco a spiegarle tutto, a dirle tutto e a farglielo capire, ma ci provo e soffro quando la vedo assente, confusa, poco lucida. Poi d’improvviso si ricorda che devo fare una visita medica – e mi spinge a non rimandare – mi parla di fidanzati, di uomini in chiave moderna e “femminista”, dicendomi di non accontentarmi mai. Mi chiede di mio papà perché lo trova un bell’uomo, simpatico. E di mia mamma, perché ci tiene che io vada d’accordo con la parte femminile, più difficile.

Mi dice che è convinta che ce la farò. Sa cosa provo, perché è lei stessa così. Lo era. Piena di entusiasmo, curiosità, voglia di realizzarsi. Sa che sono testarda ed è una donna che crede nel potere dell’azione. Poi mi guarda e, sentendomi tesa, mi dice: «lascia fare al destino». Io sorrido e penso – senza credere che le cose desiderate ci cadano dal cielo – che ciò che capita esiste e comunque conta. Il destino in cui crediamo Mariangela e io è una sorta di percorso che ciascuno di noi si costruisce. È la strada che ti apri con il machete tra le sterpaglie: quelle, i fiori, gli alberi, gli animali, gli incontri, il panorama che vedi, e infine tu con il tuo machete (e magari un po’ anche la direzione) sono elementi con cui fare i conti.

Ci sono. Per fortuna.

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...