Vagando

buddhism-694588_640Mi piace muovermi per gli scaffali e osservare. A volte non tocco, soprattutto se so di dovermi imporre di non comprare. Guardo titoli, copertine, autori. Posso fare in fretta o perderci tempo. Quando devo scegliere – no, non puoi comprare tutto ciò che vorresti – allora soppeso ogni variabile: autore, trama, voglia, prezzo, desiderio, corrispondenza con il mio io del momento.

Non mi sono mai posta il problema del libraio, forse perché non è mai esistito veramente. Ho sempre frequentato librerie grandi oppure fai-da-te. Catene. La Feltrinelli è stata (ed è tuttora) quella preferita tra tutte e l’ho sempre pensata insieme a un treno da prendere e all’attesa.

Ho scelto ciò che mi si offriva. Quando abitavo in provincia di Como, si aspettava di andare in città o a Milano. O ci si accontentava dei centri commerciali, con ciò che avevano. Magari qualche libreria piccola e indipendente c’era, ma chi l’avrebbe mai scovata? E poi, che ne sapevo io di librerie, librai, indipendenza? Poco, niente. Il poco che so ora lo devo al mio master e al corso di Editoria, appunto. Scientifica, ma va bene comunque.

Di Como ricordo la Ubik. Mi piaceva quel bianco, quello stile. Piccolina, graziosa e aperta fino alle 23. A Como! Quale meraviglia! Alle 19.00 ad andare bene c’era il coprifuoco e per le vie il vuoto: qualche piccolo focolaio vicino ai locali più frequentati, qualche coppietta abbracciata e io alla Ubik.

Ma come la vorrei, io, una libreria? Accogliente. L’ho spesso immaginata in simbiosi – mutualistica, sia chiaro – con un piccolo caffè. Ma poi alla fine, a parte la moda, come fai? O ti godi gli scaffali o ti siedi al bar. Ci si potrebbe sedere e leggere, ma ancora la faccenda non mi convince. Devi aver già osservato, curiosato, letto le quarte di copertina e quindi devi aver già scelto, prima di finire al bar. Mi sembra che per far tutto poi non si assapora niente. A Pavia c’è una libreria con un legame fisico e solo fisico (fatto di pavimento e soffitto) con un bar.

Mi piacciono gli eventi, le presentazioni se non sono la noia (ma non le amo), ci andrei per corsi di vario tipo – che poi a me piace fare corsi – e in generale quando c’è da sporcarsi la mente per me va bene. Che sia però  una roba un po’saporita! E poi lo devo dire – poveri librai – che se queste cosette le facessero al Politeama a me andrebbe bene lo stesso, a meno che non servano, tutti quei libri.

Una volta stavo pensando all’idroscalo di Pavia: qualcuno mi stava dicendo cosa ci avrebbe fatto lì dentro, se avesse avuto i soldi. Io ho pensato subito a una libreria (non sarei in grado: diciamo che sto ipotizzando cosa ci vorrei vedere lì dentro, cosa userei), ma conoscendo la mia tendenza ad aver bisogno di più attività, che siano anche fisiche – senza però la capacità di farle e goderle contemporaneamente (vedi paragrafo precedente) – ci metterei una sala yoga, una ballo e una cinema (e ci si può aggiungere anche altro). E una zona gastronomica, possibilmente di qualità.

C’è anche il rapporto umano. Nella mia timidezza (che anche qui si apre un capitolo: sembro sempre una rincoglionita, e recentemente ho sentito dire non a me: una è timida, l’altra sa il fatto suo. Scusa? Io so il fatto mio più di molti estroversi. Mai sentito parlare di acqua cheta?) ho sempre schivato la maggior parte dei rapporti con i negozianti di qualsiasi tipo. Mi piace vagare più o meno consapevole e precisa nella scelta.

Poi però penso a quelle rare volte in cui una sintonia interessante con chi vendeva (di solito abiti o scarpe) mi ha permesso di fare acquisti migliori, di sentirmi bene, quasi tra amiche: sì, si chiama fidelizzazione. Non mi importa molto se siano strategie, m’importa quel modo di fare discreto, poco invadente ed equilibrato con il quale però mi sento “presa in carico”. Come a dire: so io cosa ci vuole per te. Vedrai come starai bene!  

In libreria, invece, mi sento più incline a saper scegliere. Ho sempre fatto da me, chiesto un titolo al limite. Chi mi regala un libro di solito sbaglia, a meno che non sappia già cosa io desideri. Mia madre va a colpo sicuro con qualche lista, suggerimento, ascoltandomi e leggendo le mie mail (e qui si potrebbe aprire il capitolo Natale e i libri: da bambina li scartavo con impazienza. Le Caravelle era il nome della collana. Poi ci furono i Gaia Junior e Bianca Pitzorno. Ma prima, piccola e alle prime armi, ricordo ancora la fucina delle tre streghe e la macchina da buttare che diventa la casa per una coppia di topolini. La sensazione provata quando imparai la parola fucina non la scorderò mai).

Per me è molto difficile accettare un suggerimento, sentire il libraio e la sua presenza. Non sono il massimo su abiti e scarpe, ma so perfettamente cosa mi piace leggere o so scoprirlo. Non ricordo molto di letteratura, ma so come mi voglio sentire, cosa voglio far muovere.

In realtà da poco sto ribaltando questo assunto perché ho scoperto che esistono molte persone in grado di dare indicazioni. Indicazioni ottime. Senza indebolire o impigrire capacità, gusti e inclinazioni personali. E senza che io balbetti cose senza senso, perché non so mai spiegare bene cosa vorrei o cosa mi piace se non citando autori o libri già letti.

A proposito di questo, ripensavo al mio appuntamento odierno con il parrucchiere. La mia (che adoro) è in maternità e Lisa, quella nuova, non la conosco.

«Sì, volevo un appuntamento»
«Cosa deve fare?»
«Taglio e colore»
«Perfetto. Una e mezza potrebbe andarle bene? Nome?»
«Sì va benissimo. Viganò. Ah, c’è già la mia scheda colore…»

La mia scheda colore. Non so come sia Lisa nel taglio, ma so che non potrà sbagliare colore, a meno che io non decida di cambiarlo. Ha la mia scheda. Una certezza. E poi ci sono io che le dirò, come sempre, hai carta bianca, ma mantieni il riccio.

Ho rimuginato sulla “scheda colore” e ho pensato anche ai negozi di intimo in cui si crea una scheda cliente con la taglia di reggiseno: sia mai che qualcuno voglia farti un regalo o che tu sia di fretta per provarlo. Che poi dubito che serva davvero a qualcosa. La scheda colore starebbe benissimo, invece, in libreria e presumo che qualcuno l’abbia già istituita.

Le librerie grandi e di passaggio non hanno alcun interesse a farlo (comunque alla Feltrinelli in Centrale ho conosciuto una commessa davvero brava), ma una libreria che cura il rapporto umano potrebbe davvero creare una scheda colore. 

Cosa metterci? I libri acquistati, quelli piaciuti, quelli odiati. Ovvio, va costruita con passione e va considerato il fatto che un libro che ieri mi faceva orrore, magari domani lo divoro d’un fiato. Io cambio: quindi la mia scheda colore potrebbe essere flessibile ed evolversi. E contenere anche i desideri, come su internet. Il famoso “carrello”: quando entro in libreria e so di dover frenare l’acquisto, mi capita di mandare a memoria titoli che dopo poco tempo scorderò e riemergeranno chissà quando. Se qualcuno volesse regalarmi un libro saprebbe dove andare con certezza.

Si possono costruire percorsi, con l’aiuto di un/a libraio/a esperto/a: generici, specifici, d’autore. Si possono creare combinazioni libro+film, registrare recensioni. Si può arricchire o lasciare allo stato minimo. E si può barare, qualche volta, decidendo cosa registrare e cosa no.

Non ci si deve sentire giudicati.

Ci si deve sentire bene. Solo questo.

Rilassati, pascolanti per gli scaffali con un dito sui dorsi, timidi, impacciati, chiacchieroni, decisi a non accettare consigli o fiduciosi nelle capacità di chi si ha di fronte. Incauti, amanti del rischio e delle sfide, ribelli, pacifici, classici, fascinosi, esteti, molteplici, rigorosi, fedifraghi, sognatori, idealisti, introspettivi, collerici, gelosi, amanti. 

Chiunque entri in libreria dovrebbe avere il diritto di ritrovare ed essere sé stesso (con un libraio e una scheda colore ad aiutarlo), almeno per un po’, almeno lì.

 

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