Non è una recensione

cinema-860681_640Afferro i braccioli della poltroncina, incito a bassa voce. Smorfie ed espressioni appaiono spontanee sul mio viso: dal disgusto alla sorpresa, passando per il raccapriccio e il dolore. Ho provato perfino gelo. 

Non ricordo quale film, prima di Revenant, mi abbia fatto sentire tutto questo. Ho proprio notato le mie espressioni facciali e i miei bisbigli, forse perché abituata ad analizzare ogni cosa o più semplicemente perché non mi capitava da tantissimo tempo. Prendere parte al film è una delle sensazioni più forti e – a parer mio – più belle del cinema. 

Mentre il film proseguiva, togliendomi e ridandomi fiato come voleva lui e facendomi sentire nel suo più totale potere, mi sono soffermata sulla capacità di raccontare storie. Ho proprio pensato: quando qualcuno è capace di raccontare bene – e intendo da dio – una storia, in quella storia ci si finisce dentro tutti. Questa capacità è in grado di dare a chi racconta, gli strumenti e le tecniche più appropriate, idea inclusa, per far entrare gli altri nella storia.

Ho percepito tutto quello splendore di immagini, di scelte, di regia, di taglio – insomma tutto ciò che è il film stesso – come necessari. Non erano virtuosismi, tecnicismi o forzature: quella storia stava bene raccontata così. Quel modo mi ha permesso di restare incollata allo schermo e allo schienale anche in mancanza di dialoghi e senza essere davanti a un film d’azione o a un thriller. Ero dentro, ero Glass. Ero in attesa della prossima mossa, ma al contempo ero in estasi per ogni singola immagine che mi veniva proposta. Ero sporca, fredda, affamata e dolorante. Ed ero incredula.

Ci sono stati alcuni momenti in cui mi è sembrato che il patto di verosimiglianza venisse un po’ tradito: quando percepivo esagerazioni, quando davvero sembrava che nulla potesse uccidere Glass. La dicitura tratto da una storia vera ha avuto una doppia funzione: da un lato di far sì che io mi aspettassi qualcosa di credibile e – appunto – molto verosimile (aumentando il rischio di percepire una frattura), dall’altro di chetare la sensazione di tradimento.

A parte questi istanti impercettibili, mi sono stupita a posteriori, uscendo dal cinema, per ciò che avevo provato lì dentro. La presenza di pochissimi dialoghi e la capacità del protagonista (non lo nomino nemmeno, ho un’adorazione per lui come attore e faccio un tifo spropositato per quell’Oscar che non arriva) di essere Glass mi hanno sorpresa. Qui ho trovato il senso pieno del motto: show me, don’t tell.  Se Iñárritu sa raccontare da dio mostrando, DiCaprio sa farci vedere e sentire chi è Glass, semplicemente perché lui è Glass in quel momento.

Mi ha lasciato anche una riflessione finale. La mente ci sostiene ed è in grado di agire sul corpo. Prima l’amore per il figlio e poi la vendetta dopo la sua morte generano a cascata un meccanismo di sopravvivenza biologico e mentale potente, che crolla dopo la morte del suo nemico. Lo abbiamo provato tutti, in dimensioni più piccole. Qui c’è di mezzo qualcosa di più intenso (Non ho più paura di morire. Sono già morto) e c’è di mezzo anche un rapporto uomo(americano)-natura-uomo(“selvaggi”) complesso e ricco. Ci sono tanti momenti culminanti seguiti da fasi di riposo. Credo di essere rimasta anche in apnea più volte.

C’è una catarsi, chiaramente, e deduco che sia pieno zeppo di simboli, ma andrebbero studiati per bene: nulla è lasciato al caso, si capisce. L’acqua per esempio, simbolo di vita, sia all’inizio sia alla fine del film si riempie di corpi e si tinge di sangue. Gli alberi completano una metafora molto yogica: “Perché nel mezzo di una tempesta, se guardi i rami di un albero, giureresti che stia per cadere. Ma se guardi il suo tronco ti accorgerai ti quanto sia stabile”. Sempre attraverso le lenti dello yoga, quando Glass deve affrontare le rapide del fiume, ho sussurato: lasciati andare, non opporre resistenza, segui il flusso lasciando andare.

Quelle immagini – che nemmeno il più figo dei documentari si sogna – ancora mi fanno sgranare gli occhi: non riesco a risolvere la loro intensità e a unirla all’adrenalina provata. Ne sono la causa? Sono elementi di riposo? Avrei molte più domande, la voglia di rivederlo e la sensazione che sia così potente solo se visto al cinema.

Afferro i braccioli della poltroncina, incito a bassa voce. Smorfie ed espressioni appaiono spontanee sul mio viso: dal disgusto alla sorpresa, passando per il raccapriccio e il dolore. Ho provato perfino gelo. 

 
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