“Bisogna ricominciare il viaggio”

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.

(Jose Saramago, “Viaggio in Portogallo”).

12516894_10153970611320209_643957873_oQuanti scrittori preferiti ho e ho avuto? Molteplici.

Muto io, cambiano loro. Il momento preciso in cui si sceglie di leggere quel libro determinerà il nostro affetto o il nostro disgusto. Perché noi siamo diversi, e con noi le nostre passioni mutano. Cambia l’appetito, ciò di cui vogliamo nutrirci, ciò che ci appaga e corrisponde.

Saramago, benché ne abbia letto poco, resta. Cecità è ancora il mio libro preferito dell’età adulta.

Mentre arraffavo tutta Barcellona, mi ripetevo in testa questa citazione, o meglio una sua parte (non ho letto il libro). Mentre in modo scomposto ripercorrevo strade già percorse e rivedevo luoghi già visitati, ho provato la piacevole sensazione della necessità di farlo. Non era disorganizzazione, né perdita di tempo. Era necessità.

Ho rivisto la Boqueria in serata, convinta che stesse per chiudere, ma un po’ confusa dall’andirivieni di persone: il banco del pesce centrale era spoglio e vuoto e la maggior parte dei venditori aveva chiuso le saracinesche, mentre in ingresso gli avventori erano ancora tenaci. Ho assaggiato del pesce fritto molliccio, che aveva tutta l’aria di essere stato buono, prima che finisse la sua giornata.

L’ho rivista a colazione, quando Barcellona è già sveglia: si assaggiano i salumi, si acquistano pesci, si fotografano i commercianti. I colori sono più vividi, la puzza di pesce è più intensa, la calca spessa e rassicurante, chi vende è gentile. Intorno ai “bar” si creano come delle collane di gente seduta a mangiar tapas o pinchos. Ho bevuto un succo di cocco e assaggiato un loro torrone.

Ci sono tornata per una cena veloce, di nuovo in serata: ho assaggiato le ostriche per la prima volta.

Sono stata nel barrio gotico sola e con la guida, di sera e di giorno, prendendo le vie da un verso e dall’altro, sbucando nelle piazze da punti differenti. Ho visto le Chiese principali sia alla luce calda, sia di notte, con le piazze gremite e i ristoranti ricolmi. Ho annusato il cioccolato dei gofre che lì vanno tanto di moda, sembra. Con la guida ho capito la geografia e trovato la Sinagoga Major. Ho scoperto dei bar interessanti e delle zone in cui hanno girato film.

Nella piazza San Filippo Neri è morto Gaudì: era la sua Chiesa preferita! E sono morte altre 42 persone (bambini soprattutto) durante i bombardamenti, di cui si vedono ancora i segni nei muri, della guerra civile (30/09/1938). In quella piazza hanno girato una scena di Profumo. Storia di un assassino. 

Ho visto il parco della Ciutadella al mattino quasi all’alba e alla sera quasi al tramonto. Ho visto vie addormentate e le medesime prendere talmente tanta vita da confondere. La facciata di casa Batllò l’ho vista di notte e illuminata, di giorno fotografata e piena di turisti, di mattina nella via deserta. Ho visto la statua di Colombo e la Rambla più volte e anche qui tra luce, buio, folla e silenzio. Vi sono strade più affascinanti nella solitudine che nel caos e altre migliori quando è invece la vita a prendersele.

Ogni tanto mi arrivava al naso un odore particolare: l’odore che io associo alla Spagna, ma che è anche una nostalgia, un ricordo – ma non so quale – una parte di me.

Saramago è portoghese, ma credo di aver visto in Gaudì una sua versione spagnola.

“La luce deve essere giusta, né troppa, né poca, poiché tanto l’una come l’altra accecano”

Antòn Gaudì

Anche se sono stati due soli giorni (e tre notti) a due passi da casa, sono stati comunque ricchi di spunti, dilatati e utili per farmi sentire diversa.

Per questo ho deciso di fare un gioco, se posso permettermelo.

Tornerò a Barcellona una volta l’anno: mai prima che siano passati almeno nove mesi e mai più di dodici. Le regole sono esigue.

Pochi giorni, sempre. Ogni volta sarà in una stagione differente. Se tra quattro anni starò giocando ancora, ripeto le stagioni e cambio i mesi. Cerco di scegliere sempre un nuovo quartiere da esplorare o due-tre cose da vedere, a volte basterà anche solo dedicarsi a un aspetto culinario, parlare con qualcuno disposto a farlo, stare per almeno mezza giornata nello stesso bar o punto della città. E ogni volta devo andarmene con la sensazione di aver lasciato qualcosa per la prossima volta: qualcosa che potrei anche vedere, vivere, sperimentare o mangiare in quel momento, ma evito e ne custodisco la mancanza fino all’anno successivo.

La prossima volta vorrò dedicarmi a Montjuic. E tra ciò che ho lasciato annovero il tour in bici gratuito nella zona “moderna”.

D’ora in poi vorrei che il mio approccio ai viaggi fosse proprio così: pochi vincoli, pochi programmi, pochissimi se non assenti i voli interni. Resto e non scappo. Mi fermo e scendo a patti con l’ozio, la noia, la calma e il far niente. L’approfondire.

 

 

 

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