Incipit

tree-251480_640Cara S.,
stamattina ero nel nostro paesino, per le feste. Con il corpo non ci vivo più da tre anni; con la mente credo di non viverci più da almeno sedici anni quando, grazie agli impegni della maturità, ho dato l’addio a quei pomeriggi estivi in cui si giocava a “fare le grandi” in oratorio.

Ricordo il sole e l’afa così desiderati per tutti i mesi della scuola. La terra arida del campetto, colorata con chiazze verde secco, era il nostro mondo. Occuparsi dei più piccoli con dedizione e innamorarsi dei più grandi era ciò che colmava le ore rendendo le estati lunghe quanto interi anni.

Oggi, con questi ricordi in testa, non ho potuto fare a meno di uscire a prendere aria, camminare. Sai che non so stare ferma, vero? In più il sole freddo e il clima da domenica (pur essendo venerdì) mi hanno scosso e svegliato. Il primo gennaio è spogliato da qualsiasi significato religioso, ma ingombro di simboli.
Sono uscita e nel percorso ho incontrato diverse persone e pensato a te.

Ho trovato una signora anziana. Il mio primo incontro. Un buongiorno e un augurio, ma lei ha continuato a parlare costringendomi a fermarmi. “Sei giovane e cammini!”, mi ha detto sottovoce. Mi ha raccontato di suo marito rimasto paralizzato a 66 anni e accudito per 17. Mi ha parlato di una solitudine, dopo la sua morte. “Bisognerebbe scrivere ogni giorno, le cose della vita”. Aspettava suo nipote, lì, sul ciglio della strada e poi il nipote ha atteso con pazienza che lei e io finissimo le parole. Mi sono allontanata felice quando mi ha detto che le ha fatto piacere fare due chiacchiere. È bello sentirsi “utili”.

Proseguo e incontro persone che salutano tra i denti, chi si apre anche nel volto (una donna dai capelli bianchi, bellissima e con un cane di non Golia), incontro i sovrappensiero, i buon anno spontanei e quelli in risposta ai miei. Chi è in due e chi è con il cane. Incontro un runner che mi spiazza con un saluto che non mi aspetto, visto che di solito per loro non esisto. Incontro persone alle quali appare davvero magico vedersi il primo giorno del nuovo anno, perché oltre al buongiorno ci si augura qualcosa in più.  

Lo sai, vero, quanto io tenda a caricare di simboli ogni cosa? Così anche a me il primo gennaio piace.

Mi piace il suo odore, ma solo quello del mattino e del risveglio più che quello post prandiale. È come se ci fosse una sorta di sospensione nel mattino del primo gennaio. Non trovi? Dopo le feste notturne più o meno sane, nuove e sincere o caotiche ed eccessive, magari vuote e obbligate, il mattino grumoso e silenzioso del primo gennaio è un incipit.

Mi piace questa stretta vicinanza tra fine e inizio, tra rumori e quiete.

Questa vicinanza rende l’attesa relativa. Sì, dipende da ciò che decidiamo di fare, con chi siamo e cosa attendiamo. Ieri è stato bellissimo e a te sarebbe piaciuto: perché è stato semplice, delicato e con una persona a cui voglio bene. Ogni attimo presente me lo sono goduto lì per lì. Mi sono presa tutto ciò che ho potuto per scelta e con calma. Non credo ti interessi conoscere la cronaca di quei tre giorni, magari ti basta sapere che, come spesso capita nelle festività, mi sono liberata da abitudini e regole (ma non tutte, ho letto e scritto), ho perso punti di riferimento e concezione dei giorni della settimana.

E ho fatto cose mai fatte, piccolissime: un sapore, un ristorante giapponese, andare da Mariangela mercoledì anziché sabato, vedere una mostra, camminare in posti diversi, vedere un film stupendo ed emozionarmi. Mi sono innamorata del cane dei miei genitori e so quanto tu possa capirlo. Ricordo il tuo amore per D.: ti si illuminano gli occhi quando parli di cani.

Ma sto divagando, come quando ci perdevamo nelle nostre chiacchierate lunghissime. Ti ricordi le nostre madri a chiedersi cosa avessimo da dirci e le battute sui famosi “vado cinque minuti da lei”? Per non parlare delle bollette del telefono! Mi ricordo quella telefonata dalla cabina telefonica di Lugano e il tuo viso bendato dopo l’incidente. Ho davanti agli occhi le grigliate, i locali in cui andavamo a ballare, l’attesa del sabato sera e l’avvento di squilli e messaggini. I mesi duravano così tanto! Le turbe e gli scompensi d’amore erano brevi ed eterni al tempo stesso. Bastava vederlo giocare a calcio o aspettare un suo bacio. Non importa di chi io stia parlando, ora: il meccanismo era uguale a ogni nuovo fulmineo e intenso innamoramento. Era un sospiro continuo e un interpretare segnali, contattati oppure sguardi furtivi e bigliettini.

Ma quello a cui ho ripensato, camminando per le stradine fatte e ripetute tante volte negli ultimi anni prima di trasferirmi (senza sapere che avrei camminato molto di più), sono stati tutti quei momenti in cui ci dicevamo: “un giorno rideremo di tutto questo”. Mi ricordo le lacrime e il nervoso e i nostri “ne rideremo”. Di qualsiasi problema, sapevamo che ne avremmo riso prima o poi.

Alcuni ora fanno davvero tenerezza per quanto fossero piccolezze, molti avevano a che fare con le relazioni e con i rapporti. Andando avanti nel tempo i problemi sono apparsi sempre più insormontabili e poi passati due, tre, cinque anni ne abbiamo sempre riso, o quasi. 

Ho rimuginato sul fatto che tutte le volte che siamo passate in mezzo alla tempesta non abbiamo mai avuto soluzioni né ombrelli. Eppure molte di quelle situazioni ora appaiono così limpide! Agli occhi di chi cambia, cresce e muta, tutto sembra così differente e trasparente.

Ti rendi conto di quanto sia crudo e misterioso tutto ciò?

Gli insegnamenti acquisiti ci permettono di imparare a gestire problemi simili in futuro oppure a non farli più ricapitare. Credo che si chiami esperienza.
Ma poi ci sono quelli nuovi e diversi, mentali o fisici, sfumati, semplici. E poi c’è l’ignoto.

In realtà ti scrivo per dirti che non voglio più trovarmi a camminare pensando a sei o a dieci anni prima, al nostro “ne rideremo un giorno”. Voglio viverla la tempesta, anche se sappiamo bene entrambe che ci farà comodo, in caso di “periodi negativi”, rifugiarci nella capacità lenitiva che solo il tempo possiede. Questo però significa anche invecchiare e forse godersi poco o meno il presente, in un’attesa che non vale la pena provare.

Sto sbagliando? Io so solo che oggi, camminando, mi sono sentita davvero serena. E un pizzico più forte. A te che mi dici che sono coraggiosa sebbene io sia una fifona inaudita, io auguro una vita piena e soddisfacente, perché tu sei forte e decisa. 

Buon anno tesoro.

P.s.: quando riesco a trovarle, ti mando alcune belle frasi del mio film del 31 dicembre: “Le ricette dalla signora Toku”. Delicato e vivo (tratto da un libro). Ti piacerebbero.

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