Apriti!

girl-240925_640La scena mi sembrò curiosa. Mi avvicinai alla tavolata, concentrandomi più sugli ospiti che sui dettagli. Era una delle solite situazioni conviviali da associazione, di quelle alle quali partecipai spesso quando ancora ero volontaria. Ricordo che all’epoca si stava bene, nonostante tutte le dinamiche da piccola comunità: era come avere per famiglia un intero villaggio. 

Camminai verso quella tavola apparecchiata all’aperto con solo una tovaglia. Forse bianca? Vidi subito volti noti, risalenti ai primi anni di volontariato. Uno di questi era un amico nonché istruttore del corso di primo soccorso, ed era lì con sua moglie.

La festante combriccola era situata ai piedi di una breve scalinata: serviva per accedere a un locale – che forse non esiste nemmeno più – molto frequentato durante il mio periodo “adolescenza tardiva” (che potrei chiamare Giallo). Solo in seguito, a livello conscio, mi chiesi come si potesse pranzare lì, tra la strada provinciale che taglia i paesini, quel locale, un supermercato, un negozio che vende bagni e la mia casa d’infanzia. Ma in quel momento ogni cosa sembrò del tutto naturale.

Mi diressi subito verso la moglie del mio amico istruttore: una di quelle amicizie arrivate e perse. Non tutti comprendono la fine naturale di un rapporto, per questo si cerca un motivo, una colpa, una stortura. Io invece mi reputo in pace con tutti gli amici che ora non sono più sulla mia strada e cerco piuttosto i motivi che li hanno portati nella mia vita, e io nella loro. Per questo continuo a volergli bene, a modo mio, attraverso i ricordi.

Considero queste amicizie come le onde del mare che si disfano e si ricreano. Per me sono il lato più tangibile del “niente è per sempre”. Lo diceva oggi alla tv anche Albertazzi: la morte affascina perché è la sola certezza, il solo evento concreto, ineluttabile, unico e valido per tutti. Mentre noi sporchiamo la nostra vita con una serie di “per sempre” fasulli e inesistenti (Forse non sono le sue parole precise).

Quella donna, dicevo, mi salutò felice e mi accolse presentandomi un bambino. Suo figlio, credo. Era un neonato piccolissimo, grande quanto una mano. Il viso perfetto, un cappellino azzurro e una tutina  – o forse era una copertina – di colore bianco e azzurro chiarissimo.

Lo guardai stupefatta e attonita per la perfezione di quel volto dagli occhi chiusi e per le sue minuscole dimensioni, quasi incompatibili con la vita.

«Pensa – mi disse questa donna – mesi fa era ancora più piccolo», si lasciò distrarre per un attimo dai suoi ricordi e io mi precipitai a sorreggere la sua testolina perfetta, mettendo una mano a livello della nuca nel timore che cadesse.

Improvvisamente  il bambino iniziò a respirare con tenacia. Un’azione precisa, voluta, bellissima e sana. Vidi le due narici spalancarsi all’unisono, dilatarsi e con volontà le vidi incamerare aria. La sentii, la vidi entrare tutta quell’aria. Con altrettanta volontà e convinzione la stessa aria uscì, ma senza più mostrarsi nella sua meraviglia.

«È normale che respiri in questo modo?», chiesi alla madre.

«Sì, certo! Sta esplorando il mondo. Lo fa anche con altri “sensi”, organi, funzioni vitali».

«Ma è meraviglioso! – Risposi con gli occhi che brillavano -. Sta già imparando, sta assorbendo le “cose del mondo”. Ed è così piccolo»

Quell’immagine potente e molto yogica, mi è ritornata alla mente spesso in questi giorni, dopo averla sognata giovedì notte (e non era una notte qualsiasi). Mi ritorna lasciandosi dietro sentimenti sempre più ricchi, sempre più positivi, teneri, affettuosi, anche se al momento del risveglio ne fui quasi intimorita.

Ma in fondo, che timore dovrei avere nei confronti del respiro e quindi della vita?

 

 

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