L’abbraccio

stained-glass-love-handsRicordo pochi elementi. Ricordo che ero magrissima e che c’era un mio ex fidanzato, lui un po’ ingrassato. C’erano le lacrime e la compostezza, c’erano persone che non vedevo da una vita e c’erano ricordi di anni di associazione tra la ghiaia del cimitero. Ricordo che ero frastornata e scossa.

Prima ancora del funerale, ricordo quando mi avvisarono: è morta sua madre. La madre di un’amica che non sentivo da quattro anni e con cui avevo chiuso il rapporto nel peggiore dei modi, tirandole uno schiaffo.

Era accaduto tutto in un attimo. Eravamo nel parcheggio del luogo che ci aveva visto diventare amiche inseparabili, nel luogo in cui ne avevamo vissute tante, che al pensiero ora mi viene da ridere e sorridere. Dove avevo vissuto momenti bellissimi, anche quando all’epoca pensavo che non lo fossero per niente. So a memoria ogni particolare di quella sera, era il 2008, ma quale mese e quale giorno fossero non saprei dirlo di preciso. Forse febbraio.

I motivi di quel gesto non hanno più senso. Li conosco, li so, non li rinnego e ancora oggi ricordo le sensazioni che lo hanno preceduto e quelle che lo seguirono. Non lo giustifico e non lo rifarei mai, non lo comprendo, ma è lì. Esiste, c’è. Ha fatto parte della mia crescita, del mio conoscermi, del mio regredire per poi maturare.

Ho – come tutti gli esseri umani – una parte violenta e cattiva. Il punto è ciò che ci fai, con questa roba, come la gestisci e come la sai accettare per poi controllare o convertire. Siamo ambivalenti e in noi coesiste tutto: menzogna, follia, bontà, meschinità, invidia, gelosia, passione, altruismo, amore.

Dopo che mi avvisarono, fu quindi per me normale avere più di un attimo di esitazione prima di scriverle le condoglianze. Ci pensai sopra, fino a quando arrivai finalmente a capire che il cuore – non quello anatomico, ma qualsiasi cosa sia per noi il cuore –  sa fin troppo bene cosa sia giusto fare, anche quando pensi di essere piccolina e hai quasi timore.

Lo sa, lo sente. Succede quando dobbiamo compiere una scelta, quando incontriamo una persona che ci corrisponde, quando affrontiamo bivi e abbiamo l’illuminazione. Quando sappiamo che è giusto così. Non ricordo le parole che scrissi, né l’istante o il contesto, ma ricordo che lo feci con consapevolezza. Perché la mente sa fare pulizia dei dettagli e mantiene solo ciò che nutre o ciò che squarcia.

Il mio cuore non solo inviò un messaggio (incapace di parlarle al telefono), ma decise anche di partecipare al funerale. Io ero minuscola di fronte al suo dolore enorme e non sapevo se il mio esserci avrebbe potuto darle fastidio o meno.

Il giorno del funerale, dopo aver fatto una breve fila tra la ghiaia del cimitero, arrivai tremante davanti a lei con un groviglio di sentimenti difficili da osservare tutti insieme nello stesso momento e luogo: l’empatia, il lutto, il dolore, la perdita, il senso di colpa, la voglia di perdono, il nervoso, il pianto. Le lacrime per lo schiaffo si mescolarono a quelle per la morte. Le lacrime di dolore a quelle di conforto. Le lacrime per sua madre a quelle per me stessa e per lei.

Ci guardammo e tutto si mischiò con tanta forza da lasciarmi inebetita. Poi andai dal suo fidanzato che mi abbracciò stretta stretta, con parole uniche, fatte per sciogliere. Io lo abbracciai per abbandonarmi. Mi si svuotarono tutte le tensioni, i crucci, le ferite. Mi abbandonai, mi sentii amata, perdonata davvero, mi sentii in pace. Ogni grumo che nemmeno sapevo di avere uscì dagli occhi. In quella stretta e nelle sue parole una parte di me rifiorì. Ero lì per la morte e il dolore, incontrai l’amore disinteressato e sincero.

Non erano obbligati a perdonarmi, e sarò per sempre grata a entrambi per questa loro scelta. Il momento in cui ci trovammo di fronte – io, lei e il suo fidanzato, che tanta parte ebbe in questa storia di riconciliazione – è ciò che ricorderò per tutta la vita.

Da quel giorno, piano e con calma, ci siamo riavvicinate, ci siamo guardate di nuovo negli occhi. Un rapporto maturo, non un’amicizia quotidiana, ma un filo lieve che ci collega a distanza, che ogni tanto fa sì che ci si riveda e si condivida, che ci si possa sentire di nuovo umani.

Un’umanità autentica, che descrivo ora e oggi perché ha senso farlo proprio ora e oggi. Perché quel cuore gonfio, quel tremore e quel groppo in gola abbiano la giusta luce. E perché si sappia che quel tipo di abbraccio è la sola soluzione che abbiamo. L’unica.

 

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