Anche per partire

footprint-874093_1280«Ti è piaciuto quel libro?»

«Non male, riflessioni interessanti. Certo, non ti aspettare King o Murakami».

«No, certo, ma non so se voglio davvero leggerlo. Mi lascia perplessa».

«Cosa te ne allontana, senza nemmeno provarci? Prima di giudicarlo, dovresti leggerlo».

«Ne ho paura, credo. Mollare tutto, partire… la felicità in quel gesto estremo. Qualcosa non mi torna».

Il libro non esiste. Esistono articoli, testi, blog e intere discussioni su questo mito. Ne aveva parlato anche Internazionale. Ma c’è qualcosa, al di là della mia paura di vedermi per ciò che sono davvero rispetto a ciò che vorrei essere, che mi fa storcere il naso.

Sento una scissione: viaggi per trovare te stesso e quel trovare te stesso diventa il tuo nuovo lavoro.

Quel viaggio diventa la chiave di volta, ma dopo il viaggio cosa c’è? Convincere gli altri? Parlarne sapendo che tanto in pochi possono permetterselo davvero? Perché devi avere un lavoro che ti permetta davvero di poter compiere questa scelta.

Un lavoro che ti faccia guadagnare abbastanza per vivere dignitosamente e che non richieda la presenza fisica. Oppure è un lavoro che quando torni non hai difficoltà a inserirti di nuovo nel mercato. Perché si torna. O al limite ci si stabilisce altrove, ma questo è un altro discorso ancora, dove subentrano difficoltà e sfide diverse.

Niente, sento un salto. E sto provando a capirlo qui, in queste righe. Ho l’impressione che in questi blog, articoli, libri, si parli del backstage e non tanto del viaggio in sé, come ha fatto Tiziano Terzani, per citare un grande esempio.

Sarà che un po’ ho viaggiato anche io – poco rispetto ai grandi viaggiatori di sei mesi, un anno – però sempre in un certo modo fisico e mentale che mi permette di capire. Ogni viaggio mi ha cambiato, mi ha arricchito, dato esperienze, amici lontani, aneddoti, apertura mentale, conoscenze e anche la depressione. Ma non è la soluzione. Casomai è il punto di partenza. E se stai bene qui, viaggi meglio là, lontano.

Perché prima o poi si torna e la senti quella scissura, la vivi, la tocchi. Lo senti che quel mese – o quei sei, sette mesi – sono un pezzo slegato dalla quotidianità, sono come una bella decorazione su una coperta tutta uguale, ma fatta pazientemente all’uncinetto. Ti ha permesso di diventare migliore, quel viaggio, ma non è la tua vita. Ne fa parte, ma non è qualcosa che continua. Inizia e finisce.

Sento come una scala. Quando parto sto salendo e quando torno – ovvio, anche se a casa ho una vita bellissima – è come se stessi scendendo. L’adrenalina, le emozioni si abbassano di livello, ma per fortuna! È stancante, logora e a lungo andare smette persino di darti qualcosa.

Tornando agli abusati “mollo tutto e parto”, alcuni mi sembrano autoreferenziali e il loro pubblico può essere chi cerca il coraggio di farsi un’esperienza da solo. Come dicevo, molti parlano del “dietro le quinte”, non del viaggio in sé. E fomentano a volte l’illusione di cambiare vita. Come se bastasse partire.

Invece ci vuole duro lavoro per cambiare qualcosina di te e della tua vita di riflesso. Ci vogliono sacrifici e anche vedere il bello in un lavoro che non soddisfa e resistere lì perché sai che serve, ha un suo senso. Nel concetto “mollo tutto e cambio vita” manca una parte indispensabile che ancora oggi io stessa fatico a vivere, spesso per impazienza: il costruire.

Anche io a volte immagino me stessa “viaggiando e scrivendo” trallalerò, trallalà (come Terzani, non come chi vende il backstage).

Fermo le mie fantasie e vedo che posso provare a costruire qualcosa di simile. Di simile, eh. E lo sto davvero facendo.

Prima del 2011 non sarei andata da sola da nessuna parte, credo. O comunque lo avrei fatto in modo diverso.

Di viaggio in viaggio (pochi ma istruttivi) ho costruito la mia personalità di viaggiatrice. Il mio zaino viola, i miei simboli. Per prove ed errori ho capito come organizzarmi sempre di più, cosa fare e come fare meglio la prossima volta. Ho iniziato a tenere un diario solo sul Cammino e per il Brasile. E così via.

A 35-36 anni vorrei  andare via sette mesi. Un anno se sono fortunata. Lo voglio provare in un’età in cui non si fa la vita inconsapevole bevendo e sostando negli ostelli o andando in giro in gruppo (e li ho visti, questi backpacker ventenni). Voglio provarci e farlo prima dei 40. Senza pensare che sia tardi. Non lo è.

Detto ciò, io non nutro aspettative di “cambio vita”, perché, come dicevo, la vita si cambia con piccoli passi in qualcosa che regge nel quotidiano. Viaggiare non regge nel quotidiano. A meno che tu non venga pagato per fare reportage dai luoghi in cui vai. O non diventi Terzani. Poi certo, può succedere qualsiasi cosa: incontri qualcuno di speciale, trovi un lavoro inaspettato e bello. Chiaro, la vita è imprevisto ed è bella per quello. Ma ci vuole equilibrio tra cogliere gli imprevisti e costruire.

Per anni sono stata una pallina da flipper, rimbalzata ovunque. Non che purtroppo riuscissi ad avere davvero molti validi ed entusiasmanti “imprevisti” a cui aggrapparmi: solo non ero focalizzata.

Oggi, riflettendoci, ringrazio quel periodo (alla fine dobbiamo un po’ imparare a ringraziare anche il peggio). Sempre con il mio sistema per prove ed errori ho cercato di capire e quindi avvicinarmi il più possibile al mio focus. A ciò che sono. Ho preso la strada larga, purtroppo, perché non tutti hanno la capacità di focalizzarsi.

Quelli che scrivono di mollare e partire, forse stanno semplicemente cercando un pertugio per poi riconvertirsi (come scrittori o come tour operator non lo sappiamo). Può funzionare, ma non per troppo tempo. E poi si finisce per diventare come i blogger che parlano solo di come scrivere i blog. Autoreferenzialità e metanalisi a profusione.

Imparare a focalizzarsi a volte è difficile e doloroso. E lento. Incredibilmente lento.Si parte da un sassolino piccolissimo, da un granello di sabbia quasi. Ci si costruisce allenandosi giorno dopo giorno. Anche per partire.

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