Caffè macchiato

brick-wall-1002659_1280Di corsa, in anticipo, correndo o alla ricerca di qualche tessera perduta nella borsa, ogni mattina entro in quel bar, accanto alla stazione. Le donne dietro il bancone sono sempre le stesse: Alice, Valentina, Patrizia. Conosco anche le commesse del piccolo market e il farmacista.

Loro conoscono le mie abitudini. Quando entro posso dire solo “buongiorno”, mostrare la mia tesserina Lavazza, sorridere e attendere per pochi secondi il mio caffè macchiato. Tutto è veloce, loro lavorano, la clientela delle otto meno un quarto è spesso voluminosa. Io rappresento una certezza come tutti gli abitudinari e loro sanno come fidelizzarmi.

Il punto è che io non posso – esagerando, s’intende – cambiare. Dopo un tot di macchiati – ipotizziamo cinque mesi di caffè? – io arrivo e loro mi fanno un macchiato. Non chiedono, se non in senso retorico: «un macchiato, vero?». Per un po’ non mi pongo il problema, mi lascio coccolare, fino a che non diventa una sorta di accettazione verso ciò che loro si aspettano da me e una mia comodità, per non scegliere. Perché tutte le abitudini sono comode.

Domenica mattina sono andata a Milano per una mostra. Entro nel bar e non conosco le due donne. Faccio questa associazione in pochi secondi e chiedo un caffè liscio. Quasi con un sospiro.

Ci penso da giorni, alla storia del caffè. Un macchiato mette le radici? Non ho voglia di cambiare, non ho interesse a farlo. Gli altri si aspettano che io prenda un macchiato.

Non ho nemmeno bisogno di uscire dalla metafora: le nostre abitudini si radicano, ci tranquillizzano, diventano così ovvie che non le vediamo. Possono essere necessarie o no. Possono essere piccole o enormi. A volte cerco di cambiare strada, di seguire ritmi diversi. Di modificare piccolissime azioni quotidiane per imparare a gestire – si spera – anche le abitudini più grosse (ma il macchiato è ancora lì).

Ci sono quelle positive (andare a correre, fare yoga, leggere oppure scrivere tutti i giorni), e quelle dannose. C’è la comfort zone: non uscire da un lavoro o da una relazione indesiderata, da un rapporto logoro fatto di abitudini, da una routine che ci rende indifferenti.

Sono spesso rituali mantenuti per pigrizia, o per un “sì, ma tanto…”. Non riusciamo proprio a sradicarle. Ci chiediamo forse se ci piaccia ancora, il macchiato? Se ci rispecchi? Se siamo noi?

Le peggiori abitudini sono quelle che gli altri si aspettano da noi e che per paura degli altri noi manteniamo ben strette. Alice e Valentina si aspettano di vedermi e rifilarmi quel benedetto macchiato.

Domani ordino un caffè liscio. Ci provo, se il macchiato non è già pronto.

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2 pensieri su “Caffè macchiato

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