Liquefatta

water-880462_1920Ho in coda – vediamo – cinque post (forse sei). Mi premono nella testa, ma non escono. Tempo, stanchezza, procrastinazione. Distrazione.

Allora uso il blog per buttare giù due appunti: caffè macchiato, mantra, scarpe ambigue, libri che mi scelgono, liquefarsi (e forse uno sulla mia solitudine). Ho deciso di scriverli come vengono. Brevi. Piccoli schizzi e brutte copie.

Partiamo dal più semplice: stanotte, anzi stamattina, ho dormito tre ore.

Ho ballato. Tanto, poco, bene, male? Non importa. Ho ballato, sudato, mischiato. Sono stata ferma a guardare, sono stata stretta, abbracciata, allontanata. Sono stata un disastro, goffa, impacciata. Ma ero anche eretta, fiera, sciolta.

Alle 4.30 ho spento la luce, alle 7.20 l’ho riaccesa.

In questo momento non so nemmeno come io possa scrivere, ma ho in testa una di quelle parole precise come bisturi, che ritornano al momento opportuno.

Oggi è il turno di liquefatta. Farsi liquida.

Mi piace perché la sento sulla lingua  quando pronuncio la doppia t. Non è durezza, ma decisione. La lingua sul palato ci va due volte: inizio e fine. Prima con morbidezza e verso il centro, poi picchia contro i denti.

A metà strada c’è una cavità che si apre verso l’esterno con il que e una che si ritrae un po’ – con quel fa–  per poi sbocciare.

Li-que-fat-ta

Esserci, aprirsi, ritrarsi un po’ e infine con fermezza affermarsi. Sbocciare e poi asserire. È come un’onda, come acqua che va e viene, come qualcosa o qualcuno che acqua lo diventa. Da sola o tra le mani di un altro. Farsi acqua significa privarsi della forma e acquisirne di nuove. Significa essere incline ad accettare cambiamenti. E magari accoglierli con gioia.

L’onda non ci travolge perché siamo onda, ci siamo fatti onda. Il verbo “fare” mi rende ancora più entusiasta di aver scovato questa parola, stamattina sul treno, perché mi dà l’idea di metterci un minimo di volontà.

Pensavo al ballo.

Pensavo a come mi renda liquida in ogni senso possibile: diversa da me stessa, malleabile, leggera, incline ad abbandonarmi, a imparare (anche se a volte non mi riesce), timidissima, ma decisa e sicura al tempo stesso. Resta la voglia insoddisfatta, a volte, di raccontarmi. Ma io ho scelto altri mezzi e luoghi per quello, più idonei a me.

Chiudo con una frase, scritta al volo in una email: «Infine, ho firmato per la casa. Sicura e decisa». Non è bello né poetico, ma mi hanno fatto notare che da questa punteggiatura si comprende appieno tutto un percorso.

Nessuno sbrodolamento, nessuna esitazione: si tratta solo di un’azione e di un mio modo di essere rispetto a quell’azione.

C’è chiarezza. Il tempo e il modo usati per pronunciare quella frase corrispondono a quelli impiegati per decidere e agire. Per farsi acqua e seguire la corrente, che non significa farsi travolgere, ma evitare di resistergli (e prenderne il comando).

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2 pensieri su “Liquefatta

    • Potrebbe essere bellissimo anche il percorso per raggiungere questo traguardo.
      Mi hai fatto venire in mente yoga con quella metafora del giunco. Le asana che pratico da anni, i miglioramenti lenti e il mio diventare sempre più morbida. Eppure mai una volta ho pensato di raggiungere un obiettivo, ma solo di godere di quell’ora e dei benefici mentali e fisici nel presente. Felice perché pratico e basta 🙂

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