Lei

emotional-50309_1280«È difficile diventare vecchi, tutti questi dolori e i fastidi, qui dentro».

«È una fase importante, con tutto quello che c’è. Ci sei arrivata, è bello! Hai tanta vita da raccontare»

«Chissà se ci sarò ancora a Natale»

Oggi è a letto, sembra che abbia solo un filo di voce, ci sente sempre meno ed è sempre più confusa. Ma ecco che torna quella scintilla di vita. La vedo nei suoi occhi, nel suo volto che si apre, bello di rughe e sopracciglia disegnate a matita. Molti giovani e meno giovani, là fuori, non hanno questa luce.

A volte penso che sia un miracolo. È una voglia piena, in un istituto di cura, tra quattro pareti grigie e con altre due compagne di stanza. Dentiere, perette, mouse di frutta, pannoloni, sordità e piaghe. Vecchiaia. La decrepitezza, la decadenza, gli odori. Luigia ha 93-94 anni, la pelle sottile più della carta velina. Così sottile anche nel dolore: sopravvissuta a tutti. Alla figlia, al marito. Renata è la più giovane. Maschile, forte, sempre sulla sedia a rotelle. Ogni tanto va a fumare.

L’umorismo di Renata e di Mariangela fa scattare sorrisi o vere e proprie risate, e a volte diventa un’autoironia tagliente e fresca, che credo scaturisca dall’accettazione.

«È sposato?» La classica domanda di Mariangela se le parlo di un qualsiasi essere maschile, in questo caso uno dei miei capi. Quando sono partita per il Brasile c’era un tifo forsennato affinché incontrassi un uomo brasiliano. Furbe, loro! Renata era la più convinta.

«Sì, è sposato. Avrà 70 anni…»

«Ah, ma allora è anche vecchio»

«Per me di sicuro», rido.

«Ah anche per me, anche per me». Ride di gusto, e quando se ne esce con queste chicche, si complimenta con sé stessa per la sua vena comica.

L’accettazione della loro età trasforma la stanza. La voglia di tenersi stretta la vita ha fatto sì che Mariangela a lungo abbia pensato di poter tornare a camminare dopo essersi rotta il femore. Prima di capitolare, in silenzio. Il fatto che di tanto in tanto accenni alla sua morte non lo trovo in contrasto con la sua tenace voglia di vivere: senza l’una non vi è l’altra.

«Mariangela, non dire così. Io come faccio?», mi esce una frase egoista, banale, tipica. Le dico che no, non succederà tanto presto, ma poi respiro con gli occhi lucidi e le dico che so che succederà e che io comunque non saprò come fare senza di lei.

«Io non ho paura della morte, quello no»

«Brava Mariangela, non dobbiamo averne paura. È qualcosa che capita a tutti, capiterà a tutti. È qualcosa di naturale»

«Mi dispiace per quello che lascio. Io ti verrò a trovare nei sogni. Glielo dico lassù. Gli dico di farmi parlare con te nei sogni. Perché altrimenti, chi aprirà le tue ali?»

Mi commuovo.

«Sì Mariangela, sì, chi libererà le mie ali, se non tu? Ci vedremo in sogno, lo so».

«Potresti entrare in una Chiesa, quando la vedi. Sembra difficile, ma se ci passi accanto, entra. Quando capita. Di questi tempi dovremmo essere più vicini, e invece siamo più distanti».

«Lo farò, ci provo…». Non sto a dirle che ho perso la fede cattolica per strada, lei lo sa già. La spiritualità tuttavia mi appartiene, ed entrare nelle chiese non mi dispiace. Anzi.

Le prendo la mano, come capita più volte durante le nostre chiacchierate. Si salta sempre di argomento in argomento, il filo logico manca così spesso, che ormai non ci penso più. In realtà è così poco essenziale che vi sia un nesso. Ogni tanto lei me lo fa notare:

«Parliamo di tutto, vero? Come siamo finite qui? Chi può dirlo. A volte mi escono frasi sagge».

Sì, le escono concetti puri, di chi adesso può dire di aver capito qualcosa della vita guardandola all’indietro, da un osservatorio privilegiato. Sta in cima alla montagna, dove vorremmo arrivare tutti, magari sani – perché non ci si accontenta, ovviamente – e a volte mi chiedo come mi veda e cosa vede. Ho così tanto in comune con lei che quei 57 anni di differenza sfumano e si confondono.

Un’amicizia così io non me la sarei mai aspettata. Non ho avuto un vero rapporto con i miei nonni e lei forse è ciò che si avvicina di più. Ci sentiamo utili l’una per l’altra. E l’utilità in questo caso è come dire Amore. È il sentirsi di nuovo nel mondo, con parole che aiutano un’altra donna a stare meglio, a uscire da un istituto di cura con il sorriso e non con la tristezza.

Quante volte sono entrata lì dentro con le mie pippe e i miei meschini acciacchi della mente? Lei me li ha fatti passare. Sempre. In due anni anni, mai una volta ne sono uscita delusa o incerta. Io le racconto la vita, la rendo partecipe delle mie scelte, mi confido. Lei mi parla del suo passato, con confusione, certo, ma che bello sentirla raccontare delle macchine da scrivere, dei suoi ricordi felici e dolorosi. Dei compromessi, dei sogni realizzati e di quelli disattesi.

Ci prendiamo di nuovo le mani. Le cerchiamo. La sua pelle è liscia e morbida, nulla di lei mi genera un senso di inadeguatezza. Non ci sono quei fastidi fisici che rendono gli anziani a volte poveri di carezze e abbracci. Mi dice sempre quanto – per lei – io sia bella, e io le restituisco il complimento: non devo, ma lei lo è davvero. Bellissima nei suoi 90 anni.

«Che mani forti – mi dice – non nel senso di forza, ma forti. Una forza mentale». Mi emoziono di nuovo e le sorrido.

«Sei fantastica, Mariangela. Lo sai?»

«Come è dolce tua mamma – prosegue – è protettiva. Le voglio bene. Tuo papà come sta? È proprio un bell’uomo».

«Stanno bene e anche tu piaci tanto a loro. Sono contenti della nostra amicizia»

«Come fanno a dirlo? Non mi conoscono!»

«Ma Mariangela, io parlo sempre di te. Anche i miei amici ti conoscono».

«Davvero? – mi chiede emozionata e felice – Hai un’amica un po’ strana, lo dicono, no? E quando scriverai, dovrai scrivere di me!»

Sì, scrivo di te. del tuo quaderno di poesie, della tua saggezza, della tua profonda umiltà quando mi dici di non aver studiato. Scriverò, ma ora, per favore, stai con me ancora un po’.

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