La cattedrale

recursive-250212_1920Cosa mi piace? Mi sto interrogando su ciò che amo leggere e ciò che da lettrice vorrei scrivere. In questi giorni mi chiedo se non sia il caso di avere un progetto, di fare il solito ordine che mi riprometto sempre e di darmi qualche idea, qualche scadenza, qualche obiettivo.

Perché io li soffro, i giorni tutti uguali e con la solita routine lavorativa. E soffro questo girare in tondo e in tondo. Le novità in realtà non mancano, ma sembra che non bastino, che non siano ancora sufficienti: premono, spingono, a volte eccitano, ma all’orgasmo non si arriva mai. E quando arriva ciò che si aspettava da tanto, da un po’, mi sento come Montale e quel suo “più in là” che mi stregò alle scuole medie e che mi illuminò sulla mia natura.

Mi ricordo ancora quando lessi quella poesia: aveva dato voce a ciò che sentivo e non riuscivo a esprimere. Compresi di non essere – come la maggior parte delle persone – capace di raggiungere un traguardo, senza volerne un altro e un altro ancora.

Ho confermato la mia nuova casa. Non è solo una nuova casa: è un piccolo cambiamento desiderato, una ricerca partita a marzo (marzo!!!), una serie di spazi nuovi che si aprono e mi danno energia. Ed è una scelta.

La mia estetista ha un tatuaggio sul braccio: “continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai”. Glielo vidi la prima volta che andai da lei. Parlando capì subito che ero una che si stava facendo scegliere. Magari manipolando le decisioni altrui, facendomi lasciare a casa da un lavoro sgradito, boicottandomi, accettando Pavia perché era un’occasione arrivata al momento giusto, ma senza sceglierla davvero. Con gli uomini, per fortuna, è sempre stato diverso: scelti, ma sempre consapevole che non sarebbe stata una roba lunghissima, sempre lasciati con convinzione. Salvo qualche gelosia dell’ultima ora. In pratica l’amore era marginale.

Ora con quella casa scelgo dove e come vivere, ed è una sensazione di libertà, nonostante sia una scelta di stasi e di equilibrio. Di sicuro non è vincolante come un contratto indeterminato dal quale fuggo (sentendomi in colpa, a volte) o un matrimonio: nutro insofferenza per ciò che mi fa sentire legata, anche se amo le radici e qualche volta la stabilità. Una stabilità in divenire sarebbe perfetta.

Tornando alla casa, dopo la conferma, il fastidio. Ecco. Un tassello è andato al suo posto. L’euforia si è spenta, un obiettivo raggiunto (non sarà la casa in cui vivrò tutta la vita, ma ci vivrò ora, ed è il presente che conta) e la scrittura ancora lì a premere a destra e a sinistra senza trovare quel quid.

Manca qualcosa. Forse un progetto, appunto. Forse l’idea di ciò che davvero vorrei scrivere. Di ciò che mi piace davvero. Sto scrivendo un meta-post dietro l’altro, sulla scrittura, ma prometto di farne a meno per un po’, dopo questo. Non so dove voglio arrivare (e se lo so, siamo nel mondo delle marmotte che incartano il cioccolato, decisamente lontano e fantasioso) e avrei bisogno di piccoli step attuali, che non si traducano in scrivere a me stessa per me stessa. Oppure in un progetto lavorativo impegnato, continuo, nuovo. Perché no?

Potrei pensare a un altro viaggio da organizzare. Ecco, sì, lo sto facendo. Ci sto pensando. Ma poi? Poi si torna a casa, dopo un mese al massimo. E lo senti come se fosse un’appendice esterna, vorresti ripartire e renderlo più amalgamato nella tua vita, più sensato e collegato. E invece è un’isola. Splendida e rigogliosa, che ti lascia il meglio di ciò che possiedi. Anzi tutto ciò che possiedi davvero: incontri, esperienze e racconti, momenti che tiri fuori dal cilindro quando stai male, quando sei in compagnia (poco, di solito la gente non ama molto e io mi sento sempre come se fossi monotematica e pallosa), quando è l’ora giusta per l’aneddoto o per avere un’idea. (Sto divagando). Il viaggio è un’isola che finisce e io un po’ ne soffro.

Li accumulo, ne vorrei sempre di più e di più, mi sembrano pochissimi e aspetto con trepidazione quel sapore quando inizio a pensarci. L’idea plana lieve dentro di me, poi intorno inizia a svilupparsi un filo, come di ragnatela, che si arrotola e arrotola e quando è pronto: zac! Quest’anno vado…e via di seguito tutte le informazioni. Da lì, il bozzolo si apre e si spalanca mostrando il suo contenuto, fuoriesce e poi si riassorbe, proprio quando io inizio a viaggiare (ma vale anche per altre esperienze). Quando l’idea si aggrappa ed è concreta, io lo sento. Sento un piccolo rumore e un senso di benessere e di sicurezza profondo. Mi è capitato anche per la casa, i tatuaggi, il lavoro. Quando dall’idea si passa al sì, è quello ed è realizzabile, io lo sento. Niente dubbi, ma non solo: le conferme si susseguono una dopo l’altra, in una catena di eventi consequenziali.

Mentre viaggio penso anche un po’ al ritorno, non lo nego. Per stanchezza, ma anche perché sviluppo sogni che penso di poter concretizzare solo a casa. La classica persona ancora entusiasta di tutto, che vuole e desidera tradurre il viaggio in qualcosa che prosegue. In realtà solo il Cammino è stato senza-ritorno e ne traggo effetti positivi a distanza di tempo e spazio.

Nel lavoro percepisco una componente simile, con le sue peculiarità. Non è come all’università, quando hai un obiettivo immenso scandito dagli esami. Quelle tappe ti costringono a stare nel presente e allo stesso tempo a costruire. Sono varie, diverse, sempre nuove. Durano il tempo giusto per poterle apprezzare,  ma non troppo da cedere alla noia. Sono una freccia, una strada.

Lo è anche il lavoro, certo, ma a meno che non ci sia una sorta di gerarchia a gradini precisi da scalare, a volte mi appare come un periodo chiuso tra alba e tramonto, la linea del tempo è dritta, ma non porta da nessuna parte. Si perde nei cicli delle stagioni, nel trascorrere di anni, e in qualche obiettivo che ti sei dato, grazie al lavoro. Partecipi a una realtà, ma ogni giorno la tua parte inizia e si conclude. Ricorsivo è la sola parola che rimbalza nella mente finendo sulla punta delle dita.

Eppure io lo vorrei un progetto che non sia lungo decenni, che mi permetta di concludere qualcosa anche in un singolo giorno, ma allo stesso tempo abbia un obiettivo finale che sta là, là, lo vedi? Ogni giorno costruisco un muretto della mia cattedrale ed è lei a guidarmi.

In Brasile conobbi due donne fidanzate, in viaggio per sette mesi. Insegnante di disegno una, psicologa l’altra. Sui 35 anni, più o meno. La psicologa mi chiese come mi sarei immaginata tra cinque anni.Classica domanda da ufficio del personale, lo fece apposta. Lì per lì ci scherzammo sopra, mi sembrò anche facile e stimolante. Mi venne spontaneo: viaggio e scrivo, scrivo e viaggio. Il mondo della idealista, delle marmotte, delle nuvole rosa era tutto lì, per me, nella mia testa.

Quanto scricchiola questa cattedrale? Forse devo iniziare a dedicarmi di più a lei. Forse qualcosa si muove, non per cadere, ma per farmi ricominciare a costruire bellissime strade.

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