La pazienza è il mio squat quotidiano

puzzle-816021_1920Leggendomi negli altri scattano ispirazioni che mi portano a scrivere. Camminare mi porta a scrivere. Osservare mi porta a scrivere. Avere uno scambio produce osservazioni da scrivere e appuntare. Spesso i pensieri sono disordinati e confusi.

A volte trovo il tempo necessario per costruire un edificio, un intero paese, strade e, se mi va di lusso, addirittura vite, come nei sogni di Inception. Con i suoi ritmi la scrittura, prima solo immaginata, si riversa su blog, pc, carta.

Altre volte sento un’urgenza tale da aver bisogno di questo spazio per buttare giù quello che mi succede in testa. Queste situazioni sono le più difficili da gestire perché, per prima cosa, io voglio scrivere bene, ed è una caratteristica spesso opposta a ciò che definiamo “di getto”. In più, la maggior parte delle volte vorrei sviluppare un concetto e invece divago, allontanandomi anni luce. Se va proprio male ne infilo dentro anche tre o quattro, di pensieri, aumentando il caos.

Mi importa? Sì, certo che mi importa non sbavare, non cadere nel tranello dello sfogo. Ma a volte non posso farne a meno. A volte se non iniziassi in quel modo rozzo e barbaro, alcune sfumature non uscirebbero. Se non iniziassi con il solo scopo di partire da un granello di sabbia e costruirci intorno una nuova Fantàsia, ecco, perderei dei pezzettini. Non so sia opportuno farli emergere, se non sia meglio che restino sotto il tappeto. Possono essere errori, orrori, pezzi che non si comprendono, confusi, fumosi, troppo personali.

Ma ci importa? Questa volta no. Perché senza errori, orrori e brutture, non credo che potrei scoprire nemmeno la bellezza. In quello schifo qualcosa ogni tanto si salva. Anche se fosse solo una frase, una parola usata bene o un’immagine, eccola, io la salvo e la faccio mia. Oppure posso usare questi rozzi esperimenti per imparare. Così, generico: imparare su di me – che come persona ho nefandezze e meraviglie – o sulle mia capacità.

Poi posso conoscere altre persone, quelle che mi mandano critiche costruttive. Posso conoscere i maestri. Posso mischiare e scambiare pezzetti di me con pezzetti di loro: mi gioco una cellula epatica per il tuo surrene, sì. Mi gioco la mia energia per la tua inventiva.

E ora, partita da chissà dove, eccomi a snocciolare qualche osservazione.

A volte le sincronicità hanno un retrogusto di fatalismo. Stavo scrivendo questa “pippa” sullo scrivere, quando leggo un post su Facebook di uno scrittore fighissimo, Ivano Porpora, in cui lui dice con semplicità e bellezza ciò che mancava nel mio puzzle.

«Scrivere è allenamento. Scrivere è chiudere gli occhi e sentire l’urlo della folla di una gara che non si terrà mai».

Io fino a oggi mi ripetevo: mi sto allenando, mi sto allenando. Scrivo, scrivo. Ele scrivi. Ti alleni, ti affini. Però mancava sempre qualcosa. Una critica costruttiva, ovvio! Allora, ecco, mi circondo di scrittori, blogger, appassionati, dilettanti ed esperti. Mi circondo di critiche che smontano e costruiscono. Anzi, la mia scrittura si smonta e si ricostruisce ogni volta, come le onde. Mi avvolgo anche in qualche fan benevolo, ché altrimenti, sai, l’autostima…

E continuo – 1,2 pant, pant  – ad allenarmi. Mi incarto da sola, ogni tanto, perché scrivo veloce, in fretta, con la sensazione di soffocare, se non scrivo sto immobile, se non scrivo non, non. Vai, vai, fai, disfa, revisiona al volo, al volo (e intanto scrivi davvero? Cosa? Non saprei dirlo!). Divora, mangia, ingoia.

E poi quell’adrenalina, quell’eccitazione, ma senza sbocco. Mi fermo. Mi osservo e parte la solita nenia di perché, di come, di dove vado.

Stasera è arrivata l’illuminazione. Grazie a Ivano. Non vado da un cazzo di nessuna parte. Scrivere è allenamento. Niente gara, niente culmine, niente risoluzione finale. Detta con il mio solito e ormai abusato modo: è il percorso, è il cammino.

Non me ne frega nulla di Santiago (ovvio che sto esagerando) – che cazzo, c’era pure la Merkel, quel giorno, a rovinarmi tutto – me ne frega dei 30 km goduti per ogni singola tappa. Mi appartiene la bellezza di camminare per il gusto di camminare, sapendo però di avere uno scopo. Lo scopo è scrivere. Forse un po’ anche farsi leggere (non raccontiamocela, siamo tutti narcisisti).

Ma se arrivi o no a Santiago non lo sai prima, eppure ci provi comunque. E non sai nemmeno se sia davvero il tuo arrivo. Il mio si chiamava Finisterre, per esempio. Senza saperlo. Un regalo inaspettato, ma avuto perché ho pensato solo a camminare, a entrare in città con Gyongyi (e non a farmi i cazzi miei) che aveva l’aereo il 26, a superare di tanto in tanto, ma con garbo, i miei limiti. Alcune spinte esterne – come uno sconosciuto dagli occhi azzurri – e un po’ di sana dipendenza hanno fatto il resto. Più cammini, più vuoi camminare.

La sincronicità mi ha anche atteso con fare materno durante la lezione di yoga. Non volevo andarci. La mia insegnante non c’era e al suo posto avrei trovato un’altra bravissima maestra, per me tuttavia troppo veloce e difficile da seguire. Mi sono fidata, mi sono lasciata guidare dalle circostanze. Quella era la mia lezione, perché saltarla o spostarla? Tanto più che venerdì ero nervosa: avevo lavorato poco e male, non avevo scritto un rigo.

La lezione è stata calma, bellissima, interiore. Abbiamo lavorato sugli spazi, proprio quando io ne sto aprendo uno enorme e ne ho un altro ad aspettare. Abbiamo lavorato sull’energia, sulla forza, sull’equilibrio (che al momento latita). Ogni parola sembrava desiderosa di incontrarmi. E lo stesso Ivano Porpora (gli fischieranno le orecchie) mi si presenta con un post sulle gabbie facili da lustrare più che da abbandonare. Oh cielo! La mia tendenza a vedere segnali ovunque ha di che nutrirsi, oggi.

Nel frattempo gli altri spunti se ne sono andati, spazientiti per tutta questa attesa. Ne è rimasto solo uno che con il resto non ha legami.

Al mio ritorno dai 18 km domenicali, a piedi, mi sono letta così per caso un post semplice e chiaro a metà strada tra il femminismo e il viaggiare soli. Me lo leggo con l’invidia di chi prova le stesse sensazioni e vorrebbe averle scritte lei, per prima. Ma non è solo questo.

Ok, penso che in generale dire a una donna coraggiosa: “tu hai le palle” sia quanto di più maschilista e machista esista. E penso che viaggiare soli/e sia un’esperienza totalizzante, anche perché in viaggio io riesco a essere me stessa. In viaggio sono io, senza filtri, maschere, maniere, remore. La mia estetista dice che anche quando scrivo esce una me diversa da quella che parla. Ma qui si apre un capitolo complesso, perché è difficile stabilire se solo una parte sia quella vera o se lo siano entrambe. Di certo sono quasi opposte.

Dicevamo, a leggere quelle parole mi sono sentita anche un po’ banale. Quando mi dicono che sono coraggiosa, io mi sento sempre una ladra. Mi vergogno e vorrei nascondermi. Ripeto con voce esile che non sono coraggiosa. Come dice nel post, il coraggio non ha alcun legame con questo tipo di esperienze. Io ho paura di un sacco di azioni che la maggior parte della gente trova scontate.

In più sembra anche un po’ una moda da fricchettoni, questa del viaggio-sola-zaino-spalla (soprattutto femminile) e ne ho respirato l’atmosfera, malsana, leggendo il post. Non voglio che lo diventi, perché per me è davvero un’attitudine e una necessità. Per questo ci tengo a ribadire che è una passione personale, che si può assecondare in base alle proprie priorità, alle scelte che si fanno, al tempo e alla determinazione.

Sono determinata e appassionata tanto quanto chi sceglie di fare la classica sciarpa mentre si sposta in treno: io morirei alla sola idea, mentre loro sono bravissimi e cocciuti. Inforcano i ferri e via, spediti lungo le avventure del filo e della manualità. Uncinetto, modellismo, ballo, scrittura, arrampicata e viaggi (soli e con lo zaino) sono solo alcune passioni con caratteristiche in comune. O attitudini del carattere, quando e se si trasformano in “senso di vita”, come il senso materno/paterno (non ditemi che è solo biologia, perché non è così). Io ho il senso del viaggio, dello spostamento leggero. E amo i treni, non le culle.

Il coraggio lo lasciamo a chi davvero lo dimostra giorno dopo giorno, magari crescendo un figlio da solo/a, facendo valere i suoi diritti o ancora di più se lotta per quelli degli altri. Le palle, invece, le lasciamo agli uomini. Le donne con caratteristiche positive, spesso attribuite solo agli uomini, sono solo persone con un nome e cognome, più che con un sesso.

Rileggerò con cura, ci lavorerò un po’, quanto me lo permette la mia pazienza, e se mi andrà bene lo condividerò.

L’allenamento è scrivere.

E gli esercizi attuali si chiamano chiarezza e pazienza: loro sono i miei squat e le mie serie di addominali.

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