Spazi inclusi

hipster-863678_1920Lo spazio. Lo spazio si è insinuato da qualche giorno nella mia testa.
Tra le lettere e le parole, nell’atmosfera di una nuova casa. Lo spazio è  ciò che un’amica mi suggerisce, per dare respiro a ciò che scrivo, per guidare il lettore senza considerarlo tuttavia privo di fantasia.

 Lo spazio ha occupato un ricordo. Stamattina ho rivisto una foto di Trieste: sei anni fa iniziai un’avventura che mi cambiò la vita.
Che poi, in realtà, vivere ti cambia di per sé la vita. Qualsiasi scelta io avessi compiuto all’epoca, mi avrebbe portato da qualche parte, avrei ricostruito a posteriori l’itinerario più o meno complicato e mi avrebbe in ogni modo cambiato la vita.
Forse con altri contenuti, incontri, volti, ambizioni. Ma la vita cambia per sua natura.

Spazio, precisione, ordine.

Dunque, il primo spazio è quello che si libera.

Si crea spazio quando decidi di cambiare casa.
Lo puoi sentire nel nuovo soggiorno, tra le credenze, lo tocchi tra i ripiani e negli incavi.
Lo occuperai, eppure sarà spazio che guadagni.
Lo riempirai, eppure è un vuoto positivo.

È uno spumante che si stappa. Fa quel rumore sordo, vedi l’aria che fuoriesce. Hai più tempo, più agio, più movimento. Il cambiamento ne attira altri e ti riattiva.

La senti? L’aria circola nuova, pura, libera di roteare tra le pieghe del tuo cervello.

Il secondo spazio è un dovere. Lo dovrei inserire tra le righe, le pieghe, i discorsi.
Il secondo spazio se lo mangia la mia impazienza sempre in agguato.
È inghiottito dalla fretta di arrivare, di finire. Lo occupa la mia voglia morbosa di vedere un risultato.

La voracità mi spinge, mi fa scrivere senza rivedere, mi porta a condividere senza un minimo di pudore.

Si tratta di una sorta di prurito o eccitazione senza sfogo.
È una felicità immotivata o un’ansia senza causa.
Le bollicine che mi rivestono si dissolvono in tentativi destinati al fallimento o a un’insoddisfazione amarognola.
Non sarebbe meglio non affannarsi e imparare a dosare ogni parola, in modo da non scrivere solo per sé stessi?
Ho un vizio, quando parlo in modo informale: mi capita di seguire un filo logico interno e di continuarlo o concluderlo a voce alta con il mio interlocutore. Metà discorso è nella mente, l’altra metà trova un pertugio per venire alla luce. Il mio povero interlocutore non capisce, mi segue a fatica, fa facce strane oppure mi chiede proprio che caspita io stia dicendo.

Si tratta di uno spazio mancato o di uno spazio di troppo?

Il terzo spazio si chiama coraggio. Riguarda il lavoro.
È la pazienza di giocare e usare un solo mattone dopo l’altro, senza sprofondare quando ogni gesto sembra inutile e il tempo sembra perso.
La maestria certosina di un falegname, in stile Geppetto, è la sola immagine che ho quando penso alla fatica di costruirsi un’identità professionale, oggi.
A volte sono io a suggerire pacatezza, ad ammettere che l’arte di vendersi è difficile.
Ci vuole coraggio per scartare ciò che occupa spazio inutilmente.

Ci vuole coraggio per svuotare uno spazio, quasi quanto per riempirlo.

Ora mi verrebbe voglia di giocare, raccontando del mio ultimo spazio senza lasciare spazi, scrivendo fitto fitto e senza respirare. Sei anni fa nel 2009 iniziai un’avventura.
Un master, in comunicazione della scienza, a Trieste.
Lo avevo visto, mi sono lasciata sedurre.
lo avevo coccolato, protetto, desiderato da un ufficio squallido di Viale Fulvio Testi, tra scartoffie inutili, farmaci, bugiardini.
In mezzo a un lavoro non voluto, in un’età piena di sogni e ambizioni, ho curato la mia idea fino a farla balzare in superficie, grazie a qualcuno che dall’esterno mi ha restituito consapevolezza.
Non esiste la scelta giusta o sbagliata e soprattutto non so pronunciarmi in questo specifico caso.
Perché il master è stato un compromesso e una rivincita.
È stato mettere in salvo una parte di me per poterne conquistare una nuova.
Se non avessi fatto biotecnologie, ma lettere o matematica (che io rendo equivalenti nella mia strana logica. Mi sarebbero piaciute entrambe, ma ora e solo ora posso dirlo con franchezza) forse – che sia ben chiaro, non posso saperlo – quel master non lo avrei nemmeno visto.
E invece l’ho scelto. L’ho idealizzato, attribuendogli responsabilità eccessive per le sue povere spalle.
Stamattina, tuttavia, quando quel ricordo ha occupato uno spazio o quando lo spazio si è fatto ricordo, in pochi istanti ho ripercorso la staffetta di cause e conseguenze. Ho unito i puntini, mi sono dilettata nel mio personale “sliding doors”
Al di là del lavoro che faccio (e senza master non so se ci sarei riuscita), non sarei a Pavia ora.
Non sarei qui e non avrei incontrato Silvia, Valentina, Anna, Mariangela e tutti gli amici di ballo e yoga. Non avrei iniziato a ballare.
Non avrei scelto questa città (due anni fa è capitata, ora l’ho scelta).
Non avrei fatto un mese a Londra, perché forse nemmeno mi sarei interessata al giornalismo. Senza Londra non sarei nemmeno andata in Brasile spinta dalla curiosità maturata grazie a Gabriela.
Non avrei avuto un tesserino.
Non sarei andata a Lugano e non avrei conosciuto Michela. Non so quale sia stata la sua impronta, ma fu lei a dirmi di viaggiare sola. E io, io all’epoca pensavo di non essere in grado nemmeno di organizzare un weekend a Genova! Ha innestato un’idea con garbo.
Senza quel master non avrei conosciuto Dunja e Michele grazie ai quali sono riuscita ad andare in India.
E Mara! Oh Mara. Mara che nel 2014 mi ha detto: ma non volevi fare il Cammino? Vai quest’anno! Mara che mi ha ascoltato e mi è stata vicina in una delle mie più tormentate storie d’amore durata due anni (forse conseguenza di due anni assurdi, quelli del master).
E la pallina rotola e riempie spazi, li svuota e li riempie: non ci sarebbe stata un’agenzia di comunicazione, né Stefania o Alessandra. Non ci sarebbero stati il muro nero del 2013 e l’euforia del 2012, né Marina (quella dell’altro biennio) con i suoi preziosi consigli.
Certo, senza quel master avrei riempito gli stessi spazi con altro. Altri volti, altre vittorie e sconfitte. Altri sapori. Chissà dove sarei, come, con chi. Non mi importa. Mi preme solo ciò che è pieno o vuoto ora. Mi preme ciò che è stato e che è. Davvero.
Esco dall’apnea. Spazi e incontri si attorcigliano.
Spazi.
Incontri.
Una gimcana di eventi che richiamano alla mente giochi di sabbia e clessidre.
Sono poco più di seimila battute,
spazi inclusi.
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