Tesserino

map-950353_1920Martedì sono andata a ritirare il tesserino. Quello da pubblicista. E mettiamoci anche “giornalista”, detto tra i denti e con una punta di amaro. Era pronto dal 17 giugno. Da quel giorno sono iscritta all’albo, quello di serie B, ma sempre di etichette stiamo parlando.

Ci ho messo mesi per recuperarlo  fisicamente. Ci ho messo secoli prima di tirare insieme quattro scartoffie burocratiche condite d’affanno, pigrizia e un pizzico di idiosincrasia. Per anni ho scritto – non lavorato, solo scritto – gratis, poi sono stata sottopagata al punto da non poterli considerare articoli. Ci sono state le testate non registrate che pagavano bene, i pezzi scritti con il contagocce e senza i due anni consecutivi, le cifre che non tornavano, le illusioni. C’è stata l’ossessione. Volevo diventare giornalista, come se fosse una conquista inimmaginabile. Nulla di più facile, c’è chi lo fa senza troppo stress, chi lo tiene come hobby.

Quel tesserino fu per me ossessione e simbolo della capacità di deviare, come ex biotecnologa, come chi appende le pipette al chiodo. Ora, tuttavia, non faccio il giornalismo che vorrei, nemmeno lontanamente. So di esserne capace, so che potrei, ma ho capito ben presto che quel tipo di attività richiedeva uno sforzo che non calzava con qualcosa in me. Non sapevo bene cosa. Mi sono divertita a portare avanti qualche bel lavoro ai tempi del master, quando ancora si trattava di imparare. Prima, quando la gratuità era dovuta alla mancanza di mestiere. Eppure, in fondo, sapevo benissimo che si trattava di una sfida che non volevo combattere fino in fondo.

Solo quando mi sono arresa, ho ottenuto un tesserino vuoto. Vuoto perché ora mi arrabatto quasi felicemente tra lavori disparati e differenti, tra compromessi, cose-che-proprio-no, entusiasmi e creatività. Mi mantengo bene, coltivo interessi, viaggio. Sacrifico necessità o le sposto nel tempo, per forza, assecondando i miei desideri.

La verità è che si è trattato solo di un mezzo traguardo. E nemmeno mi sono goduta il percorso, per dire. Il giornalismo che vorrei – sempre che ancora io lo voglia – non è questo e non sarà nessuno di quelli che potrebbero offrirmi, credo. Nemmeno se avessi una bacchetta magica. Il vestito dei desideri va accomodato, il percorso ricalcolato, la vocina sul navigatore è sicura. Non mi chiede un’inversione a U, per fortuna. Non si torna del tutto indietro. Scrivo, comunque sia, e porto a casa quello che mi spetta. Si tratta solo di prendersi cura senza fretta di un nuovo inizio, vecchio quasi quanto me, struggente e impossibile.

Amo e odio scrivere, amo la narrativa e viaggiare. Per questo ciò che faccio per mantenermi diventa un eccellente compromesso. Sono ancora lontana, ma oggi una lettura bellissima mi ha fatto sentire meno folle. 

Faccio quasi la giornalista, ho ritirato un tesserino. Il sapore è lo stesso di quella famosa meta (se la nomino ancora sembro davvero monotematica): l’arrivo, là, mi ha dato in dono rabbia, soddisfazione, incredulità e tristezza. Mentre lui, l’Oceano, era ciò che aspettavo, senza ammetterlo.

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