Onirico

railway-908277_1920Mi preoccupo di ciò che sogno. Mi curo dei miei sogni perché hanno un senso viscerale che sento appiccato (volevo scrivere appiccicato. Nel post sui sogni, lascio questo lapsus) addosso. Mi spiegano, mi calmano, a volte seducono o spaventano. L’onirico è il mondo della profondità più oscura e pura, difficile da comprendere, sulla quale il cervello – il mio perlomeno – a volte si blocca. Sogno, ricordo, associo… poi il blocco. Il nero. Non riesco ad andare oltre. Poco male, mi dico, verrà quel sogno così chiaro da rendere inutile ogni ulteriore analisi.

Ho sognato di prendere un treno. Dovevo recuperare qualcosa, un pezzetto di qualcosa di utile. Il mio abbonamento dimenticato, forse. Un frammento. Quando arrivo per questo “recupero”, sono costretta a riprendere il treno nella direzione opposta, seguendo un’amica. Capelli biondi, mossi e corti. Aria giovane e sbarazzina. Un po’ come la Jen di Dawson’s Creek. Ma più matura e forse già vecchia in viso.

Quando scendo dal treno, un uomo mi si avvicina. Per niente bello, strano, scuro di capelli. Leggermente arabo o latino, non saprei dirlo. Mi si avvicina e mi seduce nel modo più galante possibile. Non ricordo le parole, solo la sensazione di complimenti eterei, dolci, misurati. Una calamita. Io non posso, non posso proprio seguirlo, né dirgli come mi chiamo. La mia amica, lei è là che aspetta. Devo… io… “No, aspetta qui. Lei torna,  è inutile che scendi a quel binario per poi uscirne di nuovo. Aspetta qui”. Parole senza senso apparente, ma che nel sogno un senso lo avevano. E anche ben chiaro. Perché c’era una sorta di meccanismo strano per entrare, uscire da quei binari e recuperare ciò che avevo dimenticato. Che poi, avevo davvero scordato qualcosa lì, in quei tunnel simili a una metropolitana?

Vado. Scappo ancora, di nuovo. Non posso… non posso proprio. Eppure prendo entrambe le strade. Scappo e resto. Vado e ritorno. Vorrei e non vorrei. Nel sogno torno da lui, lo seguo, mi fido. Mi dico che è stupido riprendere un treno in direzione opposta, meglio cambiare. Ma non ho idea di come vada a finire.

La scena cambia. Ho una partita di pallavolo da giocare, ho preso un impegno inconsistente, che nessuno della squadra comprende. Non c’erano le condizioni, troppo caldo? Troppo scarse come giocatrici? Non ricordo, ma so che ci arrendiamo al dovere. Il pulmino della squadra ci viene a prendere alla chiesa del mio paesino di nascita. Nuovo, piccolo, dai colori chiari. Su quel pulmino c’è una donna del paese che non nomino, ma che ancora mi chiedo come sia finita nel mio sogno, visto che nemmeno la conosco bene. Io chiedo di poter tornare a casa mia perché ho scordato la tuta.

Ho scordato. Pezzi di me che non capisco e una sola paura che vorrei vincere.

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