“E”, come liceo

liceoIl problema è quella congiunzione. Un sola lettera crea un mare di problemi, la quinta in ordine alfabetico, l’iniziale del tuo nome, di quello con cui a volte fastidiosamente ti confondono, era persino la tua sezione al liceo.

III E, quando sei arrivata all’ultimo anno per fartelo rovinare da una versione di greco impossibile da tradurre; IV E quando eri ancora una quattordicenne – diciamocelo – sfigatina per i tempi di oggi e forse anche per quelli di ieri. Hai rimosso l’abbigliamento per pietà, ma sai bene che avresti fonti attendibili alle quali chiedere.

Ripensandoci ti si aprono davanti agli occhi alcuni ricordi intensi: l’aula dal soffitto infinito, il chiostro, le tue prime vicine di banco, una prof. durata pochi mesi e una recluta ai suoi primi insegnamenti. Il docente fresco di laurea uscito da un fumetto: Libri il suo cognome.

La prima sigaretta in V ginnasio, tardi, ma sufficiente per non smettere fino ai 27, tra tosse e puzzo di posacenere. Titanic, piazza Cavour, i bigliettini, i compleanni, soprannomi da dimenticare, il tempio voltiano solo per fama, le vasche in centro e quel corsetto di metallo e plastica che chissà se ti ha davvero raddrizzato la schiena. La voglia di fare l’archeologa, la decisione ferma e convinta di proseguire con lettere classiche, mutata e trasformata negli antipodi più spinti e impensabili.

Ricordi quella maglietta bianca della Benetton: non solo fina e tanto stretta, ma anche corta, con la foto di due mani che si stringono. Meglio della versione “porno” della Onyx che portavi con orgoglio quando da “tavola da surf” sei passata alla quarta di botto: “Don’t touch” recitava, sotto l’impronta di due mani ben posizionate. Ma davvero andavi in giro così?

L’emozione del greco nutriva la tua bellezza mentale, aumentava la tua sicurezza, coccolava il tuo ego pronunciato. Sapevi di doverti misurare con i migliori, in quella classe, e la sfida era stata accolta con fermezza. Timida eri timida, ma sotto ribollivi di entusiasmo.

IL e GI, le domeniche a studiare, la tensione, le verifiche, l’ansia e quei primi voti positivi, ai quali quasi non ci si credeva e non per mancanza di fiducia. Ceri votivi, finché la barca va.. erano le sensazioni più vivide, accompagnate dall’apnea per non sciupare tutto. Cercavi altrove gli sfoghi: sui tavoli ti muovevi seguendo le canzoni commerciali insieme all’amica d’infanzia.

La sezione maledetta, la sezione in cui divertirsi diventava complicato: ancora adesso ti dispiace di aver studiato a lungo solo per i voti. Non ti è rimasto granché dopo quindici anni: l’aoristo, le etimologie, cosa ricordi? L’impronta e il metodo, quelli non te li porta via nessuno. La sana passione per la cultura, la curiosità, la spinta verso… verso cosa non si saprà mai.

Quando sei uscita da quel portone per sempre, l’11 luglio 2001, avevi perso 9 kg ed eri invasa da una gioia e da un senso di liberazione profondo. Ipazia e le donne matematiche la tua tesina, il patto Molotov-Ribbentrop per storia, forse Nietzsche per filosofia. Biotecnologie come scudo per il futuro.

Ora vorresti una seconda laurea in lettere (ma la vorresti anche in matematica, e pensi che siano così simili!) e ricordi la tua insegnante migliore: una donna avvolta da una nube di cipria, una maschera di cera, un’impeccabile acconciatura dorata che immobilizzava una massa di capelli a crocchia sulla testa, la pensione quando tu avevi la maturità e quel senso di abbandono colmato da chi insegnava matematica con coraggio ai pochi che l’apprezzavano.

Eri partita da una congiunzione, da ciò che unisce due parti, ma hai vagato nel terreno fertile dei ricordi. Una congiunzione che manca o una congiunzione sbagliata:«vorrei e non vorrei» e l’estetista che ti dice che non si può, non si può volere e non volere.

Sì, forse è più facile indugiare nei ricordi. Ci sarà una risposta là in fondo?

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2 pensieri su ““E”, come liceo

  1. Siamo fatti di sfumature, è questa la riposta.
    “Vorrei e non vorrei”: il fil rouge che mi accelera e mi frena per poi accelerarmi ancora di più.
    Il continuo mutamento.. destabilizzante, sì. Pauroso? Forse. Ma necessario come l’aria. E bello.
    Amo l’esser fatta di sfumature.

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    • Grazie mille Laura!
      Il continuo mutamento non è solo pauroso, è anche divino e pieno di forza. La “e” non lo aiuta, a parer mio. Vorrei e non vorrei non ti permette di scegliere, ti tiene pietrificata nell’atto di una scelta. Quando vuoi, la seconda opzione la perdi. Quando non vuoi perdi la prima. A ogni bivio lasci qualcosa. Magari torna, magari no.
      Ma ci medito per il prossimo post. 😉

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