“E a culo tutto il resto”

elephant-677712_1920“E a culo tutto il resto” è la sola frase che mi si para innanzi, mentre rido. Meditazione, yoga, viaggi, dieta sana, sport, ballo, un vestito carino ogni tanto, qualche acquisto per vanità, libri da leggere – a volte troppi, sotto effetto della compulsione del momento – la parrucchiera, l’estetista, anche la psyco sotto varie forme (l’amica, l’amico, la bevuta quando ci vuole, la citazione trovata su facebook). Ma soprattutto scavare.

Mi manca solo l’esorcista e poi le ho sperimentate tutte. Tutte le possibilità. Per forza rido. Piante, erbe, Freud, i tarocchi, i test, l’oroscopo di Rob. Non ho mai varcato troppo il confine, credendo nell’impossibile, ma a volte mi ci sono cullata in quella sensazione di conforto pagano.

Tutto questo per vivere meglio, tutto fatto per stare bene, per non sentire quella roba che ti divora – e non bisognerebbe scrivere “roba”, dicono, ma caspita se lo è – e non sai di preciso dove collocarla e come gestirla.

Divora, si diverte, ti annebbia, ti ammoscia, ti sfinisce, ti succhia, gira in tondo e in tondo. Blocca l’energia, riempie spazi, non respiri. Non c’è ordine e non c’è significato. Quella robaccia lascia spazio a tristezza e insoddisfazione. E allora arrivano yoga, meditazione, maestri, camminare, fare.

Si tratta di educare la mente, e spesso servono diverse tecniche per tenerla a bada, per capirne la forza e la potenza, per lasciare che si trasformi in uno strumento di costruzione e non di distruzione.

Ma sfugge, sfugge… il presente, il qui, l’ora. La teoria la so bene, ma poi c’è quel momento in cui ti perdi. Ecco, sì, allora ripeschi quella voce che ti dice di non essere giudicante, di accettare, di lasciare andare. Persino un cartone – che purtroppo non ho ancora visto – ti ammonisce a non demonizzare e scacciare del tutto la tristezza.

La tristezza sa essere bella, in quel suo aspetto contrito e noioso. Sa essere utile. Più dell’euforia senza ritegno e senza senso. Quella che ti piglia al mattino, non sai perché, ma sai che ha una coda fatta di attesa e di speranze, una coda nel futuro, in ciò che sarà, e verrà invece disatteso. Sai che è un’euforia che si aspetta qualcosa: non la classica felicità senza motivo talmente bella da togliere il fiato. No. Stiamo parlando di un sentimento che si proietta verso ciò che potrebbe succedere ed esige un motivo, un pegno.

Quando il pegno non arriva – nessuna telefonata, nessuna mail, nessuna novità nella tua vita e come beffa finale la casa che hai visto bella e perfetta se la sono già pigliata – ecco che si trasforma in tristezza. E ricominci a tirare fuori dal cilindro ogni insegnamento prezioso, che sia psyco, yogico, filosofico o di conforto. Tutto per vivere bene. Vivere meglio. Imparare a farlo, anche a cazzo, ma basta farlo.

E mentre camminavo sotto le goccioline, verso lo studio della mia estetista, ho pensato davvero di urlare come una pazza, lì, proprio lì. In mezzo alla strada. Un urlo liberatorio così potente e bello da scuotere le querce.

Mi sono limitata a sorridere e a pensare “e a culo tutto il resto”.

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