Londra

brixtonLe esperienze sono la sua sola ricchezza. Le accumula, ma non si cedono e non si barattano. Possono trasformarsi in aneddoti per caso o per pigrizia, anche se non ama raccontare con la voce. Se ne rende conto solo in alcuni momenti precisi, ecco, lì capisce che quello che ha vissuto è unico perché suo, non perché speciale. Come unici sono i momenti di ciascuno di noi in ogni circostanza.

Nulla di diverso, nulla di così alternativo. Una serie di cliché – pensa – qualche viaggio, un mesetto qui e là. Nulla di innovativo.

«…a Londra – le dice una collega – devo andarci la prossima settimana e non ne ho voglia», sembra in cerca di motivazioni. Lei ci pensa, pensa all’associazione immediata tra parola e ricordo. «A Londra puoi diventare amica di un libanese o uscire con un gruppo di brasiliani ubriacandoti a Notting Hill».  La sua collega le rammenta acida che sarebbe stata una settimana di lavoro, chiudendo il discorso. Ma lei continua a parlare. A Londra in un giorno accade ciò che qui capita in un mese o in un anno.

Se ti apri, ovunque tu vada, puoi conoscere quel negoziante libanese. Inizi entrando nel suo negozio accanto a casa tua con circospezione, per caso, una sera di agosto e di pioggia. Hai finito le tue lezioni, i tuoi esercizi e sei stanca. L’entusiasmo ti divora, così come la consapevolezza che dovrai tornare, che non sei molto brava, lì, in quella scuola. Ma sei anche meglio di quanto potessi pensare. Hai una tristezza sporca, mischiata alla felicità del nuovo.

Ma niente, entri per caso lì dentro, la solita fame nervosa. L’uomo è gentile e chiacchierone, non la smette più di farti sentire a tuo agio. Ti offre l’hummus – in fondo gli dai corda, no, e gli dici quanto ti piaccia – vuole insegnarti l’inglese. «Vieni qui, tutte le sere, così parliamo». Furbo o solo comprensivo. E di sera in sera, capisci che quell’uomo non più giovane ha la solidarietà del migrante con sé, così come l’appiccicosa determinazione di chi è solo. Dolce, a tratti invadente, protettivo. Non più giovane.

Lei mette qualche muro, ma le piace conoscere ed è curiosa. Lui le aveva già trovato una casa e un lavoro in un ristorante libanese di un parente di un amico… un classico. La guarda da immigrata, non da studentessa che deve tornare. Le dà un cellulare e una sim inglese. La invita a cena… Non ci andrà mai, a quella cena, nemmeno dopo che lui le ha messo il ghiaccio su una caviglia infortunata. Gli lascerà il cellulare davanti al negozio chiuso una mattina, tenendosi la sim come ricordo.

In quel mese conosce la bellezza della donna italiana – ma ormai londinese da quasi tutta la vita – che le ha affittato una stanza. Conosce la brasiliana che la farà divertire, mostrandole il Brasile. Si lascia stupire dalla dignità con cui si lavora, dalla forza della donna che le dà informazioni sulla metro e le vende il biglietto. Lì, dietro quel vetro. La vede discutere di libri con un uomo improbabile – per quanto siamo abituati noi a giudicare – un cilindro in testa, bianchi capelli lunghi, ma radi, vestito da straccione.

Vale la pena andarci, eccome, per quella libreria di Kensal Rise che tutti vogliono salvare, con i picchetti e i cartelli come nei film. Per quel parco-gioiello, come tutti a Londra, ma il Queen’s Park di più. Vale la pena perché è il mondo che arriva da te, se tu non puoi spostarti. Non solo con i locali etnici, i pub irlandesi, la cucina da ogni dove, ma anche per come sei tu, a Londra. Per esempio immedesimandoti, senza ritegno e senza regole, in un Caramel Macchiato per pranzo, con il tuo sandwich lì, in una relazione inimmaginabile in Italia. E quante altre libertà di relazione, di atteggiamento, di sonorità! Vale la pena vestirsi come ti pare e sentirsi bene. Vale la pena anche quando sai che chi ci lavora non la pensa allo stesso modo. Vale la pena perché poi a casa si torna sempre, da un città che stanca e assorbe ogni singola energia, pur moltiplicandola.

Lei non ricorda tutto, ma ha quel bagaglio di esperienze solo sue, che non dipendono da quanto ci sia stata (poco, pochissimo, cinque settimane) né da cosa di preciso abbia fatto (anche se la scuola di giornalismo ha aiutato).

Circostanze, coincidenze, quartieri e persone. I suoi sensi e la sua capacità di restituirle fanno il resto. Ecco, ora tornano tutte buone, per rispondere a chi non ha voglia di andare a Londra.

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