Personale

face-826105_1920Sono triste e senza motivo. Non serve colpevolizzarmi, non serve dire che c’è “gente che ha problemi seri” e io sto bene. Peggiorerebbe ogni cosa. Renderebbe ancora più svogliata questa patina che ricopre le giornate, quel magone che non passa nemmeno dopo le risate, nemmeno dopo una gioia improvvisa.

Questa malinconia si mangia anche le gioie, che diventano un fuoco di fiammifero leggero. Quei momenti in cui le belle notizie arrivano eppure ciò che rimane è veloce, breve, poco intenso. Lavori, persone, attività… questa tristezza ci lascia sopra la bava, camminando lenta.

Ballo e leggo pochissimo, scrivo lagne infinite, ho sonno spesso, mi peso e scuoto la testa, pensando di essere tornata al “Via”. Anche un vecchio contatto di lavoro mi riporta al confronto tra due me, come se fossimo davanti a uno specchio, per cercare differenze che non vedo.

Gli entusiasmi si accendono solo quando parto da zero, quando una novità arriva e io posso accoglierla senza ansie da prestazione, perché tanto – per banalizzare – sono al livello base, mi lascio andare. Quando c’è da migliorarsi, quando è la fatica del salto di qualità e della tecnica a chiamarmi, allora posso intestardirmi oppure diventare fiacca. Ecco. Ora sono fiacca.

L’estetista mi ascolta, mi mette in ordine, a volte parlando mi riporta alla razionalità e agli interrogativi più incisivi.

Nei sogni inquieti vedo denti dondolare, feste che organizzo e a cui non posso partecipare, brufoli sul naso, biscotti che non posso mangiare, vedo una casa di amici: enorme e bella, con un parquet caldo a listoni grandi e tanta gente ospitata in ordine con un sottile materassino e un sacco a pelo. Mi torna in mente Granon, la tappa più commovente e spirituale di tutte. Nel sogno penso e dico alla famiglia che è bellissima tutta quella condivisione.

Vedo bicchieri d’acqua venduti a tre euro, eppure brindo con mia sorella, criticando il costo eccessivo di quell’acqua. Mi sveglio e riaddormentandomi sono in una struttura aperta, tipo un chiostro, con un muretto bianco. Da quella struttura che mi ospita sogno di scappare, di fuggire. Nella mia camera ho un borsone e cerco di riempirlo come posso, di indossare più abiti possibili, ma vorrei uno zaino comodo per la fuga; cerco di capire come scappare e come sopravvivere là fuori.

Penso di essere tornata al Via, la spia che mi dice che devo cambiare qualcosa, che qualcosa stona e va aggiustato. Ma questa volta ho gli strumenti. La pazienza di aspettare, la voglia di lasciarmi attraversare, la capacità di accettare. So che passerà e so che posso in parte agire e in parte solo fermarmi.

Guardo la spalla sinistra e subito ricordo che il cerchio non è rotondo.

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