Lo farò, lo sai?

11902452_10153689598830209_8188847774047519338_nLo devo fare. Non riesco a iniziare in altro modo, come se fossi spinta da una necessità.

Devo scrivere ora e immediatamente, dopo aver visto un post su Facebook – le foto argentine di due donne conosciute in Brasile e ancora in viaggio, per molto – e devo, dovrò partire.

Lo sento quel rimescolamento, nemmeno stessi pensando “prima o poi mi butto dall’alto e mi uccido”, quella sensazione impalpabile di una mano che tira e tira e non smette.

Lo percepisco quel sesto senso che ti fa dire “prima o poi lo farò, lo sai che lo farò”, ripetendolo a cantilena con un muso tra il disperato e il rassegnato, quasi con il labbro all’infuori da bambina, le sopracciglia che si avvicinano e la paura nell’aria (quella c’è sempre). Una dipendenza, lo stesso richiamo, ma più etereo, più razionale e studiato. Meditato quasi, ma travolgente e inevitabile allo stesso modo.

La fantasia inizia sempre con un senso di ineluttabilità. Succederà. Succederà prima di diventare malattia e ossessione, succederà mio malgrado, anche se non voglio, succederà perché sento che deve succedere.

Mi immagino nei miei 35 anni mentre scelgo la meta, parto, e a un certo punto durante il viaggio decido di non tornare. Mi costruisco un film in cui avviso da là – il sud America al momento – genitori, amici stretti, persone coinvolte nel lavoro. E poi un annuncio più pubblico. Scelgo i tempi, mi arrovello pensando a chi affibbiare la noia di inscatolare le mie quattro cianfrusaglie. Mi domando quanti problemi solleverei e quanto senso di respiro mi rimarrebbe. O di ansia. Mi vedo mentre escogito un modo per guadagnare e sopravvivere, di lavoro in lavoro, con scambio di vitto e alloggio.

Stringo, nella mente, lo zaino viola tra le braccia sapendo che contiene tutto, ma proprio tutto, ciò di cui avrò bisogno per i mesi incogniti di assenza e vagabondaggio. Assenza. Da cosa? Presenza, forse, in me stessa di sicuro. Nel mondo, anche.

Condivido articoli che ne parlano, fisso Valentina negli occhi e le dico: «lo farò, lo sai? Prima o poi… lo sai che farò la pazzia?» E dentro – mentre lo dico – sento come se questa fantasia fosse un destino che non  vorrei così tanto avere in regalo. Ci vengo sbattuta e spinta contro, ma starei ben comoda nella mia casetta, in una città, costruendo giorno dopo giorno qualcosa. Che ne so, una famiglia, per dire una cazzata qualsiasi sottovoce.

Mi dico che passerà, quando l’abitudine atrofizzerà di nuovo questi istinti.

Mi dico – anche se per me il lavoro e le mie passioni hanno sempre avuto la priorità – che vorrei anche l’amore, così per dire, che vorrei non essere proprio talmente libera da finirne imprigionata e vuota. Mi dico che non tutto dipende da me e che ho qualche sensazione, qualche sensazione che accetto.

Che poi, magari, sono solo fantasie, richiami, scherzi della mente.

Che poi magari, un giorno. Le sopracciglia si avvicinano e gli occhi, ah, gli occhi!

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