Imparare dalle stalagmiti

act-711005_1280La sberla della pista di Malpensa, o più in là, quella del bus per Centrale furono il mio rientro. E ancora mi sentii un po’ viaggiante, un po’ vagabonda. Ma solo quando, stanca e adrenalinica, raggiunsi casa, seppi di aver messo la parola fine nella sua casella. Nel frattempo andai dall’estetista, acquistai il nuovo cellulare al volo in stazione, e l’indomani avrei avuto il parrucchiere. I miei capelli gialli ricaddero sulle spalle, bagnaticci, mentre io chiesi di poter cenare sola.

Durante la serata mi frullò inconsciamente nello stomaco la conversazione con l’estetista, mentre mi stava riportando a un aspetto sociale accettabile, dopo giorni in cui … niente, mentre sono in viaggio tendo a sembrare perennemente sporca. Trasandata quanto meno. Libera di sicuro. 8.5 Kg fu il peso della mia casa per quel mesetto scarso. E ci stava tutto ciò di cui potessi aver bisogno per stare bene, a parte l’avere un solo libro da leggere.

Quella conversazione fu la seconda sberla. La più concreta e quella reale. Non mio padre che mi dice che lui invecchia e l’ansia aumenta, no, quello era quasi dolce. Quella conversazione fatta di piccole stilettate: “qualche cena con amici, due chiacchiere, tre foto e poi… poi torni alla realtà”, “venderesti il ghiaccio agli eschimesi, con quell’entusiasmo”. Sì, quella sindrome da rientro – nome idiota – che non devi far vedere perché sei una lagna viziata. Le ferie finiscono, no? Come se non lo sapessi.

Certo che lo so, a volte sono anche felice di tornare. Anche stavolta lo ero. Ma poi arriva quella vocina dentro – che per me è fuori, in qualcosa di intangibile – o quella specie di muro (dentro di me? Fuori ed esterno?) e tutto si disintegra, si sgretola. Mi sento una stupida sognatrice piena di sensi di colpa. Vuoi viaggiare? Vuoi scrivere? Smettila, va, scendi dalla nuvoletta, e pensa alla quotidianità. Ogni cosa è lenta e frenetica: la frenesia dei doveri, la lentezza della realizzazione di ciò che hai scelto per te stessa.

Ti senti in colpa perché in viaggio, in mezzo a quei viaggiatori, il tuo sogno era legittimo. A Milano senti che voler viaggiare per mesi – 6 o 7 – è un capriccio da adolescente viziata. In viaggio scrivere (e scrivere di viaggi) era una realtà come un’altra; a Milano la pigrizia avvolge e l’impotenza prende forza. Soldi, lavoro, famiglia, casa. Tutto insieme. In viaggio sei normale e te stessa. Qui no.

In una settimana ho litigato con tutti, ero arrabbiata. Ero malinconica. In questa settimana sono stata il peggio di me. Tutti i difetti sono venuti a galla insieme,  invece che diluirsi come è fisiologico. Tutta la merda è uscita dallo scarico in una botta sola.

Indecisione, egoismo, rabbia, invidia, impotenza, pigrizia, toni lamentosi, il piangersi addosso (per nulla), paura, tristezza, lacrime, brutture, impulsività, svogliatezza, apatia. E anche lei: quella carezzevole sensazione che tutto sia finito. Quell’istante in cui dici è tutto qui e non esiste un senso. E allora accarezzi quel nero, pensando che prima o poi ti ci butterai di sicuro, sì, un giorno chissà lo farai davvero. Ti spaventi, anche se passa.

Mi sono sentita un cesso, poi di nuovo bella – come in viaggio (quanto mi piaccio là, quando mi muovo) – mi sono sentita poco me stessa e troppo me stessa. Ora navigo a vista, spinta dalla routine e dalle “cose da fare programmate”, navigo a vista e cerco un cambiamento.

Ho trovato una casa perfetta – per esempio – e sarebbe stata una trasformazione simbolica interessante.  Una parolina: sì. E cambio casa. La casa è perfetta, ma non lo sono io. Non sono pronta ad accoglierla. Lo accetto, ma nel frattempo lavoro per creare le condizioni a quel cambiamento. Parlare con l’estetista, far due conti, adottare strategie nuove, fare scelte piccole, impercettibili, ma che siano diverse. Accetto di nuovo, come al rientro da Santiago, qualche realtà stretta.

Creo il terreno e sviluppo la pazienza. 33 anni per 1 cm di stalagmite, in Brasile. Posso sopportare una lieve lentezza?

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