Il motivo sbagliato

amy-winehouse-323516_1280Andai in quel cinema per il motivo sbagliato. Accanto a me una giovane soprana si dilettò a cantare sopra la musica di una pubblicità, un’opera, prima che iniziasse il film. Film? Un documentario. La sentii commentare di musica, di commozione, di programmi teatrali: ne sapeva.

Di tutti gli altri, in quel cinema, conoscevo solo ciò che vedevo: tatuaggi, fisici androgini, una donna con uno stile che io adoro e che vorrei. Maschile, ma senza eccessi, semplice eppure personale. Abiti scuri, tagli leggeri e qualche ruga. Mi vidi riflessa di sfuggita, nella trappola del mio corpo sinuoso, burroso, con le curve. Una matrona o una Jessica Rabbit più modesta. Il mio aspetto dice di me ciò che sono poco, meno o per niente.

Mi accomodai sola, come spesso succede, tra quelle poltrone. Forse altri lì dentro, come me, saranno poveri di cultura musicale, ma pieni di stupore e curiosità? Mi chiesi, senza disagio. Forse come me, tuttavia, sanno che esiste un carisma musicale e che una voce è una voce. Chi non lo comprende, chi non sente la voce di Amy Winehouse e il suo fottutissimo stile?

Ma io continuai a essere in quel cinema per il motivo sbagliato. È stupido girarci intorno quando sai benissimo cosa ti spinse fuori in quel mercoledì sera di sonno.

La distruzione. Sì. Quei cunicoli della mente, quei sottilissimi tunnel sotterranei. Me li immagino fatti di terra, scavati da una talpa microscopica, proprio lì, nel cervello. Sento le zampettine che scavano e proseguono a ritmo vorticoso, creando labirinti, percorsi, confini e vie. I labirinti in particolare, o gli incastri, gli incroci e i luoghi in cui ci si perde e ci si confonde sono i miei preferiti.

Sono attratta da chi si distrugge, si suicida, da chi si annienta o annulla, come David F. Wallace. Mi affascinano i tarli continui, quelle erosioni mentali che non si controllano. Ci sono responsabilità, ci sono “se” e “ma”, relazioni e rapporti che favoriscono o sciolgono alcuni black-out.

Era così bella, lei. Tutto quel nero sa essere anche bello. Lo annusi e ti ci strusci, poi – se sei in grado – te ne scappi e ti ritrai. Ti controlli, li controlli. Sai come fare, no? Non tutti, non sempre. Quando il genio si impossessa di questi cunicoli, quando gli argini si rompono e gli eccessi si annidano, ecco che non puoi sfuggire alla loro potenza.

Non mi mossi per tutto il tempo del documentario, ne bevvi ogni istante provando empatia e sofferenza. Dolore. Sarebbe stata più felice senza quel graffiare continuo nella sua testa? Ineluttabile, indivisibile dal genio e dal talento? E quel padre? Quell’amore?

Uscii da lì più ricca di testi, musica, comprensione. Ora potevo tornarci per il motivo giusto, al cinema, o ascoltarla per il motivo giusto, il jazz e le parole. Continuando a saperne poco.

Ma quei tarli, seppure sembrarono chiari nel film, chiari, come quando i giornalisti la sfottono e tu dici, ma come? Prima di morire era solo una tossica ubriacona, solo questo, come sempre capita! Dicevo, quei tarli furono in realtà imperscrutabili. Impotenti. Quei cunicoli furono l’alibi perfetto per chiunque, tranne che per lei. Lo sono sempre, ma non per chi muore, si uccide o si distrugge: per loro sono solo l’incendio da cui scappare, saltando giù.

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