Diari

sun-451441_1280Dall’alto osservo una famiglia, o almeno così decido che sia: un uomo, una donna, in mezzo un bambino. Vedo le teste stempiate o piene di capelli, le spalle leggermente ricurve e protese verso il centro della panchina. Lei ha un blocco in mano, un quaderno.

Sforzo la vista per capire se stiano leggendo un libro insieme o guardando un’opera prodotta dal più piccolo. Strizzo gli occhi, rallento, mi appoggio al parapetto che dà sul lungo Ticino sassoso, proprio dove siede quel trio. Dove io ho camminato, pensato, pianto, sorriso di felicità pura. Dove forse anche io mi sono seduta per leggiucchiare. Da lassù la prospettiva è differente, ma non voglio violare la loro intimità per troppo tempo.

In un baleno, come quando si sente un odore noto alla memoria, ma non chiaro alla persona, ecco che mi rivedo. Non adulta, ma bambina. Con i miei diari, al mare e in vacanza. Li ricordo nel cassetto della scrivania di un ufficio che ora non c’è più. Chiusi lì, a chiave. In un attimo mi tornano alla mente le righe e i colori, alcuni erano rosati. Le copertine – orribili – erano di quaderni di cartoleria di serie B. Mi ricordo quanto li ho riempiti, in classe, nell’ora dedicata a questa attività così viscerale, sanguigna.

Li voglio rileggere, riprendere tra le mani. “Sì – penso – recuperare quei diari sarà la prossima missione, quando andrò a trovare i miei genitori”. Inventavo storie, forse o forse no, riproducevo pensieri, giornate, elenchi. Ricordo a Moneglia quel castello delle streghe che tanto mi dava da fantasticare, un disegno abbozzato alla fine di un giorno, con il mio profilo al tramonto. Ricordo i racconti di Sirmione che riemergono alla superficie, facendo quel rumore e quel movimento di chi riprende a galleggiare dopo essere andato a fondo.

Ricordo la grafia, le lettere tonde, la precisione del corsivo, la grandezza e lo spazio tra le righe. Erano tanti, non troppi. Ma poi divenni grande. Le scuole medie bastarono per interrompere quell’abitudine.

Non penso a quello, lì, sul parapetto. Ripenso solo a quei momenti, a quei diari, con la voglia di leggerli quasi fossero la chiave, una mappa del tesoro, un anello mancante. E tutto è così repentino e fulmineo, quasi da cartolina, che non posso fare altro che accogliere il pensiero per conservarlo. Non ha alcuna connessione con il prima o con il dopo. È solo un momento sospeso.

Prima, avevo camminato per una ventina di km, forse meno. Sotto la pioggia fino a Certosa, accompagnata da una tristezza inspiegabile che sto imparando ad accettare. Camminai fino a quando la felicità si aprì quanto il cielo, lasciandomi cantare da sola La Cura e Blunotte, e le acque dolci e salate si confusero. A casa compii gesti semplici: un pranzo leggero, una doccia calda, una telefonata ai genitori e un po’ di ordine in camera. Una seconda uscita in centro.

Dopo, mi accolse la fine di pensieri scomposti, tumultuosi, del bagno di realtà che si confonde con la mia sensazione di non sentirmi bene, qui e ora; di vivere una scissione tra il movimento e la stasi, tra le possibilità e i sogni inconsistenti, tra la normalità e l’eterna adolescenza. Dopo, a casa, arrivò l’accettazione del sonno. Le idee si susseguirono, si morsicarono e si abbracciarono a cucchiaio.

Volevo solo dormire con quel ricordo: aveva reso la giornata migliore.

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