La mia paura è gialla e sa di ignoto

golden-pheasant-334658_1280Fare ciò di cui si ha paura.

È il mio filo conduttore, almeno in questo ultimo periodo. E non parlo di follie o sport estremi, né di situazioni pericolose. Abbiamo tutti le nostre piccole e meschine paure. Paure comode, barbare e irrazionali, paure piccolissime e infantili.

Un’amica mi ha raccontato di suo figlio proprio oggi: ha paura del gallo. Ma soprattutto mi ha detto che stanno lavorando per condividerle, queste paure: dov’è la tua paura? E il bambino indica il petto. Poi la paura avrà anche un colore e una forma e infine – mi dice lei – un gesto partirà dal petto e la allontanerà.

Ho sorriso sull’autobus, pensando alle mie paure lungo tutta la mia vita: sono aumentate fino a toccare picchi estremi, diminuite, alcune scomparse. Alcune sono davvero stupide – o almeno io così le vedo – altre sono limiti con cui convivere, senza troppi problemi.

Ragni, vespe muratore o doppie (nel gergo colloquiale), attraversare la strada, fare un’iniezione, aghi, guidare l’automobile, insetti vari, decollare, altezze senza protezione, fare i conti, pesarsi, andare dal dentista, parlare in pubblico (questa non è una paura. Questa sono io. Introversa o timida. Lo faccio, ma a modo mio e nessuno ha il diritto di rompermi le palle o di farmi sentire in difetto!) …

Non so nemmeno se le ho elencate tutte. La maggior parte di loro ha tolto il disturbo senza fatica. A 22 anni ho iniziato a guidare, e la strada credo di saperla attraversare da tempi immemori. Quando sono stata in Vietnam ho provato una sottile sensazione di piacere a buttarmi in quelle vie dove sciami, stormi, nugoli di motorini corrono senza alcuna intenzione di fermarsi. Ad Hanoi attraversare la strada è un’arte e io avevo capito il trucco: vai sicura e decisa e loro ti schiveranno.

Sugli aghi ho ricordi ben più recenti di scenate negli ospedali, con la respirazione a mo di asma e l’impellente necessità di sdraiarmi. Ho in testa anche mia madre che mi insegue per una vaccinazione mentre mia sorella ride sconvolta: era il 2011. Poi, pian piano, è scomparsa anche quella. Inghiottita dalla razionalità, forse, e rimandata indietro ai tempi dell’infanzia: ho passato 4 ore sotto gli aghi della tatuatrice e non solo non ho sentito nulla (a parte il fastidio finale dovuto al tempo, più che all’ago) ma sfumature e linee nere mi hanno rilassato.

Mentre la mia amica mi scriveva, cercavo di pensare al colore delle mie paure e a dove potessero trovarsi.

Le vespe doppie – e insetti di varia origine, forma e dimensione – stanno tra sterno e ombelico. Sono ovviamente gialle e hanno la forma di … Più che altro mi paralizzano, mi fanno venire i brividi e mi sento vampate che salgono alle gola. Mi si crea una sorta di ipersensibilità alla pelle e non so come muovermi. Quella roba, ancora oggi, è lì. Bloccata da polvere di insetticida sparso un po’ ovunque per casa. Eppure non ho la stessa sensazione quando li incontro per strada, all’aria aperta, in India o chissà dove. Basta che non dormano e vivano con me.

Il decollo è stato superato subito: appena ho capito che viaggiare è uno dei motivi per cui la vita è meravigliosa, quella fase del volo mi si è spogliata delle sue minacce. 6  voli in un mese, quando ho scelto quel villaggio sperduto in India, sono stati sufficienti per arrivare – ora – ad addormentarmi ancora prima che si muova qualcosa.

Poi ci sono le altezze senza protezione e lì mi tocca adeguarmi, almeno per ora. Ma non ne faccio una tragedia. Recentemente ho scoperto anche una lieve ansia per spazi troppo chiusi e cunicoli stretti, ma non mi creano grandi disagi e posso sopportarle.

Arriviamo con calma alle paure più eteree, immateriali, legate a gesti e azioni. Non ho paura di fare i conti, né di pesarmi. Ho paura di ciò che posso scoprire, pesandomi e facendo i conti. Mi nascondo e come i bambini nego: se non lo so, non accade; se non lo dico allora non è vero.

È così che un problema di salute è degenerato, solo per un anno per fortuna, ma è stato un anno di sovrappeso che peggiorava di mese in mese con rapidità. Fino a quando mi hanno messo di fronte a una bilancia. Un medico mi ha pesato, ha visto che in sei mesi avevo messo 20 kg e ciò mi ha permesso di affrontare il problema, risolvendolo.Oggi, quando sento che potrei aver qualche etto di troppo, evito di sfuggire alla bilancia. Resisto, mi dico di non farlo, scantono, ma poi mi peso, cazzo: perché tanto se dovesse ricapitare non è non sapendolo che il problema svanisce.

Lo stesso ragionamento vale per i conti, i soldi, le entrate e le uscite o prenotare aerei e guardare una guida turistica. E qui ancora ci devo lavorare.

Ma soprattutto l’ignoto. Credo di averla identificata come la madre di tutte le mie ansie, piccole e grandi. Ci ho sbattuto contro in modo intenso, bello, struggente, quando ho attraversato le mesetas lungo il Cammino di Santiago. Ma quell’ignoto era positivo, le mesetas erano quadri di Magritte e io mi sentivo galleggiare all’interno di un’atmosfera irreale. Solo un tratto mi ha messo alla prova con più asprezza e sto parlando dei 17 km prima di Calzadilla de la Cueza. La sensazione è stata quella di non sapere nulla. Conoscevo solo il mio passo, il presente, il dov’ero e che ore fossero. Null’altro. Caldo e stanchezza hanno fatto il resto. Ero sola e lo ero in ogni senso, non c’era futuro e il passato non serviva.

L’adrenalina pre-partenza, quando il viaggio è sconosciuto e io sono sola, ha un sapore simile. Adoro i chissà, la libertà e la sensazione di farcela da sola, più di ciò che vedo. Adoro gli incontri e il non pianificato.

Ma poi subentra quel senso di ignoto, di ignoto buio, di ignoto che non arriva a farsi noto, quell’idea di non essere abbastanza furba con la logistica, perché non visualizzo – prima di incontrarle – le strade, le fermate, i bus, i luoghi. Se ho paletti da rispettare e intorno ai quali dovermi muovere (voli interni) la situazione mi sembra ancora più contorta e nego, rimandando le prenotazioni. Infine, in tutto ciò, si mescola anche la paura di scegliere: non per la scelta fatta, ma per ciò che ho perso rinunciando a un’altra strada.

E poi, che diamine, ho fatto 4 viaggi perfetti, possibile che lo sarà anche questo? Prima o poi…!

Eppure – in questo groviglio di turbamenti –  voglio superare un altro limite, sempre oltre, sempre più difficile, per non ristagnare nella comfort zone delle cose che so già di saper fare.

Il Brasile non ha nulla di più – a prima vista – di altri viaggi. Ma se l’India è stata il battesimo dell’avventura, l’Asia la prima volta all by myself, il mese a Londra una sfida professionale ed economica, Santiago la fisicità e la paura del fallimento, il Brasile è immensità e scelta (e qualcuno mi ha detto anche pericolo).

E ancora una volta mi accorgo che sto già cambiando, prima di partire. Senza fretta, ma lo sto facendo: scelgo di fare ciò che mi fa paura. In ritardo, ma ho scelto, ho scremato, ho sposato un giro e, pur nelle mille prove e richieste di consigli, alla fine ho fatto le mie scelte: logistiche, economiche, paesaggistiche. Mi sono pesata dopo il mio stop forzato allo sport. Ho fatto anche due conti (ma due e basta). Non sono più tornata sui percorsi esclusi (e qui mi merito un applauso!) e ho iniziato a leggere un libro che mi ha sempre fatto “paura”: “Un indovino mi disse” di Tiziano Terzani.

In generale ho sempre apprezzato l’idea di trovare un po’ di me nei libri, nei romanzi o nei pochi e sporadici saggi che riesco a leggere (e che sto rivalutando). Ma con lui no. No, perché avevo paura dell’invidia, di ciò che vorrei essere, ma che ovviamente non sono e non sarò mai, avevo paura di detestare ancora di più l’essere donna, avere dei limiti organizzativi e paura di tutto ciò che non visualizzo. Un po’ come mi capita quando leggo di gente che prende e parte. Così. E poi? Io che mi agito per un mesetto di ferie…

Mi sono calmata dicendomi una sola cosa. A un certo punto, se dovessi anche solo perdere un aereo, mandando a monte il mio giro a cerchio imperfetto, posso improvvisare.

Improvvisare. Quello a cui vorrei arrivare un giorno. Solo due voli, andata e ritorno e nessun programma.

Annunci

4 pensieri su “La mia paura è gialla e sa di ignoto

  1. Già il fatto che tu abbia il coraggio di partire per luoghi lontanissimi ,sola con te stessa, significa che tu sei una persona forte e impavida.Io non ho mai avuto paura di nulla delle cose sopra da te citate .Aghi, altitudine,precipizi etc…eppure il coraggio di andare da sola in un paese non occidentale non so se ce l’avrei. Non so se perchè ho più paura degli altri o di me stessa

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...