Single, ma insieme a te?

love-600488_1280Single ma insieme a te, sbronze, viaggi a sorpresa, attese, sesso, e perché no, guardare le altre, ma tornare da me. La sintesi di un articolo letto e condiviso – non mi vergogno – qualche giorno fa.

Oggi leggo una replica, acidula e perfetta. “Avete condiviso un articolo stupido, voi eterne adolescenti, forse perché non lo avete nemmeno letto”, sentenzia la giornalista.

E invece io, 33enne single, che non si percepisce con una vita da adolescente, ho letto e consapevolmente condiviso il pezzo su Facebook, come se fosse un suggello della totale adesione alle parole dell’autrice (in realtà non le condivido nella loro assurdità).

Devo premettere che per me adolescente non è fare mattina per ballare latino, andare un mese in Brasile e avere tre tatuaggi. Adolescente è altro: è una fase di ridefinizione di sé stessi, di cambiamenti fisici e di costruzione, ridiscussione e ricerca della propria personalità.
Sì, sono adolescente quando continuo a ri-cercarmi. Lo sono in questa fase della mia vita in cui mi sono rotta di fingere di essere ciò che mi hanno appiccicato addosso o ciò che gli altri vorrebbero che fossi. Lo sono perché mi sto liberando da alcune costruzioni mentali per essere me stessa, ma questo processo cambia a seconda dell’età che si ha e del bagaglio che si porta. Ed è qualcosa che credo capiti spesso più volte nella vita.
La mia esistenza da adulta responsabile la porto avanti come tutte, solo che sono single, senza figli e nessuna voglia di chiudermi in casa a fare la calza, anche perché sono curiosa e attiva.

Perché allora ho condiviso quel pezzo così inconsistente, sciapo e frivolo?
Perché ho letto tra le righe un tema importante: il possesso (e un sotto tema: la complicità con il partner). Tra una sbornia e l’altra, tra una frase da film e richieste impossibili, come flirtare con altre e poi venire da me (che tendenzialmente magari potrei anche chiuderti fuori casa), ho letto ciò che non amo di una relazione, ossia il possesso (non proprio dipendenza, quella è ancora una roba diversa e inconcepibile per me), e ciò che adoro: la complicità.

Io sono di me stessa, anzi, forse nemmeno. Non sono dei genitori, anche se dobbiamo dire mia e mio, non sono tanto meno di un’amica o amico, né di un compagno. E io, il mio compagno, non lo possiedo. Possiedo gli oggetti – e anche quelli fanno male – ma le persone no.

Penso sia difficile riuscire a comportarsi senza questa sensazione di proprietà, ma ho vissuto il dolore, la cattiveria e la rabbia che il possesso porta con sé. L’ho visto in storie passate, in gelosie, litigi e anche schiaffi. L’ho visto in scenate isteriche, in crisi di ansia, in insoddisfazioni e infelicità. Ho provato a impedire e a essere impedita, imbavagliata, tenuta stretta, per scoprire che il rapporto così si logora.
La storia di quell’articolo è finta e puzza di superficialità, ma dentro io ci ho letto questo. Dentro leggo che ridimensionando la storia –  forse nessuno l’avrebbe letta – si può parlare della sofferenza causata da brama e possesso.

«Perché credo che amare sia lasciar liberi di fare», una frase splendida di una canzone poco nota: difficile da mettere in pratica, ma chi ci riesce trova una pace impagabile.

La giornalista che ha criticato il pezzo tira in ballo all’inizio anche le donne senza figli, tra i temi considerati cliché o neocliché. Sì, ormai ne parliamo in ogni salsa. E secondo molti se lo facciamo è per giustificarci, sentirci meglio, condividere uno stato comune, far finta che sia una moda cool. No. Non avere figli, non sentirsi adatti, adeguati a quel ruolo, non averlo come obiettivo primario tanto da correre nelle braccia del meno peggio per soddisfarlo, è solo e unicamente una possibilità. Una possibilità come un’altra, e quindi una scelta.

Se avessi un compagno? Non so rispondere a questa domanda, ovvio. Ma so che se penso a un figlio penso solo a ciò che mi toglierebbe e a ciò che io non voglio né essere, né fare, né diventare. Non mi interessa avere figli. Dirlo serve solo a non farci sentire idiote in una società dove i figli sono un desiderio di tutte, per forza. Necessario. E se non sei madre a 33 anni pensano che sia un peccato, una sofferenza, una sfortuna.
Io lo vivo come una benedizione! Non posso dire la parola “mai”, non posso dire non avrò “mai” figli, perché mi sono capitate cose nella vita che pensavo impossibili. Ma posso dire che non rientra tra i miei obiettivi né tra ciò che mi potrebbe far sentire realizzata. Forse sarei infelice, e sono abbastanza responsabile da capire di non doverlo fare per forza, nemmeno se avessi la possibilità.

Trovare un cammino per imparare bene a scrivere, avere un Maestro, delle regole, una strada da imboccare verso la scrittura sono miei personalissimi obiettivi, motivi, desideri, sogni. Avere una relazione piena ed equilibrata può essere un prossimo passo, forse. Ho tante altre priorità, incluso viaggiare, dedicarmi al corpo e alla mente, curiosare ovunque. E dell’orologio non me ne frega assolutamente nulla. Non credo di averlo, a dirla tutta.

Il punto è che a volte è un po’ come per il pollo di Trilussa: esistono alcuni atteggiamenti, percorsi, strutture, scelte, personalità e caratteri “medi”. Finire gli studi, lavorare, sposarsi e fare figli era – e forse lo è ancora – un percorso standard. Classico, medio, pulito. Lo stesso vale (ma qui il mio discorso da bar rischia di peggiore ulteriormente) per ciò che viene visto come “il diverso”. Mi ricordo ancora dai tempi del master il video di una donna – autistica se non erro – che diceva semplicemente di avere un modo di comunicare e apprendere che si discostava dalla “media”, da ciò che veniva preso convenzionalmente come “modo giusto”, a livello di società. In realtà non era sbagliato e forse nemmeno diverso, era solo uno dei tanti possibili modi di comunicare. Era una possibilità.

La società è fatta in modo un po’ rigido e netto (come forse a volte è necessario che sia) e questo implica un solo modo (ovviamente sto esagerando) di studiare e di andare a scuola che penalizza i bambini vivaci, un solo modo di lavorare che penalizza gli introversi, un solo modo di divertirsi, viaggiare, amare… e potrei andare avanti – banalizzando – all’infinito. Che siano uno o più modi, spesso qualcuno ne risente e finisce per sentirsi diverso. Diverso, ma da chi? Rispetto a cosa? Nessuno è diverso finché tutti lo siamo. Nessuno è unico perché lo siamo tutti.

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3 pensieri su “Single, ma insieme a te?

  1. Io ho un compagno ma se non lo avessi quella sarebbe la vita PER ME. Non mi vergogno di dire che per me stare in coppia richieda un grande sforzo, che mi impegni quotidianamente per essere fedele, per tenere vivo il rapporto, per divertirmi con lui come se fossimo tromabamici. Quando ho letto l’articolo ho avuto un sussulto..non lo nego.

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    • Ciao!
      Ho un po’ di confusione: quella sarebbe la vita PER ME. A quale ti riferisci? A quella del pezzo originale?
      Immagino che anche il sussulto sia riferito al pezzo dell’Huffington Post, giusto?
      Se siete d’accordo, se riuscite a completarvi e ad avere equilibrio in quel modo, ben venga!
      Dal canto mio penso che sia questo il nodo: avere la stessa visione della vita. Ognuno ha la sua, basta che ci si trovi quando si è in coppia (e non vuol dire avere gli stessi hobby o essere fotocopie l’uno dell’altro). Poi le visioni della vita si possono banalizzare in un articolo, riducendole a pochi esempi (io non starei mai con uno che non viaggia!), ma spesso questi esempi nascondono concetti più profondi, nascondono in fondo ciò che realmente siamo.
      Senza vergogna.

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      • Si intendo l’articolo originale. Certo non sono d’accordo su tutti gli esempi ma il concetto di base lo comprendo e mi starebbe a pennello.Ma come hais scritto giustamente tu bisogna essere in 2 e , aggiungerei, bisogna vedere cosa ti ha riservato la vita. A me, per ora, a regalato un uomo fantastico che non concepirebbe MAI UNA COSA DEL GENERE. Pertanto per amore nei suoi confronti mi rallegro della vita che ho e non penso a come potrebbe essere se…

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