Una sola direzione

stones-339254_1280Quando corro penso, per distrarmi dalla fatica.
Corro da pochissimo eppure mi sembra di averlo sempre fatto, corro perché sono finiti i corsi di ballo, perché camminare richiede troppe ore, corro per avere controllo di mente e corpo. Qualsiasi attività fisica di per sé va bene, per esercitare un’azione che non mi lasci alla deriva. Corpo e muscolo controllati, decisi, in attesa di essere scolpiti e portati fuori. Mente fluida e vasta che accoglie, depura, elabora e restituisce. Una tendinite mi sta obbligando a comprendere le mie esagerazioni, la mia indole insofferente, cosa significa la mancanza di un ordine, che solo l’attività fisica sa darmi. Grazie al controllo: posso, faccio, concludo. Il muscolo si muove, la mente lo segue. Il respiro unisce le due metà. Iniziare è l’azione più difficile, spesso una scintilla, altre volte un’occasione, una voce. Non sai mai da dove sia nata l’idea, ma sai che era lì. Nel mio caso lo yoga, il ballo, la camminata e ora la corsa. Erano lì, ad aspettare me e io li stavo cercando.

In uno di questi “pensieri da riordino”, che ti scombinano, sono caotici, confusi, vanno e vengono, ma sono bravissimi a “spazzettare e rassettare”, ho iniziato a pensare anche a loro. Gli uomini. Ma anche l’essere umano in sé. Le relazioni, ecco, sì. Quel rapporto di scambio dal quale a volte scappo. Se avessi davanti un uomo, quando fantastico, penso sempre a cosa gli racconterei di me, in perfetto stile Eleonora-centrico. Inizio così a definirmi, nel mio finto narrare a me stessa, senza un contesto. Una sorta di CV a ritmo di corsa e sudore – 1,2 – mi piace viaggiare, sì, sono stata in India, Asia… ma ho scoperto tardi questa capacità di adattarmi, anzi, questa esigenza – 1,2 – l’India, il battesimo… non ero sola, ma nemmeno con qualcuno… e così senza costrizioni racconterei la bellezza e l’unicità di quando mi sono trovata su un treno di terza classe notturno, verso Bengalore, mentre il mio compagno di viaggio Aloysius parlava tamil con sconosciuti. Ho provato sorpresa e ansia nel trovarmi in auto con una donna musulmana. Ha voluto portarmi da pizza Hut, in quanto italiana, e poi a casa sua a riposare e a mangiare (ho preferito il suo cibo indiano buonissimo, ma da pizza Hut mi sono commossa per il bagno e la carta igienica). Una famiglia composta da cattolici, induisti, musulmani. Una carezza e ho sentito le tensioni sciogliersi, la mia fiducia uscire da ogni poro – 1,2 – il respiro fluire libero in un sorriso. E parlerei di tutte queste chicche che ormai i più conoscono a memoria, degli incontri possibili perché sola, dell’uomo con l’ukulele a Saigon, della donna pazza e gentile a Chiang Mai. Mi definisco con uno zaino e pochissimo da portare con me, l’essenziale, se riesco. Mi piace cullarmi in questi ricordi, ripeterli, ripassare la lezione. Sono ancora pochi, sono embrionali… oppure mi tratteggio con le mie attività vecchie e abbandonate, o attuali e attive. Mi costruisco, mi identifico in un sé fatto di esperienze, immaginando un uomo al quale vorrei trasmettere la mia indole maschile, la mia natura ambivalente. La mia forza nella timidezza, la mia ribellione nella calma, la mia adrenalina nell’introversione: mi vedi insicura, silenziosa, quasi tranquilla? Eppure sono tenace, definita, senza fronzoli e orpelli. Sono lo stravolgimento di ciò che è femminile e maschile: dentro di me entrambi si mescolano, per non rispondere agli schemi sociali. E quando mi dicono che da sola non sempre va bene, mi chiedo perché dovrei sforzarmi di inseguire la socialità estrema a ogni costo. Necessito del mio silenzio, del mio fantasticare, del fingere di raccontare episodi piccoli e marginali. Ho bisogno di andare al cinema da sola, e di ridere con un’amica. Non vi è l’uno, senza l’altro. Non sopporto le chiacchiere vuote, ma amo i silenzi pieni, le parole intime, gli sguardi di complicità. Mi piacciono gli stimoli forti, anzi fortissimi: un concerto, l’adrenalina di un’impresa, la musica alta, la pista piena, l’uomo che ti guarda con quello sguardo lì, proprio quello. Arrossisco, ma non abbasso lo sguardo. E l’uomo che vorrei trovarmi davanti, a prescindere da tutto (quelle minuzie che ci fanno infatuare, i difetti che amiamo) dovrebbe condividere la mia visione interiore. Dovrebbe comprendere il mio lato maschile, esaltarlo quando serve. Dovrebbe usare il suo per placare il mio, con quella liberà che scorre ovunque, insieme all’appartenenza data da radici profonde. Vorrei poter dare questa me sicura a lui, e quella insicura la vorrei plasmare con lui. Vorrei dargli i miei segreti affinché li curi, li valorizzi, li consideri un’unicità in più. Vorrei accogliere le sue lamentele, i suoi vizi, i suoi punti deboli per farne un quadro di colori vivaci, vorrei giocare a braccio di ferro e perdere. La fiducia ci unirebbe, la libertà di fare non creerebbe assenza e mancanza, ma voglia.Vorrei essere un pezzo del mosaico che gli permetterà di realizzare uno qualsiasi dei suoi sogni, anche se questo comportasse il mio silenzio. Vorrei mostrargli ciò che non conosce e imparare con delicatezza. Vorrei condividere, ma senza possesso; amare, ma senza giudizio. Vorrei ridere, arrabbiarmi, farmi portare la spesa e indossare il rosa, rubargli le scarpe da running, camminare più di lui, ed essere più disordinata di lui, vorrei invertire ruoli inesistenti quando ne abbiamo voglia, e mai sentirmi chiedere o pretendere un “posso?”. Vorrei stare sola quando serve, e capire quando non è il caso di andarmene. Vorrei soffiargli il mio entusiasmo addosso e mostrargli la mia felicità per le piccole cose. Vorrei una bellezza che ti si stringe addosso, soggettiva e dipendente dai nostri occhi. Vorrei un cammino comune. Vorrei insulti e lacrime e una pelle che ti parla. E anche qualche scusa. Vorrei superare quella barriera, quella del sé, per diventare l’altro. Per diventare tutto. Sento di nuovo il sudore – 1,2 – 1,2 – sento le gambe, lo sforzo, i pensieri si vaporizzano. L’allenamento è quasi completato, mi vedo in ogni elemento naturale e canto come una matta mentre cammino verso casa. E sì, vorrei una sola direzione per due sguardi.

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5 pensieri su “Una sola direzione

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