Tre decine e tre unità

balloons-388973_1280Manca solo una settimana e vorrei scriverne prima, quando ancora sto in bilico sui 32 e mi sembra di essere vicina ai trenta, e di conseguenza ancora con gli strascichi irrisolti della decina più discussa. Mia sorella, invece, compie gli anni oggi: 7 giugno. Il suo ultimo anno da ventenne. E io me lo ricordo, quell’anno. Ero insoddisfatta, disillusa. Vivevo in un’ansia perenne perché si stava concludendo il master, le lezioni del biennio più duro e stralunato della mia vita, perché non sapevo cosa avrei fatto – con chiarezza – anche se stavo lavorando in un’agenzia di comunicazione. Non stavo di merda come a 28, quando piangendo telefonai alla mia migliore amica da una cabina di Lugano per dirle che io, in fondo, non avevo un cazzo. Non ero fidanzata, non lavoravo per davvero, stavo facendo l’ennesimo stage e quella idea di cambiare rotta, di azzardare, sembrava non ripagarmi adeguatamente. Avevo osato, in tempo di crisi, avevo sbattuto via la ricerca e tutto ciò che non sopportavo di quel lavoro. Dovevo tutto alla mia famiglia, perennemente in colpa, in difetto. Non sapevo stare in laboratorio: maldestra, sognante, razionale solo per metodo, caotica e sempre alla ricerca di me stessa. Annoiata dalla ripetitività di una PCR, da enzimi, cellule, banconi, centrifughe, cuvette e spettrofotometri, e ancora più nauseata dalla chimica analitica. E non si tratta di essere schizzinosi, ma anche di non essere capaci. Sono fuggita nel mio primo sogno. Riadattandolo. Domenica scorsa è venuta a trovarmi un’amica, nonché una complice del biennio vorticoso che abbiamo vissuto insieme. Nei nostri giri per il centro le ho indicato con dito da bimba il nuovo romanzo di Bianca Pitzorno. «Lei, lei… è quando l’ho letta per la prima volta che ho pensato di voler essere lei, da grande. Mi sono detta: io voglio fare la scrittrice». Mara ha capito e ha sorriso, appoggiando con le parole questa mia apertura. Lei emana la sua vocazione da ogni discorso, atteggiamento, inclinazione: l’insegnamento è una sua capacità innata, alimentata con lo studio. Dal master abbiamo succhiato conquiste differenti, entrambe scendendo a compromessi: il mio è la scienza. Quando a Lugano mi trovai a mettere in piedi mostre sui vaccini, forse davvero, a 28 anni, qualcosa mi stava sfuggendo di nuovo di mano. E la pazienza mia e familiare veniva meno. A 29 ero più sicura, ma di poco: almeno stava finendo lo stallo imposto da un periodo di formazione necessario. Lo viviamo tutti  e solo con i momenti che verranno possiamo renderci conto che si deve passare da lì: allenamento e apprendimento si alternano e creano, compongono, aprono. Scoprire l’allenamento per me è stato come comprendere l’importanza della pazienza, la forza di una goccia costante che può creare una conca, la sua necessità per rendere possibile ciò che si sceglie per sé, il silenzioso valico dei propri limiti. Ma quando a 29 anni stai ancora in stage, ecco, ti chiedi dove hai sbagliato? Sì, te lo chiedi. Ti chiedi perché devi sentirti umiliata in quel modo ogni giorno, perché il tuo “bellissimo CV” si associa a frasi che ti annientano, a cifre che ti fanno abbassare lo sguardo, a mansioni che ti deteriorano. Rivedi la dignità alta di una pizzeria di provincia in cui lavoravi per avere i tuoi soldi all’università e ti chiedi perché invece questa dignità viene a mancare in un posto che a “Il diavolo veste Prada” non ha nulla da invidiare. Non è il lavoro gratis in sé da condannare, ma quello che uccide autostima  e rispetto. E allora, che ci faccio io qui? Ho imparato ben di più in pizzeria. Mi dico. E intanto le pippe mentali si accumulano, si concentrano, si depositano e frullano come palline di un flipper. E tutto questo ruotare non mi serviva, tutto questo pensare al passato mi rendeva solo ben più inerme verso il presente. Perché nel frattempo esigevo strategie vincenti per il futuro. E non ne avevo. A 29 anni, proprio prima della nuova decina, avevo anche un amore controverso, difficile, lagnoso. Mi limitava, mi assorbiva energie per trasformarmi in una larva insicura e indecisa  La risposta fu l’India. Non mi ha stravolto la vita, ma ne ha cambiato impercettibilmente il corso. Ha cambiato la mia prospettiva. Ha richiamato a me lo yoga, la meditazione, mi ha ricollocato. In sé l’esperienza è stata una scossa culturale, un viaggio, un qualcosa da raccontare che alla vista di tutti non ha influito sulla mia vita. Ma dentro, da lì in poi, io sono stata diversa. In un crescendo. E anche cadendo profondamente. Dopo l’India penso di aver iniziato a voler essere me stessa. A smetterla di compiacere, a essere ciò che altri pensavano che io fossi. Sono finite le umiliazioni lavorative, ho festeggiato uno degli anni più belli della mia vita – i 30, il passaggio – con le parole chiave “consapevolezza” e “tempo presente”. Con troppa euforia, con la presa di coscienza del mio valore, del mio coraggio e di una capacità che nessuno pensava che io potessi avere. Freelance, Asia, felicità, bellezza. Ero bella. Mi sentivo viva come ai tempi dell’università. Prima. Poi qualcosa ha frenato gli entusiasmi, impercettibile ma potente è arrivato il primo malessere, il cambiamento fisico, la fatica. I 31. Implacabili, a voler farmi ricredere della bontà di questa nuova decina. E invece forse, sono stati buoni anche loro, perché senza quei 31 così difficili non avrei avuto la capacità di prendere le pippe mentali a mazzate e grattarle via, e ripulirle e farci i conti, insomma. E non avrei potuto dire, ora, che questa è la decina migliore, che ogni momento sarà quello migliore, anche quando farà cagare (me lo devo ricordare, quando succederà, facile dirlo quando si sta bene!). Che i migliori anni della nostra vita sono quelli del presente che viviamo. A una settimana dal mio compleanno posso dire che è tutto un immenso e favoloso e unico allenamento, costante, fluido. Quando succederà ancora di avere nella testa quella confusione estrema, quella sensazione di inafferrabile, di storto e di perverso, allora dovrò ripensare ai miei piccoli allenamenti quotidiani che, come matrioske, racchiudono quell’unico e grande allenamento vitale. Quando vorrò sentirmi in equilibrio o in armonia, anche solo per un istante, dovrò ripensare a quei momenti chiave, alla loro lentezza, al loro insegnamento, a ciò che sembrava non aver valore e invece ha cambiato il corso del fiume. Dovrò usare gli strumenti che ho raccolto in questo allenamento e che per me sono camminare, cantare stonando le mie canzoni preferite, stare sola e con amici, muovermi, danzare e soprattutto imparare cose nuove. Scrivere e tornare a me, qualsiasi me mi si presenti davanti, perché “il tempo non muore mai, il cerchio non è rotondo”.

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