Ricordi delicati

light-643956_1280Capita che tu abbia voglia di parlarne. Di piluccare quei sentimenti con garbo, di risentirli lontani e improbabili. Non vuoi dimenticare e allora che fai? Racconti. Con pudore, anche se vorresti prendere un megafono. Chissà da cosa dipende. Valerio vorrebbe dirlo a chiunque incontri – a chiunque dimostri quel briciolo di sensibilità per capire – di essere stato depresso. Quale depressione non si sa, né io né lui abbiamo un manuale di psicologia. Non sappiamo nemmeno se questa strana esigenza di dirlo sia carattere o necessità, dopo qualche anno. Ormai so tutto a memoria. Io c’ero quando piangeva ogni giorno, più volte al giorno, camminando al buio sul ciglio di quella strada di paese. I lampioni accendevano le sue lacrime, mentre io paziente lo accompagnavo al telefono. C’ero, quando lui si inzuppava di rimorsi, rimpianti, sensi di colpa, quando i pensieri erano circolari e riguardavano errori commessi, scelte sbagliate, vita che non sentiva sua. C’ero, quando mi descriveva quella sorta di tunnel nero, che poi diventava un muro, che si trasformava in uno spazio oscuro. Davanti ai suoi piedi, era come se a un certo punto quella strada si spezzasse. Non vedeva oltre e la paura lo immobilizzava. “Inizi a pensare che oltre non ci sia nulla”, mi diceva. E diceva anche che era come se la sua vita fosse immutabile: così per sempre. Lui non era destinato ai cambiamenti, alle novità, alle possibilità o alle nuove occasioni. C’ero quando apriva il frigorifero mettendosi in bocca tutto ciò che trovava senza masticare. Quando prosciutto, formaggio, cioccolato, snack, merendine, cereali si mischiavano interi sopra la sua lingua, nella sua gola, nel suo stomaco dolorante. E non poteva fermarsi, guardandomi con quegli occhi enormi, spaventati, tremanti. Leggevo ovunque vergogna, nelle pieghe di un corpo che era stato bellissimo. Tutto ciò mi faceva avvicinare le mie mani alle tue, per stringerle, senza giudicare. C’ero, quando hai preso quell’ultima risorsa di coraggio dal fondo, quando hai deciso di sollevare il masso, solo per te così pesante. Forse perché vedevi e invidiavi la leggerezza con cui gli altri lo trasportavano? C’ero, partecipe del tuo dolore, quando lo spavento di non volerti più svegliare ti ha spinto a chiedere aiuto. Quando pensavi: ecco, se muoio domani, posso solo esserne felice. C’ero quando le coperte erano il tuo solo conforto e lì non vedevi l’ora di andare, per chiudere un’ennesima giornata così faticosa e trascinante. E c’ero a respirare la tua ansia al risveglio: avevi paura di tutti, anche dei tuoi genitori, della tua famiglia.

Hai visto qualcosa, a un certo punto. Un’azione, tracce luminose, scarse ed esigue, ma erano lì. Come la polverina di Campanellino o i granelli di sabbia da cui è risorta Fantàsia, alla fine della Storia Infinita, dopo che il Nulla l’aveva distrutta. Qualcosa di simile all’amore, all’amicizia incondizionata. E ci sono ora, quando rileggi il tuo diario ad alta voce: eri già in fase di risalita, eppure scrivevi di quanto amassi il tuo dolore, sentirlo come qualcosa di sexy e totalizzante. Scrivevi di affetto precluso, di quel cibo ancora ostile e nemico, di quella calma apparente, di quella solitudine amata. Scrivevi della tua inettitudine, del tuo ego soffocato, dello schifo verso te stesso. Lo rileggi e mi guardi, chiedendoti “ma sono proprio io?”. Io ti sorrido stanca, diversa, grata del buio e della luce. Lontana, finalmente.

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4 pensieri su “Ricordi delicati

  1. Non è facile commentare questi tuoi racconti. Uno arriva qui, legge, poi pensa: ‘bello!¨, e se ne va.
    Stavolta te lo scrivo: bello!
    Appunto delicato, garbato, gentile, appropriato 🙂

    Mi piace

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