Il guscio e il cucchiaio

silverware-686008_1280È come puntare un coltello sul bordo di un guscio sottile, ma rigido e fermo. Il contenuto è molliccio, ma tenace. Grigio. Lessi tempo fa una poesia in cui si parlava dell’ostrica e del cuore. Forse ho ripescato quell’immagine, anche se per me non può essere un’ostrica. Il guscio e il contenuto sono incollati saldamente ed è difficile compiere quell’operazione. Mi immagino che sia più un cucchiaio a compiere il gesto. Perché quel movimento a mezza luna, quel polso che ruota, il cucchiaio che si infila di taglio in quella materia e riesce a scalfirla, a insediarsi lì sotto, sono azioni che mi danno un sottile piacere. Poi succede. Come un schiocco, il cucchiaio fa saltare la massa, ora compatta, in forma di pallina. Se ne va, esce dal guscio. So che tornerà, so che sarà diversa. Ma intanto è uscita per spiaccicarsi su un muro bianco di fronte a me. Mi diverto come se avessi tra le mani una sorta di fionda.

Così la mia mente lavorò di fantasia, mentre parlavo con Mariangela, qualche settimana fa. Quel sabato mi commosse facendomi leggere le sue poesie, scritte anni fa. Mi commosse per empatia, fiducia, bellezza. Ma soprattutto perché a volte mi sembra di avere di fronte a me uno specchio. Uno specchio che mi mostra come sarò, a 90 anni. Sono ego-qualcosa, lo so, quindi mi emoziona vedere me riflessa in lei. Mi emoziona leggere parole che mi rappresentino. Sono ego-riflessiva, mi voglio conoscere così profondamente da far sì che quel cucchiaio possa raschiare un guscio e trovarvi un nocciolo. Il sé. Ciò che non si può lanciare come una pallina. L’immutabile. Quel giorno, con Mariangela, arrivammo a definire la scrittura come quel gesto del cucchiaio, con relativo lancio al muro. Un’azione dura, forte, dai toni bassi. Un’azione di pazienza, di graffi e scalfitture. Lei per prima mi parlò di questa sensazione di tirar fuori qualcosa da dentro, di espellerlo, di scavare e buttare fuori. Lì, sulla carta bianca. Come un’operazione a cuore aperto. Non sia mai che si pensi che sia sinonimo di vomitare, o lasciar fluire. No. Il cucchiaio deve essere preciso e metodico. Mariangela dice che quando si scrive non si parla mai di quella pallina, la pallina la conosci tu ed esce sotto altre forme. Alcune volte, lo ammetto, esce di getto, così. Ma quando si tratta di fare sul serio, il cucchiaio plasma e modifica e scava e dà forma a ciò che sta lì. Ciò che vuole uscire. Ciò che per alcune persone è difficile dire. Un amico mi ha scritto una mail il cui oggetto era: “scrivere è una necessità”. Ho sorriso, ho ripensato al cucchiaio, all’intrico della sua mente, al flipper che ci fa impazzire e alla necessità di espellere tutto. Un bisogno umano che a volte vorrei portare all’estremo, alla riuscita lunga, lenta, laboriosa, alla fantasia più folle. Come un muscolo in tensione che si allena, si allena, si allena senza sosta, e più lo fa, più lo vuole fare. Più si sente iperattivo e più chiede e si nutre di attività. Una pallina, ancora, anche oggi. Il cucchiaio sta qui accanto, stanco e sporco al posto mio.

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