Ero, sono

clownfish-426567_1280Oggi la mia compagna di liceo compie gli anni. Trentatré. Lo scandisco bene, con la mia erre moscia, per assaporarli meglio. La mia compagna di liceo, proprio quella che ora chiamo “radice”, compie 33 anni. Ne avevamo 15. Ieri è venuta a trovarmi la mia amica di infanzia, mia sorella acquisita. Ci conosciamo dal primo anno di asilo e siamo diventate inseparabili dalle scuole medie. L’amicizia sembra misurarsi a banchi di scuola, classi, studi. In quelle aule si costruiscono rapporti che a volte si danno per scontati, per banali o inutili, ma che sono spesso in grado di renderci quello che siamo a processo compiuto, a scuola finita. Dall’università porto con me, dieci anni di amicizia, Nicholas. Lo porto con me e dentro di me porto anche altri nomi suoi, silenziosi ma forti. Ieri, come se non bastasse, una signora con un figlio di 25 anni mi ha detto che porto bene la mia età, sembro una ragazzina. Complici quelle All Star rosa, i tatuaggi forse, il capello corto e ribelle e una maglietta primaverile e fresca. Tutto questo mi ha fatto pensare, mentre macinavo i miei 18 km della domenica, a quel punto preciso nel quale c’è il passaggio. Quel passaggio. Sarebbe banale dire “età adulta”, non ha alcun senso. Non si parla nemmeno di anagrafe, a dire il vero: ricordo Cinzia seduta accanto a me in prima fila, ricordo ansie e caffè, versioni di greco, compleanni lunghi una settimana, amori, confidenze, petunie e bigliettini. La ricordo, è cambiata. Siamo cambiate. Ma la sua essenza resta. Cinzia è Cinzia. Quel nocciolo di occhioni e camera rosa è dentro di lei da qualche parte, quella voglia di essere perfetta e quel muscolo ballerino sono lì quasi a dire che esiste una sorta di “per sempre”. Ho l’allergia ai “per sempre” e ai “mai”, eppure mi tocca riconoscerlo. Ne esiste una forma sfumata. Le nostre madri si preoccupano ancora, ci vedono come figlie e ci trattano come tali. Noi, forse, ci preoccupiamo di più per loro ora, questo è certo. Abbiamo attraversato lutti, matrimoni, nascite, lauree, crisi, gioie esplosive, periodi di ebbrezza, musiche, libri e film così diversi, percorsi traballanti, errori. Mucchi e montagne di errori. Amicizie che andavano e venivano, come gli amori. Abbiamo costruito una rete di quattro donne, diverse, solide, complicate e di noi sappiamo tutto e niente. Ma quando è successo quel passaggio? Ricordo Cinzia allora, la vedo adesso e vorrei cogliere quei sottili cambiamenti, quel momento di trasformazione o quei momenti. Fatico a immaginare una linea retta in cui tutto si mischia, e puoi vederne solo l’inizio e la fine, proprio per la lentezza del processo. Gocce che modificano la roccia, lasciandola però pur sempre roccia. Dandole una forma diversa di volta in volta. Vorrei vedere – a volte – quelle gocce speciali che hanno trasformato Cinzia – e tutti noi – da quindicenni con quel vocabolario in mano e gli evidenziatori sulle mani alle donne che siamo ora. Non credo che abbia a che fare con un amore, una casa, un evento da calendario. No, non sono né la laurea né tanto meno il primo stipendio. Non sono né la prima volta, né la prima lavatrice o la prima ricetta. Magari è quando ti accorgi, mentre gironzoli per l’Ikea, che tra le matite prese a manciate, c’è anche quel mobile, che starebbe benissimo nella casa che hai in testa. Oppure quando vedi i tuoi invecchiare, e ti accorgi che vorresti aiutarli, ma non sai come e forse nemmeno puoi. Magari è quando bruci per la prima volta una pentola o quando ti senti parlare di vite tue così diverse e lontane da te da chiederti come sia stato possibile. Magari è quando Cinzia mi ha guardato con due occhi diversi e più sinceri, senza quella paura di qualcuno: un capo, un genitore, un insegnante, un esame. È quando scegli. Quando scegli, sbagliando, di testa tua, da zuccona, da persona formata, determinata e grintosa. Quando decidi. Che sia il colore che vuoi indossare o la marca alla quale rimarrai affezionata, che sia la fede o la sua assenza, l’università, l’uomo da amare o la città in cui stare. Ogni volta che abbiamo preso una strada giunte a un bivio, ecco, lì siamo diventate diverse. Imprecise, viziate, dolorose e solari. Adulte – se ci piace dire così – a prescindere da quanto io possa cantare come una matta in auto e da quanto adori le mie scarpe, da quanto tardi io rientri in casa la notte, o da quanti figli abbia, da quanto ami giocare. A prescindere da quanto ciascuna di noi sia ancora alla ricerca di sé stessa, da quanto cordone ombelicale tengano in pugno le nostre madri, da quanto sia difficile sentirsi liberi. Mi devo arrendere alla lenta trasformazione, al passaggio del tempo: non è disseminato di tornelli dai quali uscire nuove e rinnovate. Ero, sono. E continuamente fui e sarò.

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